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Rivelazioni sul
Natale tramite Santa Gertrude

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VISITA SUBLIME
DEL SIGNORE NELLA FESTA DEL S. NATALE
"[Scrive S.
Gertrude] O potenza ammirabile d'una altezza inaccessibile! O profondo
abisso di sapienza inscrutabile ! O ampiezza immensa di carità
desiderabile ! Con quale abbondanza l'onda della tua Divinità, più
dolce del miele, si è innalzata per traboccare poi su di me, miserabile
verme strisciante sulla sabbia di tanti difetti e negligenze! Mi sia
dunque lecito, durante il terreno pellegrinaggio, compiere i miei
desideri, cioè rappresentare, per quanto possibile, le beatificanti
delizie e le dolci soavità per cui « chi aderisce a Dio diventa un solo
spirito con lui » (I Cor. VI, 17). Voglio qui esprimere, come potrò,
qualcosa di quelle gioie divine che io, atomo di polvere, ho potuto
gustare.
Era l'anniversario
di quella felice e santa notte nella qua¬le il cielo distillò sulla
terra la rugiada della divinità. L'anima mia, simile « a un vello
esposto sull'aia della carità ed umettato dalla celeste rugiada »,
volle meditare quel mistero. Con l'esercizio della divozione essa
desiderava porgere i suoi servigi a quel divino evento per cui, come
raggio dalla stella, così la Vergine ci diede il Figlio Suo, vero Dio e
vero uomo. Ad un tratto compresi che un tenero Bambinello appena nato
era stato deposto nel mio cuore. Nel medesimo istante vidi l'anima mia
interamente trasformata, prendere il colore di quel divino Infante, se
pur mi è permesso di definire col nome di colore, ciò che non può
essere paragonato a nulla di visibile. Ricevetti, in pari tempo
l'intelligenza di quelle ineffabili parole « Erit Deus omnia in
omnibus. Dia sarà tutto in tutti» (I Cor. XV, 28) e con insaziabile
ardore accolsi il delizioso nettare di quest'espressione dettami da
Gesù: Come io sono nella mia divinità « la figura della sostanza di Dio
Padre » (Eb. I, 3) così tu sarai l'immagine vivente della mia Umanità
e, siccome il sole comunica all'aria la propria chia¬rezza, così io
divinizzerò la tua anima, penetrandola coi raggi della mia Divinità.
Investita da questa luce unitiva tu sarai resa atta a una più familiare
unione con me ».
O nobilissimo
balsamo della Divinità che vigoreggi nell'eternità, ma che, in questi
tempi ti diffondi mirabilmente sulle anime! O potenza veramente
invincibile dell'Altissimo! Come mai in un vaso d'argilla, destinato
all'ignominia, hai potuto racchiudere il preziosissimo liquore della
tua grazia? O conferma dell'eccessiva tenerezza di Dio, che non mi ha
abbandonato quando mi aggiravo per sentieri del vizio e che mi ha fatto
conoscere, per quanto la mia miseria glielo permise, la dolcezza di
quella felicissima unione!
(cap VI libro II, L'araldo
del Divino Amore, Santa Getrude)
MERITO DELLA
BUONA VOLONTA' E DELL'OFFERTA DEL CUORE,
CON ALTRE
ISTRUZIONI DATE A GELTRUDE RIGUARDO ALLE PAROLE DELL'UFFICIO DIVINO
I. Buona volontà.
Durante la S.
Messa: « Veni, et ostende » il Signore le apparve tutto dolcezza e
grazia, irradiando dalla sacra persona luce celeste, vivificante. Nel
giorno del Natale pareva discendere dal trono sublime della sua gloria,
come per riversare, con maggior abbondanza sulle sue anime dilette
torrenti di grazie. Geltrude pregò allora per le persone che si erano
raccomandate alle sue preghiere, e per quelle alle quali desiderava
ottenere speciali favori.
Le disse Gesù: «
Ho dato ad ogni anima una cannula d'oro con la quale potranno attingere
nella profondità del mio Cuore, tutto quello che vorranno ». Ella
comprese che quel misterioso condotto significava la buona volontà,
mediante la quale l'uomo può appropriarsi tutte le ricchezze spirituali
dei cielo e della terra. Vuole per esempio un'anima offrire a Dio le
lodi, i ringraziamenti, l'obbedienza, la fedeltà di cui alcuni Santi ci
hanno dato l'esempio? Subito la divina bontà accetta l'intenzione come
un fatto compiuto. Questa cannula prodigiosa si adorna poi di oro
prezioso, quando l'uomo ringrazia Dio di avergli dato una facoltà così
nobile, che gli serve ad acquistare tali meriti, come non potrebbe fare
il mondo intero con le sue forze naturali.
