<< (...)Un nuovo mattino.
Così sereno! Così festoso! Non ci sono più
neppure le nuvole rare che ieri vagavano lentamente sul cobalto del
cielo. Non c'è neppure l'afa pesante che ieri era gravosa
tanto. Una brezza sottile alita sui volti. E sa di fiori, sa di
fieni, sa di aria pulita. E smuove lentamente le foglie degli ulivi.
Sembra voglia far ammirare l'argenteo delle fogliette lanceolate e
spargere fiori, piccoli, candidi, odorosi, sui passi di Cristo, sul
suo capo biondo, baciarlo, rinfrescarlo - perché ogni minuto
calice ha la sua stilluzza di rugiada - baciarlo, rinfrescarlo e poi
morire prima di vedere l'orrore incombente. E si inchinano le erbe
dei divi scuotendo le campanelle, le corolle, le palmette dei
mille fiori. Stelle dal cuore d'oro, le grosse margherite
selvagge stanno alte sullo stelo come per baciargli la mano che
sarà trafitta, e le pratoline e le matricarie gli baciano i
piedi generosi, che si fermeranno dall'andare per il bene degli
uomini solo quando saranno inchiodati per dare un bene maggiore
ancora, e le rose canine odorano e il biancospino che non ha più
fiori agita le foglie dentellate. Pare che dica: «No, no»
a quelli che lo useranno per dare tormento al Redentore. E «no»
dicono le canne del Cedron. Anche loro non vogliono colpire, la
loro volontà di piccole cose non vuol fare male al
Signore. E forse anche i sassi delle chine si felicitano di essere
fuori di città, sull'Uliveto, perché in tal modo, no,
non feriranno il Martire. E piangono gli esili convolvoli rosati, che
Gesù amava tanto, e i corimbi delle acacie candide come
grappoli di farfalle strette a uno stelo, forse pensando: «Non
lo vedremo più». E i miosotis, così esili e
puri, lasciano cadere la loro corolla al tocco della veste
porpurea che Gesù ha indossato di nuovo. Deve essere bello
morire quando cosa che è di Gesù colpisce. Tutti i
fiori, anche uno sperso mughetto, forse caduto là
incidentalmente e che si è radicato fra le radici sporgenti di
un olivo, è felice di esser scorto e colto da Tommaso e
offerto al Signore... E felici sono i mille uccelli fra i rami di
salutarlo con canti di gioia. Oh! che non lo bestemmiano gli uccelli
che Egli ha sempre amato! Persino un branchetto di pecore sembra
volerlo salutare benché siano in pianto, orbate come sono dei
figli venduti per il sacrificio pasquale. E belando, un lamento di
madri per l'aria, chiamando i figli che non torneranno più,
vengono a sfregarsi presso Gesù, guardandolo con lo sguardo
mite. La vista delle pecore richiama gli apostoli al pensiero del
rito e interrogano Gesù quando sono quasi al Getsemani.
«Dove andremo a
consumare la Pasqua? Che luogo scegli? Dillo, e noi andremo ad
apparecchiare ogni cosa», dicono. E Giuda di Keriot:
«Dammi ordini
e andrò».
«Pietro. Giovanni.
Sentitemi». I due, che erano un poco avanti, si fanno vicino a
Gesù che li ha chiamati.
«Precedeteci
ed entrate in città per la porta del Letame. Appena
entrati, incontrerete un uomo che torna da En Rogel con una brocca
di quella buon'acqua. Seguitelo finché entra in una casa.
Direte a colui che è in essa: "Il Maestro dice: 'Dove è
la stanza dove Io possa mangiare la Pasqua coi miei discepoli?"'.
Egli vi mostrerà un gran cenacolo pronto. Apparecchiate in
esso ogni cosa. Andate solleciti e poi raggiungeteci al
Tempio».
I due partono in tutta fretta.
Gesù procede invece lentamente. Tanto è ancor fresca
mattina e le strade che immettono nella città mostrano
appena i primi pellegrini. Valicano il Cedron sul ponticello che è
prima del Getsemani. Entrano in città. Le porte, forse per un
contrordine di Pilato, rassicurato dalla assenza di dispute
intorno a Gesù, non sono più sorvegliate dai legionari.
Infatti la massima calma regna in ogni luogo. Oh! non si può
dire che non abbiano saputo contenersi i giudei! Nessuno ha molestato
il Maestro né i suoi discepoli. Ossequi bene educati, se non
affettuosi, lo hanno sempre salutato, anche se quelli che li
davano erano i più astiosi del Sinedrio. Una
sopportazione inarrivabile ha accompagnato anche la requisitoria di
ieri. Ed ecco che proprio anche ora, poiché la casa di
campagna di Caifa è proprio vicina a quella porta, ecco che
proprio ora passa, venendo da essa, un folto gruppo di farisei e di
scribi, fra i quali il figlio di Anna ed Elchia con Doras e Sadoc, ed
è un piegarsi di schiene ammantate ampiamente, che ossequiano
fra ondeggiamenti di vesti e frange e copricapi amplissimi. Gesù
saluta e passa, regale nella sua veste di lana rossa e nel manto più
cupo di tinta, il copricapo di Sintica nella mano, il sole che fa dei
suoi capelli rosso-rame un serto d'oro e un velo lucente giù
sino agli omeri. Le schiene si alzano dopo il suo passaggio e
appaiono i volti: di iene idrofobe. Giuda di Keriot, che guardava
sempre intorno con la sua faccia di traditore, con la scusa di
riallacciarsi un sandalo si fa ai margini della via e, lo vedo bene,
fa un cenno a quei tali che lo attendano... Lascia che il gruppo di
Gesù e dei discepoli vada avanti, sempre lavorando
intorno alla fibbia del suo sandalo per darsi un contegno, poi
rapido passa vicino a quelli e sussurra:
«Alla Bella. Verso sesta.
Un di voi», e sfreccia via veloce raggiungendo i compagni.
Franco, spudoratamente franco!... Salgono al Tempio. Pochi ebrei
ancora. Ma molti gentili. Gesù va ad adorare il Signore. Poi
torna indietro e ordina a Simone e Bartolomeo di comperare
l'agnello facendosi dare denari da Giuda di Keriot.
«Ma potevo fare io!»,
dice questi.
«Avrai altro da fare. Lo
sai. Vi è quella vedova alla quale portare l'obolo di Maria
di Lazzaro e dirle che dopo le feste vada a Betania, da
Lazzaro. Lo sai dove sta? Hai capito bene?».
«So, so! Mi
ha mostrato il luogo Zaccaria che la conosce bene». E
aggiunge: «Sono molto contento di andare. Più che
andare per l'agnello. Quando vado?».
«Più tardi. Non mi
fermerò molto qui. Riposerò oggi, volendo esser
forte per questa sera e per la mia orazione notturna».
«Va bene».
Ecco, io mi chiedo:
Gesù, che aveva così taciuto nei giorni scorsi ogni suo
proposito per non dare particolari a Giuda, perché ora dice,
ripete ciò che farà nella notte? La
Passione è già iniziata con la cecità di
preveggenza, o è
questa preveggenza tanto aumentata che Egli legge nei libri dei
Cieli che quella è «la notte» e che perciò
bisogna farlo sapere a chi attende di saperlo per consegnarlo ai
nemici, o lo ha sempre saputo che in quella notte deve iniziarsi la
sua immolazione? Io non so darmi risposta. Gesù non mi dà
risposta. E io resto nei miei perché, mentre osservo Gesù
che risana gli ultimi malati. Gli ultimi...
Domani, fra poche ore, non potrà più... La
Terra sarà privata del potente Risanatore di corpi. La
Vittima, però, sul suo patibolo inizierà la serie,
ininterrotta da venti secoli, dei suoi risanamenti di spiriti. Oggi
io contemplo più che descrivere. Il mio Signore mi fa
proiettare la vista spirituale da ciò che io vedo accadere,
nell'ultimo giorno di libertà di Cristo, a ciò che
è nei secoli... Oggi io contemplo più i sentimenti, i
pensieri del Maestro che non gli avvenimenti intorno a Lui. Sono già
nella comprensione angosciosa della sua tortura del Getsemani... Gesù
è sopraffatto come il solito dalla folla che è già
cresciuta, che ora è, nella più parte, ebrea e che si
dimentica di affrettarsi al luogo del sacrificio degli agnelli per
avvicinarsi a Gesù, Agnello di Dio che sta per essere
immolato. E ancora chiede, e ancora vuole spiegazioni. Molti sono
ebrei venuti dalla Diaspora, i quali, saputo per fama del Cristo, del
Profeta galileo, del Rabbi di Nazaret, sono curiosi di sentirlo
parlare e ansiosi di levarsi ogni possibile dubbio. E questi si fanno
largo supplicando quelli di Palestina così:
«Voi sempre lo avete. Voi
sapete chi è. Voi avete la sua parola quando volete. Noi
siamo venuti da lontano e ripartiremo subito dopo aver compiuto il
precetto. Lasciateci andare a Lui!». La folla si apre a fatica
per cedere il posto a questi. E questi si avvicinano a Gesù e
l'osservano curiosamente. Parlottano fra loro, gruppo per
gruppo. Gesù li osserva, anche se contemporaneamente ascolta
un gruppo di persone venute dalla Perea. Poi, licenziate queste che
gli hanno offerto denaro per i suoi poveri, così come molti
fanno, ed Egli lo ha passato a Giuda come sempre, si accinge a
parlare.
«Uni nella
religione, ma diversi di provenienza, molti fra i presenti si
chiedono: "Chi è costui che è detto il
Nazareno?", e la loro speranza e il loro dubbio cozzano
insieme. Ascoltate. Èdetto di Me:
"Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse, un
fiore verrà da questa radice e sopra di Lui riposerà
lo Spirito del Signore. Egli non giudicherà secondo quello
che apparisce agli occhi, non condannerà per ciò che
si sente con gli orecchi, ma giudicherà con giustizia i
poveri, prenderà le difese degli umili. Il germoglio della
radice di Jesse, posto quale segno fra le nazioni, sarà
invocato dai popoli e il suo sepolcro sarà glorioso.
Egli, alzata una bandiera alle nazioni, riunirà i
profughi d'Israele, i dispersi di Giuda, li raccoglierà dai
quattro punti della Terra. È detto di Me: "Ecco, il
Signore Dio viene, con possanza, il suo braccio trionferà.
Porta seco la sua mercede, ha davanti agli occhi l'opera sua. Come
un pastore pascerà il suo gregge". È detto di Me:
"Ecco il mio Servo col quale Io starò, nel quale si
compiace l'anima mia. In Lui ho diffuso il mio spirito. Egli porterà
giustizia fra le nazioni. Non griderà, non spezzerà la
canna fessa, non spegnerà il lucignolo fumigante, farà
giustizia secondo verità. Senza essere né triste
né turbolento, giungerà a stabilire sulla Terra la
giustizia, e le isole aspetteranno la sua legge". È
detto di Me: "Io, il Signore, ti ho chiamato nella giustizia,
ti ho preso per mano, ti ho preservato, ti ho fatto alleanza del
popolo e luce delle nazioni per aprire gli occhi ai ciechi e trarre
dal carcere i prigionieri e dalla sotterranea prigione quelli che
giacciono nelle tenebre". È detto di Me: "Lo
Spirito del Signore è sopra di Me, perché il Signore
mi ha unto ad annunziare la Buona Novella ai mansueti, a curare
quelli che hanno il cuore affranto, a predicare la libertà
agli schiavi, la liberazione ai prigionieri, a predicare l'anno di
grazia del Signore. È detto di Me: "Egli è il
Forte, pascerà il gregge con la fortezza del Signore,
con la maestà del nome del Signore Dio suo. A Lui si
convertiranno, perché sin da ora sarà glorificato,
fino agli ultimi confini del mondo". È detto di Me: "Io
stesso andrò in cerca delle mie pecorelle. Andrò in
cerca delle smarrite, ricondurrò le scacciate, legherò
le fratturate, ristorerò le deboli, terrò d'occhio le
grasse e robuste, le pascerò con giustizia". È
detto: "Egli è il Principe di pace e sarà la
pace". È detto: "Ecco, viene il tuo Re, il Giusto,
il Salvatore. Egli è povero, cavalca un asinello. Egli
annunzierà pace alle nazioni. Il suo dominio sarà da
mare a mare sino agli estremi della Terra". È
detto: "Settanta settimane sono state fissate per il tuo
popolo, per la tua città santa, affinché sia
tolta la prevaricazione, abbia fine il peccato, sia cancellata.
l'iniquità, venga l'eterna giustizia, siano compiute visione
e profezia, e sia unto il Santo dei santi. Dopo sette più
settantadue verrà il Cristo. Dopo sessantadue sarà
ucciso. Dopo una settimana Egli confermerà il testamento, ma
a mezzo della settimana verranno meno le ostie e i sacrifici, e sarà
nel Tempio l'abbominazione della desolazione, e durerà
sino alla fine dei secoli". Mancheranno dunque le ostie in
questi giorni? L'altare non avrà vittima? Avrà la gran
Vittima. Ecco, la vede il profeta: "Chi è costui che
viene con le vesti tinte di rosso? Èbello nel suo
vestito e cammina nella grandezza della sua forza". E come si è
tinto di porpora, Colui che è povero, la veste? Ecco, lo dice
il profeta: "Ho abbandonato il mio corpo ai percuotitori,
le mie guance a chi mi strappa la barba, non ho allontanato il
volto da chi mi oltraggia. E la mia bellezza e il mio splendore si è
perduto, e gli uomini non mi hanno più amato. Disprezzato mi
hanno gli uomini, considerato l'ultimo! Uomo di dolori, sarà
velato il mio volto e vilipeso, e mi guarderanno come un lebbroso,
mentre è per tutti che Io sarò piagato e morto".
Ecco la Vittima! Non temere, o Israele! Non temere! Non manca
l'Agnello pasquale! Non temere, o Terra! Non temere! Ecco il
Salvatore! Come pecora sarà condotto al macello, perché
lo ha voluto, e non ha aperto bocca per maledire quelli che
l'uccidono. Dopo la condanna sarà innalzato e consumato nei
patimenti, le membra slogate, le ossa scoperte, i piedi e le mani
trafitti. Ma dopo l'affanno, col quale giustificherà molti,
possederà le moltitudini perché, dopo aver
consegnato la sua vita alla morte per la salute del mondo, risorgerà
e governerà la Terra, nutrirà i popoli delle acque
viste da Ezechiele, uscenti dal vero Tempio che, anche se è
abbattuto, risorge per sua stessa forza, del vino di cui si è
anche imporporata la candida veste d'Agnello senza macchia, e
del Pane venuto dal Cielo. Sitibondi, venite alle acque! Affamati,
nutritevi! Esausti, bevete il mio vino, e voi malati! Venite voi che
non avete denaro, voi che non avete salute, venite! E voi che
siete nelle tenebre! E voi che siete morti, venite! Io sono
Ricchezza e Salute, Io sono Luce e Vita. Venite voi che cercate la
via! Venite voi che cercate la verità! Io sono Via e Verità!
Non temete di non poter consumare l'Agnello perché mancano le
ostie veramente sante in questo Tempio profanato. Tutti avrete da
mangiare dell'Agnello di Dio venuto a togliere i peccati del
mondo, come ha detto di Me l'ultimo dei profeti del mio popolo. Di
quel popolo al quale Io chiedo: Popolo mio, che ti ho fatto? In che
ti ho contristato? Che potevo darti di più di ciò
che Io non ti abbia dato? Ho istruito i tuoi intelletti, ho guarito
i tuoi malati, beneficato i tuoi poveri, sfamato le tue turbe, ti ho
amato nei tuoi figli, ho perdonato, ho pregato per te. Ti ho amato
sino al Sacrificio. E tu che appresti al tuo Signore? Un'ora,
l'ultima, ti è data, o mio popolo, o mia città regale
e santa. Convertiti
in quest'ora al Signore Dio tuo!».
«Ha detto le
parole vere!». «Così è
detto! E Lui
veramente fa quello che èdetto!».
«Come un pastore ha avuto cura di tutti!». «Come
fossimo le pecore disperse, malate, nella caligine, è venuto
a portarci alla via giusta, a guarirci anima e corpo, a
illuminarci». «Veramente tutti i popoli vanno a
Lui. Osservate là quei gentili come sono ammirati!».
«Pace ha predicato». «Amore ha dato». «Non
capisco ciò che dice del sacrificio. Parla come se dovesse
essere ucciso». «Così è, se è
l'Uomo visto dai profeti, il Salvatore». «E parla come
se tutto il popolo dovesse malmenarlo. Ciò non accadrà
mai. Il popolo, noi, lo amiamo». «È nostro amico.
Lo difenderemo». «Galileo è, e noi di Galilea
daremo la vita per Lui». «Di Davide è, e non
alzeremo la mano che per difenderlo, noi di Giudea». «E
noi, che ci amò come amò voi, noi dell'Auranite, della
Perea, della Decapoli, noi potremo dimenticarlo? Tutti, tutti lo
difenderemo». Queste le voci fra la folla ormai numerosa
molto. Labilità delle intenzioni umane! Giudico dalla
posizione del sole essere verso le nove antimeridiane dell'ora
nostra. Ventiquattr'ore più tardi questa gente sarà da
molte ore intorno al Martire per torturarlo con l'odio e le
percosse, e urlerà chiedendo la sua morte. Pochi, molto
pochi, troppo pochi fra le migliaia di persone che si affollano
da ogni parte della Palestina e oltre, e che hanno avuto luce,
salute, sapienza, perdono dal Cristo, saranno coloro che non
solo non cercheranno di strapparlo ai nemici, perché la
loro pochezza rispetto alla moltitudine dei percuotitori lo
vieta, ma anche non sapranno confortarlo dandogli prova d'amore col
seguirlo con volto amico. Le lodi, i consensi, i commenti ammirati
si spargono per l'ampio cortile come onde che dall'alto del
mare vadano lontano a morire sul lido. Degli scribi, dei giudei, dei
farisei tentano di neutralizzare l'entusiasmo del popolo, e anche il
fermento del popolo contro i nemici del Cristo, dicendo:
«Vaneggia. La stanchezza
sua è tanta e lo conduce a delirare. Vede persecuzioni dove
sono onori. Il suo dire ha fiumi della solita sua sapienza, ma
mescolati a frasi di delirio. Nessuno gli vuol fare del male.
Abbiamo capito. Capito chi è...». Ma la gente è
incerta di tanta conversione di umori, e qualcuno fra essa si
ribella dicendo: «Egli mi guarì un figlio demente.
So ciò che è la pazzia. Non così parla uno che
è folle!». E un altro: «Lasciali dire. Sono
vipere che hanno paura che il bastone del popolo spezzi loro le
reni. Cantano la dolce canzone dell'usignolo per ingannarci, ma
se ascolti bene c'è dentro il fischio del serpe». E un
altro ancora:
«Scolte del popolo di
Cristo, all'erta! Quando nemico carezza ha il pugnale nascosto nella
manica e tende la mano per colpire. Occhi aperti e cuore pronto! Gli
sciacalli non possono diventare docili agnelli».
«Dici bene: il gufo alletta
e incanta gli uccellini ingenui con l'immobilità del suo
corpo e con la mendace letizia del suo saluto. Ride e invita
col suo grido, ma è già pronto a divorare». E
così via, da gruppo a gruppo. Ma vi sono anche i gentili.
Questi gentili che sono stati costanti e sempre più numerosi
ad ascoltare il Maestro in questi giorni di festa. Sempre ai margini
della folla, perché l'esclusivismo ebreo-palestinese è
forte e li respinge volendo i primi posti intorno al Rabbi, essi
hanno desiderio di avvicinarlo e parlargli. Un folto gruppo di essi
occhieggia Filippo, che la folla ha spinto in un angolo. Si
accostano a lui dicendo:
«Signore, noi desideriamo
vedere da vicino Gesù, il tuo Maestro. E parlargli almeno una
volta». Filippo si alza sulle punte dei piedi per vedere se
scorge qualche apostolo più vicino al Signore. Vede Andrea e
gli grida, dopo averlo chiamato:
«Qui sono dei gentili che
vorrebbero salutare il Maestro. Chiedigli se vuole accoglierli».
Andrea, separato da Gesù di qualche metro, pigiato nella
folla, si fa largo senza riguardi, lavorando generosamente di
gomiti e urlando:
«Fate largo! Fate largo,
dico. Devo andare dal Maestro». Lo raggiunge e gli trasmette
il desiderio dei gentili.
«Conducili in quell'angolo.
Io verrò a loro». E mentre Gesù cerca di passare
fra la gente, Giovanni, che è tornato con Pietro, Pietro
stesso, Giuda Taddeo, Giacomo di Zebedeo e Tommaso, che lascia il
gruppo dei suoi parenti, trovato fra la folla, per aiutare i
compagni, lottano a fargli strada. Ecco Gesù là dove
già sono i gentili che lo ossequiano.
«La pace a voi. Che volete
da Me?».
«Vederti.
Parlarti. Le tue parole ci hanno conturbati. Desideravamo
sempre di parlarti per dirti che la tua parola ci colpisce. Ma
attendevamo di farlo in momento propizio.Oggi... Tu parli di
morte... Noi temiamo di non poter più parlarti se non
prendiamo quest'ora. Ma è possibile che gli ebrei possano
uccidere il loro figlio migliore? Noi siamo gentili e la tua mano
non ci beneficò. La tua parola ci era sconosciuta. Avevamo
sentito parlare di Te vagamente. Ma non ti avevamo mai visto né
avvicinato. Eppure, lo vedi! Noi ti rendiamo omaggio. Tutto il mondo
con noi ti onora».
«Si, l'ora
è venuta nella quale il Figlio dell'uomo deve essere
glorificato dagli uomini e dagli spiriti».
Ora la gente è di nuovo intorno a Gesù. Ma con la
differenza che in prima fila sono i gentili e indietro gli altri.
«Ma allora, se è
l'ora della tua glorificazione, Tu non morrai come dici, o come
abbiamo capito. Perché non è essere glorificato
morire in tal modo. Come potrai riunire il mondo sotto il tuo
scettro, se Tu muori prima di averlo fatto? Se il tuo braccio
si immobilizzerà nella morte, come potrà trionfare e
radunare i popoli?».
«Morendo dò
vita. Morendo edifico.
Morendo creo il Popolo nuovo. È nel sacrificio che si ha la
vittoria. In verità vi dico che, se il granello di frumento
caduto sulla terra non muore, rimane infecondo. Ma se invece muore,
ecco che produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perderà.
Chi odia la sua vita in questo mondo la salverà per la vita
eterna. Io poi ho il dovere di morire per dare questa vita eterna a
tutti coloro che mi seguono per servire la Verità. Chi
mi vuole servire venga: non è limitato il posto nel mio regno
a questo o a quel popolo. Chiunque mi vuol servire venga e mi segua,
e dove Io sono sarà pure il mio servo. E chi mi serve
l'onorerà il Padre mio, unico, vero Iddio, Signore del Cielo
e della Terra, Creatore di tutto quanto è, Pensiero, Parola,
Amore, Vita, Via, Verità; Padre, Figlio, Spirito Santo,
Uno essendo Trino, Trino essendo unico, solo, vero Dio. Ma ora
l'anima mia è turbata. E che dirò? Dirò forse:
"Padre, salvami da quest'ora"? No. Perché Io sono
venuto per questo: per giungere a quest'ora. E allora dirò:
"Padre, glorifica il tuo Nome! "».
Gesù apre le
braccia in croce, una croce porpurea contro il candore dei marmi del
portico, e alza il volto, offrendosi, pregando, salendo
coll'anima al Padre. E una voce, più forte del tuono,
immateriale nel senso che non è simile a nessuna voce d'uomo,
ma sensibilissima per tutti gli orecchi, empie il cielo sereno
della bellissima giornata d'aprile e vibra, più potente di
accordo d'organo gigante, bellissima nella sua tonalità,
e proclama: «E Io l'ho glorificato e ancora lo glorificherò».
La gente ha avuto paura. Quella voce, così potente che ne ha
vibrato il suolo e ciò che su esso si trova, quella voce
misteriosa, diversa da ogni altra, veniente da una fonte che è
sconosciuta, quella voce che empie tutto, da settentrione a
mezzogiorno, da oriente a occidente, terrorizza gli ebrei e
stupisce i pagani. I primi si gettano, sol che possano farlo, al
suolo, mormorando nel tremore:
«Ora morremo! Abbiamo
sentito la voce del Cielo. Un angelo gli ha parlato!», e si
battono il petto in attesa della morte. I secondi gridano:
«Un tuono! Un
boato! Fuggiamo! La Terra ha ruggito! Ha tremato!». Ma fuggire
è impossibile in quella ressa che si accresce di quelli che,
ancor fuor dalle mura del Tempio, accorrono entro di esse gridando:
«Pietà
di noi! Corriamo! Qui è luogo santo. Non si fenderà il
monte dove sorge l'altare di Dio!». E perciò ognuno
resta dove e, dove lo blocca la folla e lo spavento. Sulle terrazze
del Tempio accorrono i sacerdoti, gli scribi, i farisei che erano
sparsi per i meandri di esso, e leviti, e strategoi. Agitati,
sbalorditi. Ma di tutti loro non scendono, fra la gente che è
nei cortili, altro che Gamaliele con suo figlio. Gesù lo vede
passare, tutto candido nella veste di lino, che è così
bianca da splendere persino sotto il forte sole che la investe.
Gesù, guardando Gamaliele ma come parlando per tutti, alza
la voce dicendo: «Non per Me, ma per voi è venuta
questa voce dal Cielo». Gamaliele si arresta, si volge,
trivella con gli sguardi dei suoi occhi profondi e nerissimi - che
l'abitudine ad essere un
maestro venerato
come un semidio fa involontariamente duri come quelli dei rapaci -
lo sguardo zaffireo, limpido, dolce nella sua maestà, di
Gesù... E Gesù prosegue:
«Ora si ha il giudizio di
questo mondo. Ora il Principe delle Tenebre sta per essere cacciato
fuori. Ed Io, quando sarò innalzato, trarrò tutti a
Me, perché così salverà il Figlio
dell'uomo». «Noi abbiamo imparato dai libri della Legge
che il Cristo vive in eterno. E Tu ti dici il Cristo e dici che devi
morire. E ancora dici che sei il Figlio dell'uomo e salverai essendo
esaltato. Chi sei dunque? Il Figlio dell'uomo o il Cristo? E
chi è il Figlio dell'uomo?», dice la folla che si
rinfranca. «Sono un'unica Persona. Aprite gli occhi alla Luce.
Ancora per un poco la Luce è con voi. Camminate verso la
Verità sinché avete la Luce fra voi, affinché
non vi sorprendano le tenebre. Coloro che camminano nel buio
non sanno dove vadano a finire. Finché avete fra voi la Luce
credete ad Essa, per essere figli della Luce».
Tace. La folla è perplessa
e divisa. Una parte se ne va scrollando il capo. Una parte osserva
l'atteggiamento dei principali dignitari: farisei, capi dei
sacerdoti, scribi... e specie di Gamaliele, e regola i propri moti su
questo atteggiamento. Altri ancora approvano col capo e si
inchinano a Gesù con chiari segni di volergli dire:
«Crediamo! Ti onoriamo per ciò che sei». Ma non
osano schierarsi apertamente in suo favore. Hanno paura degli occhi
attenti dei nemici di Cristo, dei potenti, che li sorvegliano
dall'alto delle terrazze che sovrastano i superbi porticati che
cingono i cortili del Tempio. Anche Gamaliele, dopo essere rimasto
pensieroso qualche minuto, e par che interroghi i marmi che
pavimentano il suolo per avere risposta alle sue interne domande, si
riavvia verso l'uscita dopo aver scrollato testa e spalle come per
disappunto o sprezzo... e passa diritto davanti a Gesù senza
più guardarlo. Gesù invece lo guarda, con
compassione... e alza di nuovo la voce, fortemente - è come un
bronzeo squillo - per superare ogni rumore ed essere sentito dal
grande scriba che se ne va deluso. Par che parli per tutti, ma parla
per lui solo, è palese.
Dice a voce altissima:
«Chi crede in Me non crede,
in verità, in Me, ma in Colui che mi ha mandato, e chi vede
Me vede Colui che mi ha mandato. E questo Colui è bene il Dio
d'Israele! Perché non c’è altro Dio fuor che Lui.
Per questo dico: se non potete credere a Me come a colui che è
detto figlio di Giuseppe di Davide ed è figlio di Maria,
della stirpe di Davide, della Vergine vista dal profeta, nato a
Betlemme, come è detto dalle profezie, precorso dal
Battista, ancor come è detto da secoli, credete almeno alla
Voce del vostro Dio che vi ha parlato dal Cielo. Credete in Me come
Figlio di questo Dio d'Israele. Ché, se non credete a Chi vi
ha parlato dal Cielo, non Me offendete, ma il Dio vostro di cui sono
Figlio. Non vogliate rimanere nelle tenebre! Io sono venuto Luce al
mondo affinché chi crede in Me non resti nelle tenebre. Non
vogliate crearvi dei rimorsi, che non potreste più
placare quando Io fossi tornato là donde sono venuto, e che
sarebbero un ben duro castigo di Dio sulla vostra pervicacia.
Io sono pronto a perdonare sinché sono fra voi, sinché
il giudizio non è fatto, e per quanto sta a Me ho desiderio
di perdonare. Ma diverso è il pensiero del Padre mio.
Perché Io sono la Misericordia ed Egli è la Giustizia.
In verità vi dico che, se uno ascolta le mie parole e non le
osserva poi, Io non lo giudico. Non sono venuto nel mondo per
giudicare, ma per salvare il mondo. Ma anche se Io non giudico,
in verità vi dico che vi è chi vi giudica per le
vostre azioni. Il Padre mio, che mi ha mandato, giudica coloro che
respingono la sua Parola. Si, chi mi disprezza e non riconosce
la Parola di Dio e non riceve le parole del Verbo, ecco che ha chi
lo giudica: la stessa Parola che Io ho annunziata, quella lo
giudicherà nel giorno estremo. Dio non si irride, è
detto. E il Dio irriso sarà terribile a coloro che lo
giudicarono pazzo e mentitore. Ricordate tutti che le parole che mi
avete sentito dire sono di Dio. Perché Io non ho parlato di
mio, ma il Padre che mi ha mandato, Egli stesso mi ha
prescritto quello che debbo dire e di che devo parlare. E Io
ubbidisco al suo comando perché Io so che il suo comandamento
è giusto. Vita eterna è ogni comando di Dio. Ed Io,
vostro Maestro, vi do l'esempio di ubbidienza ad ogni comando
di Dio. Perciò siate certi che le cose che vi ho dette e vi
dico, le ho dette e le dico così come mi ha detto il Padre
mio di dirvele. E il Padre mio è il Dio di Abramo, Isacco,
Giacobbe; il Dio di Mosè, dei patriachi e dei profeti, il Dio
d'Israele, il Dio vostro».
Parole di luce, che
cadono nelle tenebre che già si incupiscono nei cuori!
Gamaliele, che si era nuovamente fermato, a capo chino, riprende
ad andare... Altri lo seguono crollando il capo o sogghignando...
Anche Gesù se ne va... Ma prima dice a Giuda di Keriot:
«Va' dove devi andare»,
e agli altri: «Ognuno è libero di andare. Dove
deve o dove vuole. Con Me restino i discepoli pastori».
«Oh! prendi anche me con
Te, Signore!», dice Stefano. «Vieni...». Si
separano.
Non so dove va Gesù. Ma so
dove va Giuda di Keriot. Va alla porta Speciosa o Bella, salendo i
diversi scalini che dall'atrio dei Gentili portano a quello delle
donne, e dopo averlo attraversato, salendo al termine di esso altri
scalini, occhieggia nell'atrio degli Ebrei e con ira batte il
piede al suolo non trovando chi cerca. Torna indietro. Vede una delle
guardie del Tempio. La chiama. Ordina, con la sua solita
arroganza: «Va' da Eleazar ben Anna. Che venga subito alla
Bella. Lo attende Giuda di Simone per cose gravi». Si
appoggia a una colonna e attende. Poco tempo. Eleazaro figlio di
Anna, Elchia, Simone, Doras, Cornelio, Sadoc, Nahum e altri accorrono
con un grande svolazzio di vesti. Giuda parla a voce bassa ma
concitata:
«Questa sera! Dopo la cena.