Vide inoltre che
tutte le monache della Comunità circondavano il Signore, ciascuna
munita di quel misterioso tubo, per attrarre la grazia, secondo la
misura delle sue for¬ze. Mentre alcune attingevano preziosi tesori
direttamente dal Sacro Cuore, altre li ricevevano dalle Mani del
Salvatore. Ma più esse si allontanavano dal Sacro Cuore, più avevano
difficoltà a ottenere quanto desideravano. Invece, se si sforzavano di
aspirare dal centro stesso del Sacro Cuore, s'inebbriavano di dolcezze
copiose, con grande facilità. Quelle che attingevano direttamente le
grazie dal Sacro Cuore, rappresentavano le anime che si sottomettono
alla Volontà di Dio e bramano che si compia perfettamente, sia per le
cose temporali come per le spirituali. Queste anime commuovono così
profondamente l'infinita bontà di Dio che, al momento opportuno,
ricevono la divina grazia tanto più copiosamente, quanto hanno
maggiormente bramata il compimento del divino Volere. Le altre invece
che attingono grazie dalle membra del Signore, simboleggiavano le anime
che si sforzano di ottenere da Dio doni e virtù, ma seguono le tendenze
personali della propria volontà; esse ottengono tanto più difficilmente
i divini favori, quanto me¬no s'abbandonano alla divina Provvidenza.
II.
Perfetta offerta del cuore a Dio.
Geltrude un giorno
rivolse questa preghiera al Signore: « Amabilissimo Gesù, nella
pienezza della mia volontà ti offro il mio cuore libero da ogni affetto
umano, pregandoti di purificarlo nell'acqua che sgorga dal tuo
Sacratissi¬mo Costato, di arricchirlo coi meriti del prezioso Sangue
del tuo dolcissimo Cuore, e di unirlo intimamente a Te, nel soave
spirito del tuo divino amore ». Il Figlio di Dio allora le si mostrò in
atto dì offrire all'eterno Padre il cuore della sua diletta unito al
suo proprio Cuore divino, sotto forma di un calice elle risultava di
due parti, saldate con candida cera. A tale vista Geltrude disse con
umile divozione: « Fa, o amabilissimo Gesù, che il mio cuore rimanga
sempre vicino al tuo come una di quelle anfore ché i servi, ad un
cenno, porgono ai loro padroni per ristorarli. Possa Tu sempre trovarlo
pronto, sia per attingervi, sia per riem¬pirlo a vantaggio di chi
vorrai ».
Gesù accettò con
bontà quell'offerta, e disse al Padre suo: « O Padre santo, fa che per
la tua eterna gloria, il cuore di questa creatura sia il felice tramite
che abbia a diffondere sul mondo la sorgente inesausta dei benefici
racchiusi nello stesso mio sacro Cuore ».
Siccome, in
seguito, Geltrude rinnovava spesso questa offerta, vedeva il cuor suo
colmo di doni celesti e dalle mille lodi, ringraziamenti, suppliche che
ne emanavano, comprendeva che gli eletti dei cielo ne ricevevano
aumento di gioia. Altra volta, esso contribuiva all'avanzamento in
virtù di coloro che erano sulla terra, come vedremo più avanti.
Geltrude comprese poi che Dio gradiva questo scritto, per¬ché doveva
fare del bene ad anime innumerevoli.
III.
Onore reso a Dio. Efficacia della divina misericordia.
Nel tempo
d'Avvento, mentre si cantava il responsorio «Ecce venit Dominus
protector noster, sanctus Israel - Ecco che viene il Signore, nostro
protettore, il Santo d'I¬sraele », ella comprese che se un'anima
abbandona com¬pletamente a Dio la condotta della sua vita, se sospira
con ardore di essere diretta nella prosperità, come nell'afflizione
dall'amabilissima divina Volontà, essa dà a Dio tanta gloria quanta ne
procurerebbe al principe colui che gli ponesse sul capo una corona
regale.