Al Getsemani. Veniteci e prendetelo. Datemi il denaro». «No.
Te lo daremo quando tu verrai a prenderci questa sera. Non ci
fidiamo di te! Ti vogliamo con noi. Non si sa mai!», ghigna
Elchia. Gli altri assentono in coro. Giuda avvampa di sdegno per
l'insinuazione. Giura:
«Lo giuro su Jeové
che dico il vero!». Sadoc gli risponde:
«Va bene. Ma è
meglio fare così. Quando è l'ora tu vieni, prendi i
preposti alla cattura e vai con loro, ché non avvenga che le
guardie stolte arrestino Lazzaro, al caso, e facciano accadere guai.
Tu indicherai ad esse, con un segno, l'uomo... Devi capire! È
notte,... ci sarà poca luce... le guardie saranno stanche,
assonnate... Ma se tu guidi!... Ecco! Che dite?». Si
volge ai compagni il perfido Sadoc e dice:
«Io
proporrei per segnale un bacio. Un bacio! Il miglior segno per
indicare l'amico tradito. Ah! Ah!»
Ridono tutti. Un coro di demoni sghignazzanti. Giuda è
furente. Ma non arretra. Non arretra più. Soffre per lo
scherno che gli fanno, non per quello che sta per fare. Tanto che
dice:
«Ma ricordate che voglio le
monete contate nella borsa prima di uscire di qui con le
guardie».
«Le avrai! Le
avrai! Anche la borsa ti daremo, perché tu possa conservare
quelle monete come reliquia del tuo amore. Ah! Ah! Ah! Addio,
serpe!». Giuda è livido. Ègià
livido. Non
perderà mai più quel colore e
quell'espressione di spavento disperato. Essa, anzi, coll'andar
delle ore si accentuerà sempre più, sino ad essere
insostenibile alla vista quando penzolerà dall'albero...
Fugge via...
Gesù si è
rifugiato nel giardino di una casa amica. Un quieto giardino delle
prime case di Sion. Mura alte e antiche lo cingono. È
silenzioso e fresco,
coperto come è dalle fronde semoventi di vecchi alberi. Una
voce di donna canta poco lontano una dolce ninna-nanna. Devono
essere passate delle ore, perché i servi di Lazzaro, di
ritorno dopo essere andati non so dove, dicono:
«I tuoi discepoli sono
già nella casa dove si prepara per la cena, e Giovanni, dopo
aver portato con noi i frutti ai figli di Giovanna di Cusa, se ne è
andato a prendere le donne per accompagnarle da Giuseppe di
Alfeo, che è venuto solo oggi, quando sua madre non sperava
più di vederlo, e poi da lì alla casa della cena,
perché è il vespero».
«Andremo anche noi. Sono
venute le ore delle cene...». Gesù si alza
rimettendosi il manto.
«Maestro, li
fuori ci sono delle persone. Persone di censo. Vorrebbero parlarti
senza esser viste dai farisei», dice un servo.
«Falli entrare. Ester non
si opporrà. Non è vero, donna?», dice Gesù
rivolgendosi ad una matura donna che sta accorrendo per salutarlo.
«No, Maèstro. La mia
casa è tua, lo sai. Per troppo poco hai usato di essa!».
«Tanto che basti a dire al
mio cuore: era casa amica». Ordina al servo: «Conduci
chi attende». Entrano una trentina di persone di dignitoso
aspetto. Ossequiano. Uno parla per tutti:
«Maestro, le
tue parole ci hanno scosso. Abbiamo sentito in Te la voce di Dio. Ma
ci dicono folli perché crediamo in Te. Che fare allora?».
«Non a Me
crede chi crede in Me, ma crede a Colui che mi ha mandato e del
quale oggi avete sentito la voce santissima. Non Me vede chi vede
Me, ma vede Colui che mi ha mandato, perché Io sono una sola
cosa col Padre mio. Per questo vi dico che dovete credere per non
offendere Dio che mi è e
vi è
Padre, e vi ama sino a sacrificarvi il suo Unigenito. Ché, se
è dubbio nei cuori che Io sia il Cristo, non vi è
dubbio che Dio sia nel Cielo. E la voce di Dio, che Io ho chiamato
Padre, oggi al Tempio, chiedendogli di dare gloria al suo Nome,
ha risposto a Colui che Padre lo chiamava, e senza dirgli
"mentitore o bestemmiatore" come molti dicono. Dio ha
confermato chi Io sono. La sua Luce. Io sono la Luce venuta al
mondo. Io sono venuto Luce al mondo affinché chi crede
in Me non resti nelle Tenebre. Se uno ascolta le mie parole e poi
non le osserva, Io non lo giudico. Non sono venuto a giudicare
il mondo ma a salvare il mondo. Chi mi disprezza e non riceve le mie
parole ha chi lo giudica. La Parola da Me annunciata, quella sarà
che lo giudicherà nel giorno estremo. Perché era
sapiente, perfetta, dolce, semplice, così come è Dio.
Perché
quella Parola è Dio. Non
sono Io, Gesù di Nazaret, detto il figlio di Giuseppe
legnaiolo della stirpe di Davide e figlio di Maria, fanciulla ebrea,
vergine della stirpe di Davide sposata a Giuseppe, che ho parlato.
No. Io non ho parlato di mio. Ma è il Padre mio, Colui che è
nei Cieli e ha nome Jeové, Colui che oggi ha parlato, Colui
che mi ha mandato, che mi ha prescritto quello che devo dire e di
che ho da parlare. E Io so che nel suo comandamento è vita
eterna. Le cose dunque che dico le dico come me le ha dette il
Padre, e in esse è Vita. Per questo vi dico: ascoltatele.
Mettetele in pratica e avrete la Vita. Perché la mia
parola è Vita. E chi l'accoglie, accoglie, insieme a Me,
il Padre dei Cieli che mi ha mandato a darvi la Vita. E chi ha
in sé Dio ha in sé la Vita. Andate. La pace venga a
voi e vi permanga».
Li benedice e congeda. Benedice
anche i discepoli. Trattiene solamente Isacco e Stefano. Gli altri li
bacia e li congeda. E quando sono andati, esce per ultimo insieme ai
due e va con essi, per le viette più solitarie e già
scure, alla casa del Cenacolo. E, giunto là, abbraccia e
benedice con particolare amore Isacco e Stefano, li bacia, li
benedice di nuovo, li guarda andare e poi bussa ed entra...
Dice Gesù:
«Metterai qui
le visioni dell'addio a mia Madre, del Cenacolo, della Cena. E ora
facciamo noi due, Io e te, la vera
commemorazione
pasquale. Vieni...
(..)Vedo il cenacolo
dove deve consumarsi la Pasqua. Lo vedo distintamente. Potrei
enumerare tutte le rugosità del muro e le crepe del pavimento.
Èuno stanzone non
perfettamente quadrato, ma anche poco rettangolare. Vi sarà la
differenza di un metro o poco più, al massimo, fra il lato più
lungo e quello più corto. É basso di soffitto. Forse
appare tale anche per la sua grandezza, alla quale non corrisponde
l'altezza. É lievemente a volta, ossia i due lati più
corti non finiscono ad angolo retto col soffitto, ma con un angolo
smusso fatto così: In questi due lati più corti vi sono
due larghe finestre, larghe e basse, prospicienti. Non vedo dove
guardano, se su un cortile o su una via, perché ora hanno le
impannate, che le chiudono, chiuse. Ho detto: impannate. Non so se
sia giusto il termine. Sono delle imposte di tavoloni ben serrate in
grazia di una sbarra di ferro che le traversa. Il pavimento è
a larghi mattoni di terra-cotta, che il tempo ha reso pallida,
quadrati. Dal centro del soffitto pende un lume ad olio a più
becchi. Nelle due pareti più lunghe, una è tutta senza
aperture. Nell'altra, invece, vi è una porticina in un angolo,
alla quale si accede per una scaletta senza ringhiera di sei scalini,
terminanti in un ripiano di un metro quadro. Su questo vi è,
contro la parete, un altro gradino, sul quale si apre la porta a filo
del gradino. Non so se mi sono spiegata. Mi sforzo a fare il grafico.
Le pareti sono semplicemente imbiancate, senza fregi o righe.
Al centro della stanza, un tavolone rettangolare, molto lungo
rispetto alla larghezza, messo parallelo alla parete più
lunga, di legno semplicissimo. Contro le pareti lunghe, quelli che
saranno i sedili. Alle pareti corte, sotto la finestra di un lato,
una specie di cassapanca con su dei bacili e delle anfore, e sotto
l'altra finestra una credenza bassa e lunga, sul cui piano per ora
non c'è nulla. E questa è la descrizione della stanza
dove si consumerà la Pasqua. É tutt'oggi che la vedo
distintamente, tanto che ho potuto contare i gradini ed
osservare tutti i particolari. Ora, poi, che viene la notte, il mio
Gesù mi conduce al resto della contemplazione. Vedo che
lo stanzone conduce, per la scaletta dai sei gradini, in un
andito scuro che a sinistra, rispetto a me, si apre sulla via con una
porta larga, bassa e molto massiccia, rinforzata di borchie e strisce
di ferro. Di fronte alla porticina, che dal cenacolo conduce
nell'andito, vi e un altra porta che conduce ad un'altra stanza, meno
vasta. Direi che il cenacolo è stato ricavato da un
dislivello del suolo rispetto al resto della casa e della via, è
come un seminterrato, una mezza cantina ripulita od aggiustata, ma
sempre infossata per un buon metro nel suolo, forse per farlo più
alto e proporzionato alla sua vastità. Nella stanza che vedo
ora vi è Maria con altre donne. Riconosco Maddalena e
Maria madre di Giacomo, Giuda e Simone. Sembra che siano appena
arrivate, condotte da Giovanni, perché si levano i manti
e li posano piegati sugli sgabelli sparsi per la stanza, mentre
salutano l'apostolo che se ne va e una donna e un uomo accorsi al
loro arrivo, che ho l'impressione siano i padroni di casa e discepoli
o simpatizzanti per il Nazareno, perché sono pieni di
premure e di rispettosa confidenza per Maria. Questa è vestita
di celeste cupo, un azzurro di indaco scurissimo. Ha sul capo il
velo bianco, che appare quando si leva il manto che le copre anche il
capo. E molto sciupata in volto. Pare invecchiata. Molto triste, per
quanto sorrida con dolcezza. Molto pallida. Anche i movimenti sono
stanchi e incerti, come quelli di persona assorta in un suo
pensiero. Dalla porta socchiusa vedo che il proprietario va e viene
nell'andito e nel cenacolo, che illumina completamente accendendo
i restanti becchi della lumiera. Poi va alla porta di strada e
la apre, ed entra Gesù con gli apostoli. Vedo che è
sera, perché le ombre della notte scendono già nella
via stretta fra case alte. É con tutti gli apostoli. Saluta il
proprietario col suo abituale saluto:
«La pace sia a questa
casa», e poi, mentre gli apostoli scendono nel cenacolo,
Egli entra nella stanza dove è Maria. Le pie donne salutano
con profondo rispetto e se ne vanno, chiudendo la porta e lasciando
liberi la Madre e il Figlio. Gesù abbraccia sua Madre e la
bacia in fronte. Maria bacia prima la mano al Figlio e poi la
guancia destra. Gesù fa sedere Maria e si siede al suo
fianco, su due sgabelli vicini. La fa sedere, accompagnandola
ad essi per mano, e continua a tenere la mano anche quando Ella è
seduta. Anche Gesù è assorto, pensieroso, triste, per
quanto si sforzi a sorridere. Maria ne studia con ansia
l'espressione. Povera Mamma, che per la grazia e per l'amore
comprende che ora sia questa! Delle contrazioni di dolore scorrono
sul viso di Maria, ed i suoi occhi si dilatano ad un'interna visione
di spasimo. Ma non fa scene. É maestosa come il Figlio. Egli
le parla. La saluta e si raccomanda alle sue preghiere.
«Mamma, sono
venuto per prendere forza e conforto da te. Sono come un piccolo
bambino, Mamma, che ha bisogno del cuore della madre per il suo
dolore e del seno della madre per sua forza. Sono tornato, in
quest'ora, il tuo piccolo Gesù di un tempo. Non sono il
Maestro, Mamma. Sono unicamente il Figlio tuo, come a Nazareth
quando ero piccino, come a Nazareth prima di lasciare la vita
privata. Non ho che te. Gli uomini, in questo momento, non sono
amici, e leali, del tuo Gesù. Non sono neppure coraggiosi nel
bene. Solo i malvagi sanno essere costanti e forti nell'operare il
male. Ma tu mi sei fedele e sei la mia fòrza, Mamma, in
quest'ora. Sostienimi col tuo amore e col tuo orare. Non ci sei
che tu che in quest'ora sai pregare, fra chi più o meno
mi ama. Pregare e comprendere. Gli altri sono in festa, assorbiti da
pensieri di festa o da pensieri di delitto, mentre Io soffro di
tante cose.
Molte cose moriranno dopo quest'ora. E fra queste la loro umanità,
e sapranno essere degni di Me, tutti meno colui che s'è
perduto e che nessuna forza vale a ricondurre almeno al pentimento.
Ma per ora sono ancora uomini tardi che non mi sentono morire,
mentre essi giubilano credendo più che mai prossimo il
mio trionfo. Gli osanna di pochi giorni or sono li hanno ubriacati.
Mamma, sono venuto per quest'ora e soprannaturalmente la vedo
giungere con gioia. Ma il mio Io
anche la teme,
perché questo calice ha nome tradimento, rinnegamento,
ferocia, bestemmia, abbandono. Sostienimi, Mamma. Come quando col
tuo pregare hai attirato su te lo Spirito di Dio, dando per Esso al
mondo l'Aspettato delle genti, attira ora sul Figlio tuo la forza
che m'aiuti a compiere l'opera per cui venni. Mamma, addio.
Benedicimi, Mamma; anche per il Padre. E perdona a tutti.
Perdoniamo insieme, da ora perdoniamo a chi ci tortura».
Gesù è scivolato,
parlando, ai piedi della Madre, in ginocchio, e la guarda
tenendola abbracciata alla vita. Maria piange senza gemiti, col volto
lievemente alzato per una interna preghiera a Dio. Le lacrime
rotolano sulle guance pallide e cadono sul suo grembo e sul capo che
Gesù le appoggia alla fine sul cuore. Poi Maria mette la
sua mano sul capo di Gesù come per benedirlo e poi si china,
lo bacia fra i capelli, glieli carezza, gli carezza le spalle, le
braccia, gli prende il volto fra le mani e lo volge verso di
Lei, se lo serra al cuore. Lo bacia ancora fra le lacrime, sulla
fronte, sulle guance, sugli occhi dolorosi, se lo ninna, quel
povero capo stanco, come fosse un bambino, come l'ho vista ninnare
nella Grotta il Neonato divino. Ma non canta, ora. Dice solo:
«Figlio! Figlio! Gesù!
Gesù mio!». Ma con una tal voce che mi strazia. Poi
Gesù si rialza. Si aggiusta il manto, resta in piedi di
fronte alla Madre, che piange ancora, e a sua volta la benedice. Poi
si dirige alla porta. Prima di uscire le dice:
«Mamma, verrò
ancora prima di consumare la mia
Pasqua. Prega
attendendomi».
Ed esce.
***
(...)Comincia la sofferenza del
Giovedì Santo. Gli apostoli, e sono dieci, si dànno un
gran da fare a preparare il Cenacolo. Giuda, arrampicato sul
tavolo, osserva se l'olio è in tutti i palloncini del grande
lampadario, che pare una corolla di fucsia doppia, perché
ha uno stelo circondato da cinque lumi in ampolle simili a petali,
poi un secondo giro, più in basso, che è tutta una
coroncina di fiammelle, poi ha, per ultimo, tre esili lampadine
sospese a catenelle che sembrano i pistilli del luminoso fiore.
Poi scende con un salto e aiuta Andrea a disporre con arte le
stoviglie sulla tavola, su cui viene stesa una finissima tovaglia.
Sento Andrea che dice:
«Che splendido lino!».
E l'Iscariota:
«Uno dei migliori di
Lazzaro. Marta l'ha voluta portare per forza».
«E questi calici? e queste
anfore, allora?», osserva Tommaso che ha messo il vino nelle
anfore preziose e le rimira, specchiandosi nelle loro pance
snelle, e ne carezza i manici a cesello con occhio
d'intenditore.
«Chissà che valore,
eh?», chiede Giuda Iscariota. «É lavorato a
martello. Mio padre ne andrebbe pazzo. L'argento e l'oro in
foglia si piega, quando è caldo, con facilità. Ma
trattato così... É un momento rovinare tutto. Basta un
colpo mal dato. Ci vuole forza e leggerezza insieme. Vedi i manici?
Tratti dal blocco. Non saldati. Cose da ricchi... Pensa che tutta la
limatura e lo sbozzato si perdono. Non so se mi capisci».
«Eh! se
capisco! Insomma è come uno che fa scoltura».
«Proprio così».
Tutti ammirano. Poi tornano al loro lavoro. Chi dispone i sedili e
chi fa pronte le credenze. Entrano insieme Pietro e Simone.
«Oh! siete venuti
finalmente! Dove siete andati di nuovo? Dopo essere giunti col
Maestro e noi, siete da capo fuggiti», dice l'Iscariota.
«Ancora un'incombenza prima dell'ora», risponde breve
Simone.
«Hai delle malinconie?».
«Credo che, con quello che si è udito in questi giorni,
e da quelle labbra che mai trovammo menzognere, ce ne sia ben
ragione».
«E con quel puzzo di...
Bene, sta' zitto, Pietro», borbotta Pietro fra i denti. «Anche
tu!... Mi sembri folle da qualche giorno. Hai la faccia di un
coniglio selvatico che si sente dietro lo sciacallo»,
risponde Giuda Iscariota.
«E tu hai il muso della
fama. Anche tu non sei molto bello da qualche giorno. Guardi in un
modo... Hai persino l'occhio storto... Chi aspetti, o che speri
vedere? Sembri sicuro, vuoi farlo parere, ma assomigli a chi ha
paura», rimbecca Pietro.
«Oh! Quanto a
paura!... Non sei certo un eroe neppure tu!». «
Nessuno lo siamo, Giuda. Tu porti
il nome del Maccabeo, ma non lo sei. Io dico, col mio, "Dio fa
grazie", ma ti giuro che ho in me il tremito di chi sa di
portare disgrazia e di essere soprattutto in disgrazia di Dio.
Simone di Giona, ribattezzato "la pietra", è ora
molle come cera al fuoco. Non si agguanta più col suo volere.
E si che mai lo vidi pauroso nelle più fiere tempeste!
Matteo, Bartolmai e Filippo sembrano sonnambuli. Mio fratello e
Andrea non fanno che sospirare. I due cugini, in cui è il
dolore del sangue con quello dell'amore al Maestro, guardali.
Sembrano uomini già vecchi. Tommaso ha perduto la sua
giocondità. E Simone sembra tornato il lebbroso sfinito di or
sono tre anni, tanto è scavato da un dolore, direi corroso,
livido, avvilito», gli risponde Giovanni.
«Sì. Ci ha
suggestionati tutti con la sua melanconia», osserva
l'Iscariota. «Mio cugino Gesù, il mio e vostro Maestro
e Signore, è e non è melanconico. Se vuoi dire, con
questo nome, che è triste per il troppo dolore che tutto
Israele gli sta dando, e che noi vediamo, e per l'altro occulto
dolore che Egli solo vede, ti dico: "Hai ragione". Ma se
usi quel termine per dirlo folle, te lo proibisco», dice
Giacomo di Alfeo.
«E non è follia
un'idea fissa di malinconia? Io ho studiato anche il profano. E so.
Egli troppo ha dato di Sé. Ora è uno stanco di mente».
«Il che significa demente. Non è vero?», chiede
l'altro cugino Giuda, in apparenza calmo.
«Proprio così! Aveva
visto bene tuo padre, giusto di santa memoria, al quale tanto tu
somigli in giustizia e sapienza! Gesù, triste destino di
una illustre casa troppo vecchia e colpita da senilità
psichica, ha sempre avuto una tendenza a questa malattia. Dolce
dapprima, poi sempre più aggressiva. Tu hai visto come ha
attaccato farisei e scribi, sadducei ed erodiani. Si è resa
impossibile la vita come un cammino sparso di schegge di
quarzo. E da Sé se le è sparse. Noi... lo amammo tanto
che l'amore ci fu velo. Ma quelli che l'amarono non idolatramente
- tuo padre, tuo fratello Giuseppe, e Simone dapprima - videro
giusto... Dovevamo aprire gli occhi alle loro parole. Invece siamo
stati tutti sedotti dal suo dolce fascino di malato. Edora... Mah!».
Giuda Taddeo, che, alto come l'Iscariota, gli è proprio di
fronte e pare udirlo con pace, ha uno scatto violento e, con un
manrovescio potente, getta Giuda supino su uno dei sedili, e con una
collera contenuta nella voce gli fischia, curvandosi sul volto
del vigliacco, che non reagisce forse temendo che il Taddeo sia a
conoscenza del suo crimine:
«Questo per la demenza,
rettile! E solo perché Egli è di là, ed è
sera di Pasqua, non ti strozzo. Ma pensa, pensalo bene! Se gli
avviene del male, e non c'è più Lui a fermare la mia
forza, nessuno ti salva. É come tu già avessi il
capestro al collo, e saranno queste mie mani oneste e forti, di
artiere galileo e di discendente del frombolatore di Golia, che
te lo faranno. Alzati, smidollato libertino! E regolati!».
Giuda si alza,
livido, senza la minima reazione. E, ciò che mi stupisce,
nessuno ha
una reazione al gesto nuovo del Taddeo. Anzi!... È chiaro
che tutti approvano. É appena ricomposto l'ambiente che entra
Gesù. Si affaccia sulla soglia della porticina, dalla
quale la sua alta persona appena passa, mette piede sul ballatoio di
così poco spazio e col suo mite, mesto sorriso dice, aprendo
le braccia:
«La pace sia
con voi». La
sua voce è stanca, come quella di uno che languisce nel
fisico o nel morale. Scende.
Carezza sul capo biondo Giovanni che gli è corso vicino.
Sorride, come ignaro, al cugino Giuda e dice all'altro cugino:
«Tua madre ti
prega di essere dolce con Giuseppe. Ha chiesto di Me e di te poco fa
alle donne. Mi spiace non averlo salutato».
«Lo farai domani».
«Domani?... Ma avrò
sempre tempo di vederlo... Oh! Pietro! Staremo un poco insieme,
finalmente! Da ieri mi sembri un fuoco fatuo. Ti vedo, poi non ti
vedo più. Oggi quasi posso dire che ti ho perso. Anche tu,
Simone».
«I nostri capelli più
bianchi che neri ti possono fare sicuro che non fummo assenti per
fame di carne», dice serio Simone.
«Per quanto... a tutte le
età si possa avere quella fame... I vecchi! Peggio dei
giovani...», dice l'Iscariota offensivo. Simone lo guarda e
sta per ribattere. Ma lo guarda anche Gesù e dice:
«Ti duole un dente? Hai la
guancia destra gonfia e rossa».
«Sì.
Ho male. Ma non merita occuparsene». Gli altri non dicono
nulla e la cosa muore così.
«Avete fatto tutto quanto
era da fare? Tu, Matteo? E tu, Andrea? E tu, Giuda, hai pensato
all'offerta al Tempio?». Tanto i due primi come l'Iscariota
dicono:
«Tutto fatto
di quello che avevi detto da farsi per oggi. Sta' quieto». «Io
ho portato le primizie di Lazzaro a Giovanna di Cusa. Per i bambini.
Mi hanno detto: "Erano più buone quelle mele!".
Avevano il sapore della fame, quelle! Ed erano le tue
mele»,
dice sorridente e sognante Giovanni. Anche Gesù sorride ad un
ricordo...
«Io ho visto Nicodemo e
Giuseppe», dice Tommaso.
«Li hai
visti? Hai parlato con loro?», chiede l'Iscariota con
interesse esagerato.
«Sì. Che c'è
di strano? Giuseppe è un buon cliente del padre mio».
«Non lo avevi detto
prima... Mi sono stupito per questo!...». Giuda cerca
rimediare all'impressione, data prima, di affanno per l'incontro di
Giuseppe e Nicodemo con Tommaso.
«Mi fa strano
che non siano venuti qui a venerarti. Non loro, non Cusa, non
Mannanen... Nessuno dei...». Ma l'Iscariota ride con una falsa
risata, interrompendo Bartolomeo, e dice: «Il coccodrillo
si rintana nell'ora buona».
«Che vuoi dire? Che
insinui?», interroga Simone, aggressivo quanto non fu mai.
«Pace, pace! Ma che avete?
È sera pasquale! Mai avemmo si degno apparato alla
consumazione dell'agnello. Consumiamo dunque la cena con spirito di
pace. Vedo che vi ho molto turbato con le mie istruzioni di
queste ultime sere. Ma, vedete? Ho finito! Ora non vi turberò
più. Non tutto è detto di quanto a Me si riferisce.
Solo l'essenziale. Il resto... lo capirete poi. Vi sarà
detto... Sì. Verrà Chi ve lo dirà. Giovanni,
vai con Giuda e qualche altro a prendere le coppe per la
purificazione. E poi sediamo alla mensa».
Gesù è
di una dolcezza straziante.
Giovanni con Andrea, Giuda Taddeo con Giacomo, portano l'ampia coppa,
vi mescono acqua e offrono l'asciugamani a Gesù e ai
compagni, i quali poi fanno lo stesso con loro. La coppa (che è
un bacile di metallo) viene messa in un angolo.
«Ed ora ai
propri posti. Io qui, e qui (alla destra) Giovanni, e dall'altro
lato il mio fedele Giacomo. I due primi
discepoli. Dopo
Giovanni la mia Pietra forte, e dopo Giacomo colui che è come
l'aria. Non si avverte. Ma è sempre presente e dà
conforto: Andrea. Vicino a lui, mio cugino Giacomo. Tu non ti
rammarichi, dolce fratello, se do il primo posto ai primi? Sei
il nipote del Giusto, il cui spirito palpita e aleggia su Me,
in questa sera, più che mai. Abbi pace, padre della mia
debolezza di fanciullino, quercia alla cui ombra ebbero ristoro
la Madre e il Figlio! Abbi pace!... Dopo Pietro, Simone...
Simone, vieni un momento qui. Voglio fissare il tuo volto leale.
Dopo non ti vedrò che male, perché altri mi
copriranno la tua onesta faccia. Grazie, Simone. Di tutto»,
e lo bacia.
Simone, quando è lasciato, va al suo posto portandosi per un
attimo le mani al volto con atto di afflizione. «Di fronte a
Simone, il mio Bartolmai. Due onestà e due sapienze che
si rispecchiano. Stanno bene insieme. E vicino, tu, Giuda, fratello
mio. Così ti vedo,... e mi sembra di essere a Nazaret...
quando qualche festa ci riuniva tutti ad una mensa... Anche a
Cana... Ricordi? Eravamo insieme. Una festa... una festa di nozze...
il primo miracolo... l'acqua mutata in vino... Anche oggi una
festa... e anche oggi vi sarà un miracolo... il vino cambierà
natura... e sarà...». Gesù si immerge nel suo
pensiero. A capo chino, è come isolato nel suo mondo segreto.
Gli altri lo guardano e non parlano. Rialza il capo e fissa Giuda
Iscariota, al quale dice:
«Tu mi starai di fronte».
«Tanto mi ami? Più di Simone, che mi vuoi avere sempre
di fronte?».
«Tanto. Lo
hai detto».
«Perché, Maestro?».
«Perché tu sei
quello che hai fatto più di tutti per quest'ora». Giuda
guarda con un mutevolissimo sguardo il Maestro e i compagni. Il
primo con un che di ironica compassione, gli altri con aria di
trionfo.
«E vicino a te, da una
parte Matteo, dall'altra Tommaso». «Allora Matteo alla
mia sinistra e Toma a destra».
«Come vuoi,
come vuoi», dice Matteo. «Mi basta aver bene di fronte
il mio Salvatore».
«Ultimo,
Filippo. Ecco, vedete? Chi non è al mio fianco nel lato
d'onore, ha l'onore di essermi di fronte». Gesù, ritto
al suo posto, mesce nell'ampio calice collocato a Lui davanti (tutti
hanno alti calici, ma Lui ne ha uno molto più ampio, oltre
quello che hanno tutti. Deve essere il calice di rito). Mesce in
esso il vino. Lo alza, lo offre. Lo posa. Poi tutti insieme chiedono
con tono di salmo:
«Perché questa
cerimonia?». Domanda formale, si capisce. Di rito. Alla quale
Gesù, come capo famiglia, risponde:
«Questo giorno ricorda la
nostra liberazione dall'Egitto. Sia benedetto Geové che ha
creato il frutto della vigna». Beve un sorso di questo vino
offerto e passa il calice agli altri. Poi offre il pane, lo
spezza, lo distribuisce, indi le erbe intinte nella salsa
rossastra che è in quattro salsiere. Finita questa parte di
pasto, cantano dei salmi, tutti in coro. Viene portato dalla
credenza sulla mensa, e posto di fronte a Gesù, il capace
vassoio dell'agnello arrostito. Pietro, che ha il ruolo di... prima
parte, di coro, se più le piace, chiede: «Perché
quest'agnello, così?». «A ricordo di quando
Israele fu salvo per l'agnello immolato. Non morì
primogenito dove il sangue splendeva sugli stipiti e l'architrave. E
dopo, mentre tutto l'Egitto piangeva sui primogeniti maschi
morti, dalla reggia ai tuguri, gli ebrei, capitanati da Mosè,
si mossero verso la terra della liberazione e della promessa.
Coi fianchi già cinti, i calzari al piede, in mano il
bordone, fu sollecito il popolo di Abramo a porsi in marcia cantando
gli inni della gioia». Tutti si alzano in piedi e intonano:
«Quando Israele uscì dall'Egitto e la casa di Giacobbe
di mezzo ad un popolo barbaro, la Giudea divenne il suo
santuario», ecc. ecc. (se trovo giusto, è il salmo
113). Ora Gesù taglia l'agnello, mesce un nuovo calice, lo
passa dopo averne bevuto. Poi cantano ancora: «Fanciulli,
lodate il Signore, sia benedetto il nome dell'Eterno ora e sempre
nei secoli. Dall'oriente all'occidente deve essere lodato»,
ecc. (ma non riesco a trovarlo).
Gesù dà
le parti, badando che ognuno sia ben servito, proprio come un
padre di famiglia fra figli a lui tutti cari. È
solenne, un po' triste,
mentre dice:
«Ho
ardentemente desiderato di mangiare con voi questa Pasqua. È
stato il mio desiderio dei desideri da quando, in eterno, Io fui "il
Salvatore". Sapevo che quest'ora precede quella.
E la gioia di
darmi metteva
in anticipo questo sollievo al mio patire... Ho ardentemente
desiderato di
mangiare con voi questa Pasqua, perché mai più gusterò
del frutto della vite finché sia venuto il Regno di Dio.
Allora mi assiderò nuovamente cogli eletti al Banchetto
dell'Agnello, per le nozze dei viventi col Vivente. Ma ad esso
verranno soltanto coloro che sono stati umili e mondi di cuore come
Io sono».
«Maestro, poco fa Tu hai
detto che chi non ha l'onore del posto ha quello d'esserti di
fronte. Come allora possiamo sapere chi è il primo fra
noi?», chiede Bartolomeo.
«Tutti e
nessuno. Una volta... tornavamo stanchi... nauseati per l'astio
farisaico. Ma stanchi non eravate per disputare fra di voi chi fosse
il più grande... Un bambino mi corse vicino... un mio
piccolo amico... E la sua innocenza temperò il mio disgusto
di tante cose.
Non ultima la vostra umanità pervicace. Dove sei ora, piccolo
Beniamino dalla sapiente risposta, a te venuta dal Cielo perché,
angelo come eri, lo Spirito ti parlava? Io vi ho detto allora: "Se
uno vuole essere il primo sia l'ultimo e servo di tutti". E
vi ho dato ad esempio il fanciullo saggio. Ora vi dico: "I re
delle nazioni le signoreggiano. E i popoli oppressi, pur
odiandoli, li acclamano e i re vengono detti 'Benefattori',
'Padri della Patria'. Ma l'odio cova sotto il bugiardo ossequio".
Ma fra voi così non sia. Il maggiore sia come il minore,il
capo come colui che serve. Chi infatti è più grande?
Chi sta a mensa, o chi serve? È colui che sta a mensa. Eppure
Io vi servo. E fra poco più vi servirò. Voi siete
quelli che siete stati con Me nelle prove. Ed Io dispongo per voi un
posto nel mio Regno, così come Io sarò in esso Re
secondo il volere del Padre, acciocché mangiate e beviate
alla mia mensa eterna e siate assisi sui troni giudicando le
dodici tribù di Israele. Siete rimasti con Me nelle mie
prove... Solo questo è quello che vi dà grandezza
agli occhi del Padre». «E quelli che verranno? Non
avranno posto nel Regno? Noi soli?». «Oh! quanti
principi nella mia Casa! Tutti coloro che saranno stati fedeli al
Cristo nelle prove della vita saranno principi nel Regno mio.
Perché coloro che avranno perseverato sino alla fine nel
martirio dell'esistenza saranno pari a voi, che con Me siete rimasti
nelle mie prove. Io mi identifico nei miei credenti. Il Dolore
che Io abbraccio per voi e per tutti gli uomini Io lo do come
insegna ai più eletti. Chi nel Dolore mi sarà fedele
sarà un mio beato pari a voi, o miei diletti».
«Noi abbiamo perseverato
fino alla fine».
«Lo credi,
Pietro? Ed Io ti dico che l'ora
della prova ha ancora da venire.
Simone, Simone di Giona, ecco che Satana ha chiesto di vagliarvi
come il grano. Io ho pregato per te, perché la tua fede non
vacilli. Tu, quando sarai ravveduto, conferma i tuoi fratelli».
«Lo so di
essere un peccatore. Ma
fedele a Te lo sarò fino alla morte.
Non ho questo peccato. Mai l'avrò».
«Non essere superbo, Pietro
mio. Quest'ora muterà infinite cose, che prima erano così
ed ora saranno diverse. Quante!... Esse portano e importano
necessità nuove. Voi lo sapete. Io vi ho sempre detto, anche
quando andavamo per luoghi remoti percorsi dai banditi: "Non
temete. Nulla ci accadrà di male perché gli angeli del
Signore sono con noi. Non preoccupatevi di nulla". Vi ricordate
quando vi dicevo: "Non abbiate sollecitudini per ciò
che dovete mangiare e per le vesti. Il Padre sa di che abbiamo
bisogno"? Vi dicevo anche: "L'uomo e molto più di
un passero e del fiore che oggi è erba e domani è
fieno. Eppure il Padre ha cura anche del fiore e
dell'uccellino. Potete allora dubitare che non abbia cura di
voi?". Vi dicevo ancora: "Date a chiunque vi chiede, a chi
vi offende presentate l'altra guancia". Vi dicevo: "Non
abbiate borsa né bastone". Perché Io ho insegnato
amore e fiducia. Ma ora... Ora non è più quel tempo.
Ora Io vi dico: "Vi è mai mancato nulla fino ad ora?
Foste mai offesi?"». «Nulla, Maestro. E solo
Tu fosti offeso». «Vedete dunque che la mia parola era
verità. Ma ora gli angeli sono tutti richiamati dal loro
Signore. È ora di demoni... Con le ali d'oro essi, gli angeli
del Signore, si coprono gli occhi, si fasciano e si dolgono che non
siano ali di colore cruccioso, perché è ora di lutto,
e lutto crudele, sacrilego... Non ci sono angeli sulla Terra questa
sera. Sono presso il trono di Dio per coprire col loro canto le
bestemmie del mondo deicida e il pianto dell'Innocente. E noi siamo
soli... Io e voi: soli. E i demoni sono i padroni dell'ora.
Perciò ora prenderemo le apparenze e le misure dei
poveri uomini che diffidano e non amano. Ora, chi ha una borsa
prenda anche una bisaccia, chi non ha spada venda il suo mantello e
ne comperi una. Perché anche questo è detto di Me
nella Scrittura e si deve compiere: "Egli è stato
annoverato fra i malfattori". In verità tutto ciò
che mi riguarda ha il suo fine». Simone, che si è
alzato andando alla cassapanca dove ha deposto il suo ricco mantello
- perché questa sera sono tutti con gli abiti migliori e
perciò hanno pugnali, damaschinati ma molto corti, più
coltelli che pugnali, alle ricche cinture - prende due spade, due
vere spade, lunghe, lievemente ricurve, e le porta a Gesù:
«Io e Pietro ci siamo
armati questa sera. Queste abbiamo. Ma gli altri non hanno che il
corto pugnale». Gesù prende le spade, le osserva, ne
snuda una e ne prova il taglio sull'unghia. È una strana
vista e fa una ancora più strana impressione vedere
quell'arnese feroce nelle mani di Gesù.
«Chi ve le ha
date?», chiede l'Iscariota mentre Gesù osserva e tace.
E pare sulle spine Giuda...
«Chi? Ti ricordo che mio
padre era nobile e potente».
«Ma Pietro...».
«Ebbene? Da quando devo
rendere conto dei doni che voglio fare ai miei amici?».
Gesù alza il capo dopo avere ringuamato l'arma. Le rende allo
Zelote.
«Va bene. Bastano. Hai
fatto bene a prenderle. Ma ora, avanti la bevuta al terzo calice,
attendete un momento. Vi ho detto che il più grande è
pari al più piccolo e che Io ho veste di servo a questa
tavola, e più vi servirò. Finora vi ho dato cibo.
Servizio per il corpo. Ora vi voglio dare un cibo per lo spirito.
Non è un piatto del rito antico. È del nuovo rito. Io
mi sono voluto battezzare prima di essere il "Maestro".
Per spargere la Parola bastava quel battesimo. Ora verrà
sparso il Sangue. Ci vuole un altro lavacro anche su voi, che pure
vi siete purificati dal Battista, a suo tempo, e anche oggi nel
Tempio. Ma non basta ancora. Venite, che Io vi purifichi.
Sospendete il pasto. Vi è qualcosa di più alto e
necessario del cibo dato al ventre perché si empia, anche se
è cibo santo come questo del rito pasquale. Ed è uno
spirito puro, pronto a ricevere il dono del Cielo, che già
scende per farsi trono in voi e darvi la Vita. Dare la Vita a chi è
mondo». Gesù si alza in piedi, fa alzare Giovanni per
uscire meglio dal suo posto, va ad una cassapanca e si leva la veste
rossa deponendola piegata sul già piegato mantello, si
cinge alla vita un ampio asciugamani, poi va ad un altro bacile,
ancora vuoto e mondo. Vi versa dell'acqua, lo porta in mezzo alla
stanza, presso la tavola, e lo mette su uno sgabello. Gli apostoli
lo guardano stupefatti.
«Non mi
chiedete che faccio?».
«Non sappiamo. Ti dico che
siamo già purificati», risponde Pietro.
«Ed Io ti ripeto che non
importa. La mia purificazione servirà a chi è già
puro ad essere più puro».
Si inginocchia. Slaccia i sandali
all'Iscariota ed uno per volta gli lava i piedi. È facile
farlo, perché i letti-sedili sono fatti in modo che i piedi
sono verso l'esterno. Giuda è sbalordito e non dice
niente. Solo quando Gesù, prima di calzare il piede
sinistro e alzarsi, fa l'atto di baciargli il piede destro già
calzato, Giuda ritrae violenteme
nte
il piede e colpisce con la suola la bocca divina. Lo fa senza volere.
Non è un colpo forte. Ma mi dà tanto dolore. Gesù
sorride, e all'apostolo che gli chiede:
«Ti ho fatto male? Non
volevo... Perdona», dice:
«No, amico.
L'hai fatto senza malizia e
non fa male».
Giuda lo
guarda... Uno sguardo turbato, sfuggente... Gesù passa a
Tommaso, poi a Filippo... Gira il lato stretto della tavola e viene
al cugino Giacomo. Lo lava e lo bacia, nell'alzarsi, in fronte.
Passa ad Andrea, che è rosso di vergogna e fa sforzi per non
piangere, lo lava, lo carezza come un bambino. Poi c'è
Giacomo di Zebedeo, che non fa che mormorare:
«Oh! Maestro! Maestro!
Maestro! Annichilito, sublime Maestro mio!». Giovanni si
è già slacciato i sandali e, mentre Gesù sta
curvo ad asciugargli i piedi, si china e lo bacia sui capelli. Ma
Pietro... Non è facile persuaderlo a quel rito!
«Tu lavare i piedi a
me? Non te lo pensare! Sinché sono vivo, non te lo
permetterò. Io sono il verme, Tu sei Dio. Ognuno a suo
posto».
«Ciò che Io faccio
tu non lo puoi comprendere per ora. Ma poi lo comprenderai. Lasciami
fare».
«Tutto quello che vuoi,
Maestro. Vuoi tagliarmi il collo? Fàllo. Ma lavarmi i piedi
non lo farai».
«Oh! mio Simone! Tu non sai
che, se non ti lavo, non avrai parte nel mio Regno? Simone, Simone!
Tu hai bisogno di quest'acqua per la tua anima e per il tanto
cammino che devi fare. Non vuoi venire con Me? Se non ti lavo, non
vieni nel mio Regno».
«Oh! Signor mio benedetto!
Ma allora lavami tutto! Piedi, mani e capo!».
«Chi ha fatto come voi un
bagno non ha bisogno che di lavarsi i piedi, giacché è
interamente puro. I piedi... L'uomo coi piedi va nelle lordure. E
poco ancora sarebbe perché, ve l'ho detto, non è ciò
che entra ed esce col cibo quello che sporca, e non è quello
che si posa sui piedi per via ciò che contamina l'uomo. Ma è
quanto incuba e matura nel suo cuore e di lì esce a
contaminare le sue azioni e le sue membra. E i piedi dell'uomo
dall'animo impuro vanno alle crapule, alle lussurie, agli illeciti
commerci, ai delitti... Perciò sono, fra le membra del
corpo, quelle che hanno molta parte da purificare... con gli
occhi, con la bocca... Oh! uomo! uomo! Perfetta creatura un giorno:
il primo! E poi così corrotto dal Seduttore! E non c'era in
te malizia, o uomo, e non peccato!... Ed ora? Sei tutto malizia e
peccato, e non c'è parte di te che non pecchi!». Gesù
ha lavato i piedi a Pietro, li bacia, e Pietro piange e prende con
le sue grosse mani le due mani di Gesù, se le passa sugli
occhi e le bacia poi. Anche Simone si è levato i sandali e
senza parola si lascia lavare. Ma poi, quando Gesù sta per
passare da Bartolomeo, Simone si inginocchia e gli bacia i piedi
dicendo:
«Mondami
dalla lebbra del peccato come mi mondasti dalla lebbra del corpo,
acciocché io non sia confuso nell'ora del giudizio, mio
Salvatore!».
«Non temere,
Simone. Verrai nella Città celeste bianco come neve
alpina».
«Ed io, Signore? Al tuo
vecchio Bartolmai che dici? Tu mi hai visto sotto l'ombra del fico e
mi hai letto nel cuore. Ed ora che vedi, e dove mi vedi? Rassicura
un povero vecchio, che teme non avere forza e tempo per
giungere a come Tu vuoi che si sia». Bartolomeo è molto
commosso. «Anche tu non temere. Ho detto allora: "Ecco un
vero israelita in cui non è frode". Ora dico:
"Ecco un vero cristiano
degno del Cristo". Dove ti vedo? Su un trono eterno,
vestito di porpora. Io sarò sempre con te». È la
volta di Giuda Taddeo. Questo, quando si vede ai piedi Gesù,
non sa trattenersi, curva il capo sul braccio appoggiato sulla
tavola e piange. «Non piangere, dolce fratello. Ora sei come
uno che deve sopportare lo strappo di un nervo e ti pare di non
poterlo sopportare. Ma sarà un breve dolore. Poi... oh!
tu sarai felice, perché mi ami, tu. Ti chiami Giuda. E sei
come il nostro grande Giuda: come un gigante. Sei colui che
protegge. Le tue azioni sono da leone e lioncello che rugge. Tu
scoverai gli empi che davanti a te indietreggeranno, e saranno
atterriti gli iniqui. Io so. Sii forte. Un'eterna unione stringerà
e renderà perfetta la nostra parentela in Cielo». Bacia
anche lui sulla fronte come l'altro cugino.
«Io sono peccatore,
Maestro. Non a me...».
«Tu eri
peccatore, Matteo. Ora sei l'Apostolo. Sei una mia "voce".
Ti benedico. Questi piedi quanta strada hanno fatto per venire
sempre avanti, verso Dio... L'anima li spronava ed essi hanno
lasciato ogni via che non fosse la mia
via. Procedi.
Sai dove finisce il sentiero? Sul seno del Padre mio e tuo».
Gesù ha finito. Si leva il telo, si lava in acqua pulita le
mani, si riveste, torna al suo posto e dice, mentre si siede al
suo posto: «Ora siete puri, ma non tutti. Solo coloro che
ebbero volontà di esserlo». Fissa Giuda di Keriot
che mostra di non udire, intento a spiegare al compagno Matteo come
suo padre si decise a mandarlo a Gerusalemme. Un discorso
inutile, che ha l'unico scopo di dare un contegno a Giuda che, per
quanto audace, si deve sentire a disagio. Gesù mesce per la
terza volta nel calice comune. Beve, fa bere. Poi intona, e gli
altri fanno coro:
«Amo perché il
Signore ascolta la voce della mia preghiera, perché piega il
suo orecchio verso di me. Io lo invocherò per tutta la
vita. Mi avevano circondato dolori di morte», ecc. (Salmo 114,
mi pare). Un attimo di sosta. Poi riprende a cantare: «Ebbi
fede, per questo ho parlato. Ma ero fortemente umiliato. E dicevo
nel mio smarrimento: "Ogni uomo è menzognero"».
Guarda fisso Giuda. La voce, stanca questa sera, del mio Gesù
riprende lena quando esclama: «È preziosa al cospetto
di Dio la morte dei santi», e «Tu hai spezzato le mie
catene. A Te sacrificherò ostia di lode invocando il nome del
Signore», ecc. ecc. (Salmo 115). Un'altra breve sosta nel
canto e poi riprende: «Lodate tutte il Signore, o nazioni,
tutti i popoli lodatelo. Perché si è affermata su
noi la sua misericordia e la verità del Signore dura in
eterno». Altra breve sosta e poi un lungo inno: «Celebrate
il Signore, perché Egli è buono, perché la sua
misericordia dura in eterno...». Giuda di Keriot canta
stonato tanto che per due volte Tommaso lo rimette in tono col
suo potente vocione baritonale e lo guarda fisso. Anche altri lo
guardano, perché generalmente è sempre ben intonato, e
della sua voce ho capito che se ne tiene come del resto. Ma questa
sera! Certe frasi lo turbano al punto che stecca, e così
certi sguardi di Gesù che sottolineano le frasi. Una è:
«Meglio confidare nel Signore che confidare nell'uomo».
Un'altra è: «Urtato, vacillavo e stavo per cadere. Ma
il Signore mi ha sorretto». Un'altra è: «Io non
morrò ma vivrò e narrerò le opere del Signore».
E infine queste due, che dico ora, fanno strozzare la voce in gola
al Traditore: «La pietra scartata dai costruttori è
divenuta la pietra angolare», e «Benedetto colui
che viene nel nome del Signore!».
Finito il salmo, mentre Gesù
taglia e porge di nuovo dell'agnello, Matteo chiede a Giuda di
Keriot:
«Ma ti senti male?».
«No. Lasciami stare. Non ti
occupare di me». Matteo si stringe nelle spalle. Giovanni, che
ha udito, dice:
«Anche il
Maestro non sta bene. Che hai, Gesù mio? La
tua voce è fioca.
Come di malato o di chi ha molto pianto», e lo abbraccia
stando col capo sul petto di Gesù.
«Non ha che molto parlato,
come io non ho che molto camminato e preso fresco», dice
Giuda nervoso. E Gesù, senza rispondere a lui, dice a
Giovanni:
«Tu mi
conosci ormai... e sai cosa è che mi stanca...».
L'agnello è quasi consumato. Gesù, che ha mangiato
pochissimo, bevendo solo un sorso di vino ad ogni calice e bevendo
in compenso molt'acqua come fosse febbrile, riprende a parlare:
«Voglio che voi comprendiate il mio gesto di dianzi. Vi
ho detto che il primo è come l'ultimo e che vi darò
un cibo non corporale. Un cibo di umiltà vi ho dato. Per lo
spirito vostro. Voi chiamate Me: Maestro e Signore. Dite bene,
perché tale Io sono. Se dunque Io ho lavato i piedi a voi,
anche voi dovete farvelo l'un l'altro. Io vi ho dato l'esempio
affinché, come Io ho fatto, voi facciate. In verità vi
dico: il servo non è da più del padrone, né
l'apostolo è più di Colui che tale lo ha fatto.
Cercate di comprendere queste cose. Se poi, comprendendole, le
metterete in pratica, sarete beati. Ma
non sarete tutti beati. Io vi conosco. So chi ho scelto. Non parlo
di tutti ad un modo. Ma dico ciò che è vero.
D'altra parte, deve compiersi ciò che è scritto a mio
riguardo: "Colui che mangia il pane con Me ha levato il suo
calcagno su Me". Tutto Io vi dico prima che avvenga, perché
non abbiate dubbi su Me. Quando tutto sarà compiuto, voi
crederete ancor più che Io sono Io. Chi accoglie Me accoglie
Colui che mi ha mandato: il Padre santo che è nei Cieli; e
chi accoglierà coloro che Io manderò, accoglierà
Me stesso. Perché Io sono col Padre e voi siete con Me... Ma
ora compiamo il rito». Versa di nuovo vino nel calice comune
e, prima di berne e di farne bere, si alza, e con Lui si alzano
tutti, e canta di nuovo uno dei salmi di prima: «Ebbi fede e
per questo parlai...», e poi uno che non finisce mai. Bello...
ma eterno! Credo di ritrovarlo, per l'inizio e la lunghezza, nel
salmo 118. Lo cantano così. Un pezzo tutti insieme. Poi,
a turno, uno ne dice un distico e gli altri insieme un pezzo, e così
via sino alla fine.
Lo credo che alla fine abbiano
sete! Gesù si siede. Non si mette sdraiato. Resta seduto, come
noi. E parla:
«Ora che
l'antico rito è compiuto, Io celebro il nuovo rito. Vi ho
promesso un miracolo d'amore. È l'ora di farlo. Per
questo ho desiderato questa Pasqua. Da ora in poi questo è
l'ostia che sarà consumata in perpetuo rito d'amore. Vi ho
amato per tutta la vita della Terra, amici diletti. Vi ho amato per
tutta l'eternità, figli miei. E amare vi voglio sino alla
fine. Non vi è cosa più grande di questa.
Ricordatevelo. Io me ne vado. Ma resteremo per sempre uniti
mediante il miracolo che ora Io compio». Gesù prende un
pane ancora intiero, lo pone sul calice colmo. Benedice e offre
questo e quello, poi spezza il pane e ne prende tredici pezzi e ne
dà uno per uno agli apostoli dicendo: «Prendete e
mangiate. Questo è il mio Corpo. Fate questo in memoria di Me
che me ne vado». Dà il calice e dice: «Prendete e
bevete. Questo è il mio Sangue. Questo è il calice del
nuovo patto nel Sangue e per il Sangue mio, che sarà sparso
per voi per la remissione dei vostri peccati e per darvi la Vita.
Fate questo in memoria di Me». Gesù
è tristissimo. Ogni
sorriso, ogni traccia di luce, di colore lo hanno abbandonato.
Ha già un
volto d'agonia.
Gli apostoli lo guardano angosciati. Gesù si alza
dicendo: «Non vi muovete. Torno subito». Prende il
tredicesimo pezzetto di pane, prende il calice ed esce dal Cenacolo.
«Va dalla Madre»,
sussurra Giovanni. E Giuda Taddeo sospira:
«Misera donna!».
Pietro chiede in un soffio:
«Credi che sappia?».
«Tutto sa. Tutto ha sempre
saputo». Parlano tutti a voce bassissima, come davanti ad un
morto. «Ma credete che proprio...», chiede Tommaso che
non vuole ancora credere.
«E ne hai dubbi? È
la sua ora», risponde Giacomo di Zebedeo.
«Dio ci dia la forza di
essere fedeli», dice lo Zelote. «Oh! io...», sta
per parlare Pietro. Ma Giovanni, che è all'erta, dice:
«Sss. È
qui». Gesù rientra. Ha in mano il calice vuoto. Appena
sul fondo vi è un'ombra di vino, e sotto la luce del
lampadario pare proprio sangue. Giuda Iscariota, che ha davanti il calice,
lo guarda come affascinato e poi ne torce lo sguardo.
Gesù l'osserva ed ha un brivido che Giovanni, appoggiato come
è al suo petto, sente.
«Ma dillo! Tu tremi...»,
esclama.
«No. Non
tremo per febbre... Io tutto vi ho detto e tutto vi ho dato. Di
più non potevo darvi. Me stesso vi ho dato».Ha il suo dolce
gesto delle mani che, prima congiunte, ora si disgiungono e si
allargano, mentre la testa si china come per dire: «Scusate
se non posso di più. Così
è». «Tutto
vi ho detto e tutto vi ho dato. E ripeto. Il nuovo rito è
compiuto. Fate questo in memoria di Me. Io vi ho lavato i piedi per
insegnarvi ad essere umili e puri come il Maestro vostro. Perché
in verità vi dico che, come è il Maestro, così
devono essere i discepoli. Ricordatelo, ricordatelo. Anche
quando sarete in alto, ricordatelo. Non vi è discepolo da più
del Maestro. Come Io vi ho lavato, voi fatelo fra voi. Ossia
amatevi come fratelli, aiutandovi l'un l'altro, venerandovi a
vicenda, essendo l'un coll'altro d'esempio. E siate puri. Per essere
degni di mangiare il Pane vivo disceso dal Cielo ed avere in voi e
per Esso la forza d'essere i miei discepoli nel mondo nemico, che vi
odierà per il mio Nome. Ma uno di voi non è puro. Uno
di voi mi tradirà. Di questo sono fortemente conturbato nello
spirito...
La mano di colui che mi tradisce è
meco su questa tavola, e non il mio amore, non il mio Corpo e il
mio Sangue, non la mia parola lo ravvedono e lo fanno pentito.
Io lo perdonerei, andando alla morte anche per lui». I
discepoli si guardano esterrefatti. Si scrutano, in sospetto l'un
dell'altro. Pietro fissa l'Iscariota in un risveglio di tutti i suoi
dubbi. Giuda Taddeo scatta in piedi per guardare a sua volta
l'Iscariota al disopra del corpo di Matteo. Ma l'Iscariota è
così sicuro! A sua volta guarda fisso Matteo come sospettasse
di lui. Poi fissa Gesù e sorride chiedendo:
«Son forse io quello?».
Pare il più sicuro della sua onestà e che dica così,
tanto per non lasciare cadere la conversazione. Gesù ripete
il suo gesto dicendo:
«Tu lo dici,
Giuda di Simone. Non Io. Tu lo dici. Io non ti ho nominato.
Perché ti accusi? Interroga il tuo interno ammonitore,
la tua coscienza di uomo, la coscienza che Dio Padre ti ha data
per condurti da uomo, e senti se ti accusa. Tu lo saprai prima
di tutti. Ma se essa ti rassicura, perché dici una parola e
pensi un fatto che è anatema anche a dirlo o a pensarlo
per giuoco?». Gesù
parla con calma.
Sembra sostenga la tesi proposta come lo può fare un
dotto alla sua scolaresca. Il subbuglio è forte. Ma la
calma di Gesù lo placa. Però Pietro, che è il
più sospettoso di Giuda - forse lo è anche il Taddeo,
ma lo pare meno, disarmato come è dalla disinvoltura
dell'Iscariota - tira Giovanni per la manica e quando Giovanni,
che si è tutto stretto a Gesù udendo parlare di
tradimento, si volge, gli sussurra:
«Chiedigli chi è».
Giovanni riprende la sua posizione, solo alza lievemente il capo
come per baciare Gesù, e intanto gli mormora all'orecchio:
«Maestro, chi
è?».
E Gesù pianissimo, rendendogli il bacio fra i capelli: «Colui
a cui darò un pezzo di pane intinto». E
preso un pane ancora intero, non il resto di quello usato per
l'Eucarestia, ne stacca un grosso boccone, lo intinge nel succo
lasciato dall'agnello nel vassoio, allunga al disopra della tavola
il braccio e dice:
«Prendi,
Giuda. Questo a te piace».
«Grazie,
Maestro. Mi piace, sì», e ignaro di ciò che è
quel boccone se lo mangia, mentre Giovanni, inorridito, chiude
persino gli occhi per non vedere l'orrido riso dell'Iscariota
mentre coi denti forti morde il pane accusatore.
«Bene. Ora che
ti ho fatto felice, va'», dice Gesù a Giuda. «Tutto
è compiuto qui
(marca molto la
parola). Quello che resta ancora da fare altrove fàllo
presto, Giuda di Simone».
«Ti ubbidisco
subito, Maestro. Poi ti raggiungerò al Getsemani. Vai
là, vero? Come sempre?».
«Vado là...
come sempre... si».
«Che ha da fare?»,
chiede Pietro. «Va solo?». «Non sono un pargolo»,
motteggia Giuda che si sta mettendo il mantello. «Lascialo
andare. Io e lui sappiamo ciò che si deve fare», dice
Gesù.
«Si,
Maestro». Pietro tace. Forse pensa di avere peccato di
sospetto verso il compagno. Con la mano sulla fronte, pensa. Gesù
si stringe al cuore Giovanni e torna a sussurrargli fra i capelli:
«Non dire nulla a Pietro,
per ora. Sarebbe un inutile scandalo».
«Addio, Maestro. Addio,
amici». Giuda saluta.
«Addio»,
dice Gesù. E Pietro:
«Ti saluto, ragazzo».
Giovanni, col capo quasi nel grembo di Gesù, mormora:
«Satana!». Solo
Gesù l'ode e sospira. Qui mi cessa tutto, ma Gesù
dice:
«Sospendo per pietà
di te. Ti darò la fine della Cena in altro momento».
(continua la Cena)
Vi è qualche minuto di
assoluto silenzio. Gesù sta a capo chino, carezzando
macchinalmente i capelli biondi di Giovanni. Poi si scuote. Alza la
testa, gira lo sguardo, ha un sorriso che conforta i discepoli. Dice:
«Lasciamo la tavola. E
sediamo tutti ben vicini, come tanti figli intorno al padre».
Prendono i letti-sedili che erano dietro la tavola (quelli di Gesù,
Giovanni, Giacomo, Pietro, Simone, Andrea ed il cugino Giacomo) e li
portano dall'altro lato. Gesù prende posto sul suo, sempre fra
Giacomo e Giovanni. Ma, quando vede che Andrea sta per sedersi al
posto lasciato dall'Iscariota, grida:
«No, là no».
Un grido impulsivo, che la sua somma prudenza non riesce a impedire.
Poi modifica dicendo così: «Non occorre tanto
spazio. Stando seduti, si può stare su questi soli. Bastano.
Vi voglio molto vicini». Ora, rispetto alla tavola, sono messi
così: ossia sono in questa forma a con Gesù al centro
e avendo di fronte la tavola, spoglia di vivande ormai, e il posto
di Giuda. Giacomo di Zebedeo chiama Pietro:
«Siediti qui.
Io mi siedo su questo sgabelletto, ai piedi di Gesù».
«Che Dio ti benedica,
Giacomo! Ne avevo tanta voglia!», dice Pietro e si serra al
suo Maestro, che è così fra la stretta di Giovanni e
Pietro, avendo ai piedi Giacomo. Gesù sorride:
«Vedo che
comincia ad operare la parola detta prima. I buoni fratelli si
amano. Anche Io ti dico, Giacomo: "Che Dio ti benedica".
Anche questo tuo atto non sarà dimenticato dall'Eterno e
lo troverai lassù. Tutto
Io posso di quanto Io chiedo.
Voi lo avete visto. È bastato un mio desiderio perché
il Padre concedesse al Figlio di darsi in Cibo all'uomo. Con quanto
è accaduto adesso è stato glorificato il Figlio
dell'uomo, perché è testimonianza di potere il
miracolo che non è che possibile agli amici di Dio. Più
è grande il miracolo e più è sicura e profonda
questa divina amicizia. Questo è un miracolo che, per la
sua forma, durata e natura, per gli estremi di esso ed i limiti
che tocca, più forte non ce ne può essere. Io ve lo
dico: tanto è potente, soprannaturale, inconcepibile all'uomo
superbo, che ben pochi lo comprenderanno come va compreso, e
molti lo negheranno. Che dirò allora? Condanna per loro?
No. Dirò: pietà! Ma più grande è il
miracolo, più grande è la gloria che all'autore dello
stesso viene. È Dio stesso che dice: "Ecco, questo
mio diletto ciò che ha voluto ha avuto, ed Io l'ho concesso
perché egli ha grande grazia agli occhi miei". E qui
dice: "Ha una grazia senza limiti così come è
infinito il miracolo da Lui compiuto". Parimenti alla gloria
che si riversa sull'autore del miracolo da parte di Dio è la
gloria che da esso autore si riversa sul Padre. Perché
ogni gloria soprannaturale, essendo veniente da Dio, alla sua
sorgente ritorna. E la gloria di Dio, per quanto già
infinita, sempre più si aumenta e sfavilla per la gloria
dei suoi santi. Onde Io dico: come è stato glorificato il
Figlio dell'uomo da Dio, così Dio è stato
glorificato dal Figlio dell'uomo. Io ho glorificato Dio in Me
stesso. A sua volta, Dio glorificherà il suo Figlio in Lui.
Ben presto lo glorificherà. Esulta, Tu che torni alla tua
Sede, o Essenza spirituale della Seconda Persona! Esulta, o Carne
che torni ad ascendere dopo tanto esilio nel fango! E non già
il Paradiso d'Adamo, ma l'eccelso Paradiso del Padre sta per esserti
dato a dimora. Ché, se è stato detto che per lo
stupore di un comando di Dio, dato per bocca di un uomo, si arrestò
il sole, che non avverrà negli astri quando vedranno il
prodigio della Carne dell'Uomo ascendere e sedersi alla destra del
Padre nella sua Perfezione di materia glorificata? Figliolini miei,
per poco ancora Io resto con voi. E voi, dopo, mi cercherete
come gli orfani cercano il morto genitore. E piangendo andrete
parlando di Lui e picchierete invano al muto sepolcro, e poi
ancora picchierete alle porte azzurre dei Cieli, con l'anima
vostra lanciata in supplice ricerca d'amore, dicendo: "Dove
il nostro Gesù? Lo vogliamo. Senza Lui non è più
luce nel mondo, non letizia, né amore. O ce lo rendete,
oppure lasciateci entrare. Noi vogliamo essere dove Egli è".
Ma non potete per ora venire dove Io vado. L'ho detto anche ai
giudei: "Poi mi cercherete, ma dove Io vado voi non potete
venire". Lo dico anche a voi. Pensate alla Madre... Neppure Lei
potrà venire dove Io vado. Eppure Io ho lasciato il Padre per
venire a Lei e farmi Gesù nel suo seno senza macchia. Eppure
dall'Inviolata Io sono venuto, nell'estasi luminosa del mio
Natale. E del suo amore, divenuto latte, mi sono nutrito. Io
sono fatto di purità e di amore perché Maria mi ha
nutrito della sua verginità fecondata dall'Amore
perfetto che vive in Cielo. Eppure per Lei Io sono cresciuto,
costandole fatiche e lacrime... Eppure Io le chiedo un eroismo quale
mai fu compito, e rispetto al quale quello di Giuditta e Giaele sono
eroismi di povere femmine contrastanti colla rivale presso la fonte
del paese. Eppure nessuno pari a Lei è nell'amarmi. E,
ciononostate, Io la lascio e vado dove Lei non verrà che fra
molto tempo. Per Lei non è il comando che do a voi:
"Santificatevi anno per anno, mese per mese, giorno per giorno,
ora per ora, per potere venire a Me quando sarà la vostra
ora". In Lei è ogni grazia e santità. È la
creatura che ha tutto avuto e che tutto ha dato. Nulla vi è
da aggiungere o da levare. È la santissima testimonianza di
ciò che può Iddio. Ma per essere certo che in voi sia
capacità di potermi raggiungere e di dimenticare il dolore
del lutto della separazione dal vostro Gesù, Io vi do un
comandamento nuovo. Ed è che vi amiate gli uni con gli altri.
Così come Io ho amato voi, ugualmente voi amatevi l'uno
con l'altro. Da questo si conoscerà che siete miei discepoli.
Quando un padre ha molti figli, da che si conosce che tali sono? Non
tanto per l'aspetto fisico - perché vi sono uomini che sono
in tutto simili ad un altro uomo, col quale non vi è nessun
rapporto di sangue e neppure di nazione - quanto per il comune amore
alla famiglia, al padre loro, e fra loro. Ed anche morto il padre
non si disgrega la buona famiglia, perché il sangue è
uno ed è sempre quello avuto dal seme del padre, e
annoda legami che neppure la morte scioglie, perché più
forte della morte è l'amore. Ora, se voi vi amerete anche
dopo che Io vi avrò lasciati, tutti riconosceranno che voi
siete miei figli, e perciò miei discepoli, e fra voi fratelli
avendo avuto un unico padre».
«Signore Gesù, ma
dove vai?», chiede Pietro.
«Vado dove tu per ora non
mi puoi seguire. Ma più tardi mi seguirai».
«E perché
non adesso? Ti ho seguito sempre da quando Tu mi hai detto:
"Seguimi". Ho tutto lasciato senza rimpianto... Ora,
andartene senza il tuo povero Simone, lasciandomi privo di Te, mio
Tutto, dopo che per Te ho lasciato il mio poco bene di prima, non è
giusto né bello da parte tua. Vai alla morte? Sta bene. Ma io
pure vengo. Andremo insieme nell'altro mondo. Ma prima ti avrò
difeso. Io sono
pronto a dare la vita per Te».
«Tu darai la
tua vita per Me? Ora? Ora
no. In verità
- oh! che in verità te lo dico - non avrà ancora
cantato il gallo che tu mi avrai rinnegato tre volte. Ora è
ancora la prima vigilia. Poi verrà la seconda... e poi la
terza. Prima che scocchi il gallicinio, tu avrai per tre volte
rinnegato il tuo Signore».
«Impossibile, Maestro!
Credo a tutto ciò che dici. Ma non a questo. Sono sicuro di
me».
«Ora, per
ora sei sicuro.
Ma perché
ora hai ancora Me. Hai con te Iddio.
Fra poco l'incarnato Iddio sarà preso e non l'avrete
più. E Satana, dopo avervi già appesantiti - la tua
stessa sicurezza è una astuzia di Satana, zavorra per
appesantirti - vi spaurirà. Vi insinuerà: "Dio
non è. Io sono". E siccome, per quanto ottusi dallo
spavento, ancora ragionerete, voi capirete che quando è
Satana il padrone dell'ora è morto il Bene ed è
operante il Male, abbattuto lo spirito e trionfante l'umano. Allora
resterete come guerrieri senza duce, inseguiti dal nemico, e nello
sbigottimento dei vinti curverete le schiene al vincitore, e per non
essere uccisi rinnegherete il caduto eroe. Ma, ve ne prego. Il
vostro cuore non si turbi. Credete in Dio. E credete anche in Me.
Contro tutte le apparenze, credete in Me. Creda nella mia
misericordia e in quella del Padre tanto colui che resta come colui
che fugge. Tanto colui che tace come colui che aprirà la
bocca per dire: "Io non lo conosco". Ugualmente
credete nel mio perdono. E credete che, quali che siano in futuro le
vostre azioni, nel Bene e nella mia Dottrina, nella mia Chiesa
perciò, esse vi daranno un uguale posto in Cielo. Nella casa
del Padre mio vi sono molte dimore. Se così non fosse, Io ve
lo avrei detto. Perché Io vado avanti. A preparare un posto
per voi. Non fanno forse così i buoni padri quando devono
portare altrove la loro piccola prole? Vanno avanti, preparano la
casa, le suppellettili, le provviste. E poi tornano a prendere le
loro creature più care. Così fanno per amore. Perché
ai piccoli nulla manchi, e non provino disagio nel nuovo paese.
Ugualmente così Io faccio. E per lo stesso motivo. Ora vado.
E quando avrò preparato ad ognuno il posto nella Gerusalemme
celeste, verrò di nuovo, vi prenderò con Me perché
siate con Me dove Io sono, dove non ci sarà più né
morte, né lutti, né lacrime, né grida, né
fame, né dolore, né tenebre, né arsione, ma
solo luce, pace, beatitudine e canto. Oh! canto dei Cieli altissimi
quando i dodici eletti saranno sui troni coi dodici patriarchi delle
tribù d'Israele, e nell'ardenza del fuoco dell'amore
spirituale canteranno, eretti sul mare della beatitudine, il cantico
eterno che avrà ad arpeggio l'eterno alleluia dell'esercito
angelico... voglio che dove Io sarò voi siate. E voi sapete
dove Io vado e ne conoscete la via».
«Ma Signore! Noi non
sappiamo nulla. Tu non ci dici dove vai. Come possiamo noi sapere la
via da prendere per venire verso Te e abbreviare l'attesa?»,
chiede Tommaso.
«Io
sono la Via, la Verità, la Vita. Me
lo avete sentito dire e spiegare più volte, ed in verità
alcuni, che neppure sapevano esservi un Dio, si sono incamminati
avanti, per la mia
via, e sono già
avanti di voi. Oh! dove sei tu, pecora spersa di Dio che Io ho
ricondotta all'ovile? E dove tu, risorta d'anima?».
«Chi? Di chi parli? Di
Maria di Lazzaro? É di là, con tua Madre. La
vuoi? O vuoi Giovanna? Certo è nel suo palazzo. Ma, se vuoi,
te l'andiamo a chiamare...».
«No. Non
loro... Penso a quella che sarà disvelata solo in Cielo... e
a Fotinai... Esse mi hanno trovato. E non hanno più lasciato
la mia via.
Ad una ho indicato il Padre come Dio vero e lo spirito come levita
in questa individuale adorazione. All'altra, che neppur sapeva
di avere uno spirito, ho detto: "Il mio nome è
Salvatore, salvo chi ha buona volontà di salvarsi. Io sono
Colui che cerca i perduti, che dà la Vita, la Verità e
la Purezza. Chi mi cerca mi trova". E ambedue hanno
trovato Iddio... Vi benedico, deboli Eve divenute più forti
di Giuditta... Vengo, dove voi siete vengo... Voi mi consolate...
Siate benedette!... «Mostraci il Padre, Signore, e saremo pari
a queste», dice Filippo. «Da tanto tempo Io sono con
voi, e tu, Filippo, non mi hai ancora conosciuto? Chi vede Me vede
il Padre mio. Come puoi dunque dire: "Mostraci il Padre"?
Non riesci a credere che Io sono nel Padre e il Padre è in
Me? Le parole che Io vi dico non le dico da Me. Ma il Padre che
dimora in Me compie ogni mia opera. E voi non credete che Io sono
nel Padre e Lui è in Me? Che devo dire per farvi credere? Ma
se non credete alle parole, credete almeno alle opere. Io vi dico, e
ve lo dico con verità: chi crede in Me farà le opere
che Io faccio, e ancor di maggiori ne farà, perché Io
vado al Padre. E tutto quanto domanderete al Padre in mio nome Io lo
farò, perché il Padre sia glorificato nel suo Figlio.
E farò quanto mi domanderete in nome del mio Nome. Il
mio Nome è noto, per quello che realmente è, a Me
solo, al Padre che mi ha generato e allo Spirito che dal nostro
amore procede. E per quel Nome tutto è possibile. Chi
pensa al mio Nome con amore mi ama e ottiene. Ma non basta amare Me,
occorre osservare i miei comandamenti per avere il vero amore.
Sono le opere quelle che testificano dei sentimenti. E per
questo amore Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un
altro Consolatore che resti per sempre con voi, Uno su cui Satana e
il mondo non può infierire, lo Spirito di Verità che
il mondo non può ricevere e non può colpire, perché
non lo vede e non lo conosce. Lo deriderà. Ma Egli è
tanto eccelso che lo scherno non lo potrà ferire, mentre,
pietosissimo sopra ogni misura, sarà sempre con chi lo ama,
anche se povero e debole. Voi lo conoscerete, perché già
dimora con voi e presto sarà in
voi. Io non vi
lascerò orfani. Già ve l'ho detto: "Ritornerò
a voi. Ma, prima che sia l'ora di venirvi a prendere per andare nel
mio Regno, Io verrò. A voi
verrò.
Fra poco il mondo non mi vedrà più. Ma voi mi vedete e
mi vedrete. Perché Io vivo e voi vivete. Perché Io
vivrò e voi pure vivrete. In quel giorno voi conoscerete
che Io sono nel Padre mio, e voi in Me ed Io in voi. Perché
chi accoglie i miei precetti e li osserva, quello è colui che
mi ama, e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio e
possederà Iddio, perché Dio è carità e
chi ama ha in sé Dio. Ed Io lo amerò, perché in
lui vedrò Iddio, e mi manifesterò a lui facendomi
conoscere nei segreti del mio amore, della mia sapienza, della
mia Divinità incarnata. Saranno i miei ritorni fra i figli
dell'uomo, che Io amo nonostante siano deboli e anche nemici. Ma
costoro saranno solo deboli. Ed Io li fortificherò; dirò
loro: "Sorgi!", dirò: "Vieni fuori!",
dirò: "Seguimi", dirò: "Odi",
dirò: "Scrivi"... e voi siete fra questi».
«Perché, Signore, Tu
ti manifesti a noi e non al mondo?», chiede Giuda Taddeo.
«Perché
mi amate e osservate le mie parole. Chi
così farà, sarà amato dal Padre e Noi verremo a
lui e faremo dimora presso di lui, in lui. Mentre chi non mi ama non
osserva le mie parole e fa secondo la carne e il mondo. Ora sappiate
che ciò che Io vi ho detto non è parola di Gesù
Nazareno ma parola del Padre, perché Io sono il Verbo del
Padre che mi ha mandato. Io vi ho detto queste cose parlando così,
con voi, perché voglio Io stesso prepararvi al possesso
completo della Verità e Sapienza. Ma ancora non potete capire
né ricordare. Però, quando verrà a voi il
Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà in mio
Nome, allora voi potrete capire, ed Egli tutto vi insegnerà,
e vi ricorderà quanto Io vi ho detto. Io vi lascio la mia
pace. Io vi do la mia pace. Ve la do non come la dà il mondo.
E neppure come fino ad ora ve l'ho data: saluto benedetto del
Benedetto ai benedetti. Più profonda è la pace che ora
vi do. In questo addio. Io vi comunico Me stesso, il mio Spirito di
pace, così come vi ho comunicato il mio Corpo e il mio
Sangue, perché in voi resti una forza nella imminente
battaglia. Satana e il mondo sferrano guerra al vostro Gesù.
È la loro ora. Abbiate in voi la Pace, il mio Spirito che è
spirito di pace, perché Io sono il Re della pace. Abbiatela
per non essere troppo derelitti. Chi soffre con la pace di Dio
in sé soffre, ma non bestemmia e dispera. Non piangete. Avete
pure sentito che ho detto: "Vado al Padre e poi tornerò".
Se mi amaste sopra la carne, vi rallegrereste, perché Io
vado dal Padre dopo tanto esilio... Vado da Colui che è
maggiore di Me e che mi ama. Io ve l'ho detto ora, prima che ciò
si compia, così come vi ho detto tutte le sofferenze del
Redentore prima di andare ad esse, affinché, quando tutto si
compia, voi crediate sempre più in Me. Non turbatevi così!
Non sgomentatevi. Il vostro cuore ha bisogno di equilibrio... Poco
più ho da parlarvi... e ancora tanto ho da dire! Giunto
al termine di questa mia evangelizzazione, mi pare di non avere
ancora nulla detto e che tanto, tanto, tanto ancora resti da fare.
Il vostro stato aumenta questa mia sensazione. E che dirò
allora? Che Io ho mancato al mio ufficio? O che voi siete così
duri di cuore che a nulla esso è valso? Dubiterò? No.
Mi affido a Dio, e a Lui affido voi, miei diletti. Egli compirà
l'opera del suo Verbo. Non sono come un padre che muore e non
ha altra luce che l'umana. Io spero in Dio. E pure sentendo in Me
urgere tutti i consigli di cui vi vedo bisognosi e sentendo fuggire
il tempo, vado tranquillo alla mia sorte. So che sui semi caduti
in voi sta per scendere una rugiada che li farà tutti
germogliare,
e poi verrà il sole del Paraclito, ed essi diverranno albero
potente. Sta per venire il principe di questo mondo, colui col
quale Io non ho nulla a che fare. E, se non fosse per fine di
redenzione, non avrebbe potuto nulla su Me. Ma ciò avviene
affinché il mondo conosca che Io amo il Padre e lo amo fino
alla ubbidienza di morte, e perciò faccio ciò che
mi ha ordinato. É l'ora di andare. Alzatevi. E udite le
ultime parole. Io sono la vera Vite. Il Padre ne è il
Coltivatore. Ogni tralcio che non porta frutto Egli lo recide e
quello che porta frutto lo pota perché ne porti più
ancora. Voi siete già purificati per la mia parola. Rimanete
in Me ed Io in voi per continuare ad essere tali. Il tralcio
staccato dalla vite non può fare frutto. Così voi se
non rimanete in Me. Io sono la Vite e voi i tralci. Colui che resta
unito a Me porta abbondanti frutti. Ma se uno si stacca diviene ramo
secco e viene buttato nel fuoco e là brucia. Perché,
senza l'unione con Me, voi nulla potete fare. Rimanete dunque in Me
e le mie parole restino in voi, poi domandate quanto volete e vi
sarà fatto. Il Padre mio sarà sempre più
glorificato quanto più voi porterete frutto e sarete
miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così Io con voi.
Rimanete nel mio amore che salva. Amandomi sarete ubbidienti, e
l'ubbidienza aumenta il reciproco amore. Non dite che Io mi
ripeto. So la vostra debolezza. E voglio che vi salviate. Io vi dico
queste cose perché la gioia che vi ho voluto dare sia in
voi e sia completa. Amatevi, amatevi! Questo è il mio
comandamento nuovo. Amatevi scambievolmente più
di quanto ognuno ami se stesso. Non
vi è maggior amore di quello di colui che dà la sua
vita per i suoi amici. Voi siete i miei amici ed Io do la vita per
voi. Fate ciò che Io vi insegno e comando. Non vi chiamo più
servi. Perché il servo non sa ciò che fa il suo
padrone, mentre voi sapete ciò che Io faccio. Tutto di Me
sapete. Vi ho manifestato non solo Me stesso, ma anche il Padre
ed il Paraclito e tutto quanto ho sentito da Dio. Non siete stati
voi che vi siete scelti. Ma Io vi ho scelti e vi ho eletti, perché
andiate fra i popoli, e facciate frutto in voi e nei cuori degli
evangelizzati, e il vostro frutto rimanga e il Padre vi dia
tutto ciò che gli chiederete in mio Nome. Non dite: "E
allora, se Tu ci hai scelti, perché hai scelto un traditore?
Se tutto Tu sai, perché hai fatto questo?". Non
chiedetevi neppure chi è costui. Non è un uomo. É
Satana. L'ho detto all'amico fedele e l'ho lasciato dire dal figlio
diletto. È Satana. Se Satana non si fosse incarnato, l'eterno
scimmiottatore di Dio, in una carne mortale, questo posseduto
non avrebbe potuto sfuggire al mio potere di Gesù. Ho
detto: "posseduto". No. É molto di più:
è un annullato in Satana».
«Perché,
Tu che hai cacciato i demoni, non lo hai liberato?», chiede
Giacomo d'Alfeo.
«Lo chiedi per amore di te,
temendo essere tu quello? Non lo temere».
«Io,
allora?».
«Io?».
«Io?».
«Tacete. Non
dico quel nome. Uso misericordia e voi fate ugualmente».
«Ma perché non lo
hai vinto? Non potevi?».
«Potevo.
Ma, per impedire a Satana di incarnarsi per uccidermi, avrei
dovuto sterminare la razza dell'uomo avanti la Redenzione.
Che avrei allora redento?».
«Dimmelo,
Signore, dimmelo! ». Pietro è scivolato in ginocchio
e scuote freneticamente Gesù come fosse in preda a delirio.
«Sono io? Sono io? Mi
esamino? Non mi pare. Ma Tu... Tu hai detto che ti rinnegherò...
Ed io tremo... Oh! che orrore essere io!...».
«No, Simone
di Giona. Non tu».
«Perché
mi hai levato il mio nome di "Pietra"? Sono dunque
tornato Simone? Lo vedi? Tu lo dici... Sono io! Ma come ho potuto?
Ditelo... ditelo voi... Quando è che ho potuto divenire
traditore?... Simone?... Giovanni?... Ma parlate!... »
«Pietro, Pietro, Pietro! Ti
chiamo Simone perché penso al primo incontro, quando eri
Simone. E penso come sei sempre stato leale dal primo momento. Non
sei tu. Lo dico Io: Verità».
«Chi, allora?». «Ma
è Giuda di Keriot! Non lo hai ancora capito?», urla il
Taddeo che non riesce più a contenersi.
«Perché non me lo
hai detto prima? Perché?», urla anche Pietro.
«Silenzio. É Satana.
Non ha altro nome. Dove vai, Pietro?».
«A cercarlo».
«Posa subito
quel mantello e quell'arma. O ti devo scacciare e maledire?».
«No, no! Oh! Signor mio! Ma
io... ma io... Sono forse malato di delirio, io? Oh! Oh!».
Pietro piange, gettato per terra ai piedi di Gesù.
«Io vi do
comando di amarvi. E di
perdonare. Avete
capito? Se anche nel mondo è l'odio, in voi sia solo
l'amore. Per tutti.
Quanti
traditori troverete sulla vostra via! Ma non li dovete odiare e
rendere loro male per male. Altrimenti il Padre odierà voi.
Prima di voi fui odiato e tradito Io. Eppure, voi lo vedete, Io non
odio. Il mondo non può amare ciò che non è come
esso. Perciò non vi amerà. Se foste suoi, vi amerebbe;
ma non siete del mondo, avendovi Io presi da mezzo al mondo. E per
questo siete odiati. Vi ho detto: il servo non è da più
del padrone. Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno voi
pure. Se avranno ascoltato Me, ascolteranno pure voi. Ma tutto
faranno per causa del mio Nome, perché non conoscono, non
vogliono conoscere
Colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato,
non sarebbero colpevoli. Ma ora il loro peccato è senza
scusa. Hanno visto le mie opere, udito le mie parole, eppure mi
hanno odiato, e con Me il Padre. Perché Io e il Padre siamo
una sola Unità con l'Amore. Ma era scritto: "Mi odiasti
senza ragione". Però, quando sarà venuto il
Consolatore, lo Spirito di verità che dal Padre procede, sarà
da Lui resa testimonianza di Me, e voi pure mi testimonierete,
perché dal principio foste con Me. Questo vi dico perché,
quando sarà l'ora, non rimaniate accasciati e
scandalizzati. Sta per venire il tempo in cui vi cacceranno
dalle sinagoghe e in cui chi vi ucciderà penserà di
fare culto a Dio con ciò. Non hanno conosciuto né il
Padre né Me. In ciò è la loro scusante. Non ve
le ho dette così ampie prima di ora, queste cose, perché
eravate come bambini pur mo' nati. Ma ora la madre vi lascia. Io
vado. Dovete assuefarvi ad altro cibo. Voglio lo conosciate. Nessuno
più mi chiede: "Dove vai?". La tristezza vi fa
muti. Eppure è bene anche per voi che Io me ne vada.
Altrimenti non verrà il Consolatore. Io ve lo manderò.
E quando sarà venuto, attraverso la sapienza e la
parola, le opere e l'eroismo che infonderà in voi, convincerà
il mondo del suo peccato deicida e di giustizia sulla mia
santità. E il mondo sarà nettamente diviso nei
reprobi, nemici di Dio, e nei credenti. Questi saranno più
o meno santi, a seconda del loro volere. Ma il giudizio del
principe del mondo e dei suoi servi sarà fatto. Di più
non posso dirvi, perché ancora non potete intendere. Ma Egli,
il divino Paraclito, vi darà la Verità intera, perché
non parlerà di Se stesso. Ma dirà tutto quello che
avrà udito dalla Mente di Dio e vi annunzierà il
futuro. Prenderà ciò che da Me viene, ossia ciò
che ancora è del Padre, e ve lo dirà. Ancora un poco
da vedersi. Poi non mi vedrete più. E poi ancora un poco, e
poi mi vedrete. Voi mormorate fra voi ed in cuor vostro. Udite una
parabola. L'ultima del vostro Maestro. Quando una donna ha
concepito e giunge all'ora del parto, è in grande afflizione
perché soffre e geme. Ma quando il piccolo figlio è
dato alla luce ed ella lo stringe sul cuore, ogni pena cessa e la
tristezza si muta in gioia, perché un uomo è venuto al
mondo. Così voi. Voi piangerete e il mondo riderà di
voi. Ma poi la vostra tristezza si muterà in gioia. Una gioia
che il mondo mai conoscerà. Voi ora siete
tristi. Ma, quando mi rivedrete, il vostro cuore diverrà
pieno di un gaudio che nessuno avrà più potere di
rapirvi. Una gioia così piena che vi offuscherà ogni
bisogno di chiedere e per la mente e per il cuore e per la
carne. Solo vi pascerete di rivedermi, dimenticando ogni altra cosa.
Ma proprio da allora potrete tutto chiedere in mio Nome, e vi sarà
dato dal Padre perché abbiate sempre più gioia.
Domandate, domandate. E riceverete. Viene l'ora in cui potrò
parlarvi apertamente del Padre. Sarà perché sarete
stati fedeli nella prova e tutto
sarà
superato. Perfetto quindi il vostro amore, perché vi
avrà dato forza nella prova. E quanto a voi mancherà
Io ve lo aggiungerò prendendolo dal mio immenso tesoro e
dicendo: "Padre, lo vedi. Essi mi hanno amato credendo che
Io venni da Te". Sceso nel mondo, ora lo lascio e vado al
Padre, e pregherò per voi». «Oh! ora Tu ti
spieghi. Ora sappiamo ciò che vuoi dire e che Tu sai tutto e
rispondi senza che nessuno ti interroghi. Veramente Tu vieni da
Dio!». «Adesso credete? All'ultima ora? É tre
anni che vi parlo! Ma già in voi opera il Pane che è
Dio e il Vino che è Sangue non venuto da uomo, e vi dà
il primo brivido di deificazione. Voi diverrete dèi se sarete
perseveranti nel mio amore e nel mio possesso. Non come lo disse
Satana ad Adamo ed Eva, ma come Io ve lo dico. É il vero
frutto dell'albero del Bene e della Vita. Il Male è
vinto in chi se ne pasce, ed è morta la Morte. Chi ne mangia
vivrà in eterno e diverrà "dio" nel Regno di
Dio. Voi sarete dèi se permarrete in Me. Eppure ecco... pur
avendo in voi questo Pane e questo Sangue, poiché sta venendo
l'ora in cui sarete dispersi, voi ve ne andrete per vostro conto e
mi lascerete solo... Ma non sono solo. Ho il Padre con Me.
Padre, Padre! Non mi abbandonare! Tutto vi ho detto... Per darvi
pace. La mia pace. Ancora sarete oppressi. Ma abbiate fede. Io
ho vinto il mondo». Gesù si alza, apre le braccia in
croce e dice con volto luminoso la sublime preghiera al Padre.
Giovanni la riporta integralmente. Gli apostoli lacrimano più
o meno palesemente e rumorosamente. Per ultimo cantano un inno. Gesù
li benedice.
Poi ordina:
«Mettiamoci i mantelli,
ora. E andiamo. Andrea, di' al capo di casa di lasciare tutto così,
per mio volere. Domani... vi farà piacere rivedere questo
luogo». Gesù lo guarda. Pare benedire le pareti, i
mobili, tutto. Poi si ammantella e si avvia, seguito dai discepoli.
Al suo fianco è Giovanni, al quale si appoggia.
«Non saluti
la Madre?», gli chiede il figlio di Zebedeo.
«No. É tutto già
fatto. Fate, anzi, piano».
Simone, che ha acceso una torcia
alla lumiera, illumina l'ampio corridoio che va alla porta. Pietro
apre cauto il portone ed escono tutti nella via e poi, facendo
giocare un ordigno, chiudono dal di fuori. E si pongono in cammino.
[17 febbraio 1944] Dice Gesù:
«Dall'episodio della Cena, oltre la considerazione della
carità di un Dio che si fa Cibo agli uomini, risaltano
quattro ammaestramenti principali.
Primo:la
necessità per tutti i figli di Dio di ubbidire alla Legge. La
Legge diceva che si doveva per Pasqua consumare l'agnello secondo il
rituale dato dall'Altissimo a Mosè, ed Io, Figlio vero del
Dio vero, non mi sono riputato, per la mia qualità
divina, esente dalla Legge. Ero sulla Terra: Uomo fra gli uomini e
Maestro degli uomini. Dovevo perciò fare il mio dovere
di uomo verso Dio come
e meglio degli altri. I
favori divini non esimono dall'ubbidienza e dallo sforzo verso una
sempre maggiore santità. Se paragonate la santità
più eccelsa alla perfezione divina, la trovate sempre piena
di mende, e perciò obbligata a sforzare se stessa per
eliminarle e raggiungere un grado di perfezione per quanto più
è possibile simile a quello di Dio.
Secondo:la
potenza della preghiera di Maria. Io ero Dio fatto Carne. Una Carne
che, per essere senza macchia, possedeva la forza spirituale
per signoreggiare la carne. Eppure non ricuso, anzi invoco l'aiuto
della Piena di Grazia, la quale anche in quell'ora di espiazione
avrebbe trovato, è vero, sul suo capo il Cielo chiuso, ma non
tanto che non riuscisse a strapparne un angelo, Lei, Regina degli
angeli, per il conforto del suo Figlio. Oh! non per Lei, povera
Mamma! Anche Lei ha assaporato l'amaro dell'abbandono del Padre, ma
per questo suo dolore offerto alla Redenzione m'ha ottenuto di
potere superare l'angoscia dell'orto degli Ulivi e di portare a
termine la Passione in tutta la sua multiforme asprezza, di cui
ognuna era volta a lavare una forma e un mezzo di peccato.
Terzo: il
dominio su se stessi e la sopportazione dell'offesa, carità
sublime su tutte, la possono avere unicamente quelli che fanno vita
della loro vita la legge di carità che Io avevo bandita.
E non bandita solo, ma praticata realmente. Cosa sia stato per Me
aver meco alla mia tavola il mio Traditore, il dovere darmi ad
esso, il dovere umiliarmi ad esso, il dovere dividere con esso il
calice di rito e posare le labbra là dove egli le aveva
posate, e farle posare a mia Madre, voi non potete pensare. I vostri
medici hanno discusso e discutono sulla mia rapida fine e le
dànno origine in una lesione cardiaca dovuta alle percosse
della flagellazione. Sì, anche per queste il mio cuore
divenne malato. Ma lo era già dalla Cena. Spezzato, spezzato
nello sforzo di dover subire al mio fianco il mio Traditore. Ho
cominciato a morire allora, fisicamente. Il resto non è stato
che aumento della già esistente agonia. Quanto ho potuto fare
l'ho fatto perché ero uno con la Carità. Anche
nell'ora in cui Dio-Carità si ritirava da Me, ho saputo
esser carità, perché ero vissuto, nei miei trentatré
anni, di carità. Non si può giungere ad una
perfezione, quale si richiede per perdonare e sopportare il
nostro offensore, se non si ha l'abito della carità. Io
l'avevo, e ho potuto perdonare e sopportare questo capolavoro
di Offensore che fu Giuda.
Quarto:il Sacramento
opera quanto più uno è degno di riceverlo. Se ne è
fatto degno con una costante volontà, che spezza la carne e
fa signore lo spirito, vincendo le concupiscenze, piegando
l'essere alle virtù, tendendolo come arco verso la perfezione
delle virtù e soprattutto della carità. Perché,
quando uno ama, tende a far lieto chi ama. Giovanni, che mi
amava come nessuno e che era puro, ebbe dal Sacramento il
massimo della trasformazione. Cominciò da quel momento
ad essere l'aquila, a cui è famigliare e facile l'altezza nel
Cielo di Dio e l'affissare il Sole eterno. Ma guai a chi riceve il
Sacramento senza esserne affatto degno, ma anzi avendo accresciuto
la sua sempre umana indegnità con le colpe mortali. Allora
esso diviene non germe di preservazione e di vita ma di corruzione e
di morte. Morte dello spirito e putrefazione della carne, per cui
essa "crepa", come dice Pietro di quella di Giuda.
Non sparge il sangue, liquido sempre vitale e bello nella sua
porpora, ma le sue interiora, nere di tutte le libidini, marciume
che si riversa fuori dalla carne marcita come da carogna di animale
immondo, oggetto di ribrezzo per i passanti. La morte del
profanatore del Sacramento è sempre la morte di un disperato,
e perciò non conosce il placido trapasso proprio di chi
è in grazia, né l'eroico trapasso della vittima che
soffre acutamente ma con lo sguardo fisso al Cielo e l'anima sicura
della pace. La morte del disperato è atroce di contorsioni e
di terrori, è una convulsione orrenda dell'anima già
ghermita dalla mano di Satana, che la strozza per svellerla dalla
carne e che la soffoca col suo nauseabondo fiato. Questa la
differenza fra chi trapassa all'altra vita dopo essersi nutrito
in essa di carità, fede, speranza e d'ogni altra virtù
e dottrina celeste e del Pane angelico che l'accompagna coi suoi
frutti - meglio se con la sua reale presenza - nel viaggio estremo,
e chi trapassa dopo una vita di bruto con morte da bruto che la
Grazia e il Sacramento non confortano. La prima è la serena
fine del santo, a cui la morte apre il Regno eterno. La seconda
è la spaventosa caduta del dannato, che si sente precipitare
nella morte eterna e conosce in un attimo ciò che ha
voluto perdere, né più può riparare. Per uno
acquisto, per l'altro spogliamento. Per uno gioia, per l'altro
terrore. Questo è quanto vi date a seconda del vostro
credere ed amare, o non credere e deridere il dono mio. E questo è
l'insegnamento di questa contemplazione».
FONTE DETTAGLIATA:
Da : " L' Evangelo come mi è stato rivelato"
-dettati e visioni di Gesù e Maria Santissimi a Maria Valtorta -
Sono stati riportati i seguenti estratti:
Volume nono; Capitolo 598: Giovedì santo. Preparativi per la Cena pasquale.
La voce del Padre. Il segno convenuto con il Traditore. L'ossequio di persone ragguardevoli.
(Mt 26,17-19; Mc 14, 12-16; Le 22, 7-13; Gv 12, 20-50)
Volume nono; Capitolo599: L'arrivo al Cenacolo e l'addio di Gesù alla Madre.
Capitolo 600:L'ultima Cena pasquale. (Mt 26, 20-35; Me 14, 17-31; Lc 22, 1438; Gv 13-17)