Con le parole dei
profeta Isaia « Elevare, elevare, con¬surge Jerusalem - Levati, levati,
Gerusalemme » (Isaia LI, 17), Geltrude comprese quali benefici la
santità procuri alla Chiesa militante. Infatti quando un'anima ardente
d'amore per Dio, a Lui si rivolge con volontà sincera di riparare, se
lo potesse, interamente, le offese che le colpe umane procurano alla
divina gloria, quando, nell'ardente carità che la consuma, gli offre
tale dimostrazione di tenerezza, la divina Bontà si mostra così
placata che giunge talvolta a perdonare al mondo intero.
Questo viene
espresso dalle parole. « Usque ad fundum calicis bibtsti - Hai bevuto
il calice sino al fondo » (Ibid) perché, con questo mezzo, la dolcezza
della misericordia si sostituisce ai rigori della giustizia. Ma le
parole che seguono: « Potasti usque ad faeces - Hai bevuto fino alla
feccia » fa capire che nessuna redenzione è possibile ai dannati,
perchè non hanno diritto che alla feccia della giustizia.
IV.
Vantaggi che derivano dall'evitare parole e azioni inutili.
Geltrude, leggendo
le parole d'Isaia: « Glorificaberis dum non facis vias tuas etc. -
Sarai glorificato se non segui le tue inclinazioni ecc. (Isaia LVIII,
13) », comprese che, se dopo d'aver accarezzato diversi progetti, si
rinuncia al pia¬cere di vederli eseguiti perchè non hanno utilità per
il be¬ne, si avranno tre vantaggi:
1) Di trovare in
Dio le più grandi delizie: « Delectaberis in Domino - Ti rallegrerai in
Dio » (Is, LVIII, 14).
2) Di sfuggire al
nefasto impero dei pensieri pericolosi: « Sustollam te super
altitudinem terrae - T'innalzerò al di sopra delle altezze della terra»
(Ibid).
3) Di ricevere dal
Figlio di Dio, in premio d'aver re¬sistito alla tentazione ed ottenuto
vittoria, una parte spe¬ciale ai meriti della sua santissima vita,
secondo la parola dei sacri libri: « Et cibabo te haereditate Jacob
patris tui »: « Ti darò per nutrimento l'eredità di Giacobbe tuo padre
» (Ibid). In questo altro testo dello stesso Profeta: « Ecce merces
ejus cum eo » « Porta con sè la propria ricompensa», (Ibid) (XL, 10)
Geltrude comprese che Gesù nel suo immenso amore per gli eletti, si
degna di essere Lui stesso la loro ricompensa. Egli si unisce ad essi
con tanta dolcezza, che la creatura, oggetto di sì grande amore, può
affer¬mare in verità che è ricompensata al di là dei propri me¬riti «
Et opus illius coram illo - E l'opera sua è davanti a Lui » (lbid).
Quando l'anima s'abbandona completamente al¬la santa Provvidenza, e
cerca in tutti i suoi atti di compie¬re la divina Volontà, essa, per
grazia celeste, appare già per¬fetta allo sguardo di Dio.
V.
Il pentimento purifica.
Geltrude mentre
recitava il responsorio della vigilia di Natale: «Sanctificamini, filii
Israel - Santificatevi, figli d'Israele » comprese che, se un'anima
deplora le colpe che ha commesse e rimpiange di non aver compiuto tutto
il bene che le era possibile, risoluta ormai di sottomettersi in tutto
alla divina legge, appare agli occhi della divina Mae¬stà già
santificata come il lebbroso, che fu purificato dalle sue colpe dallo
stesso Salvatore: « Volo mundare - Voglio che tu sii purificato »
(Matt. VIII, 3).
Con quella parola:
« Cantate Domino canticum novum - Cantate al Signore un cantico nuovo »
(Is. XLII, 19) le fu mostrato che chi canta con grande fervore, canta
un cantico nuovo; infatti egli si trova interamente rinnovato e gradito
a Dio, perchè ha ricevuto la grazia di dirigere ver¬so di lui le sue
intenzioni.
VI.
Dio colpisce i suoi eletti per guarirli.
In quel testo
d'Isaia « Spiritus Domini super me - Lo spirito del Signore è su me »
(Is. LXI, 1) e quello che segue « ut mederer contritos corde - per
guarire i cuori infranti », Geltrude vide che il Figlio di Dio, essendo
stato mandato per sollevare i tribolati, usa provare i suoi eletti con
la sofferenza, per avere poi l'occasione di portarvi rimedio. In tal
caso s'avvicina all'anima, non toglie la prova che, pur spezzando il
cuore, riesce tanto meritoria, ma si applica a guarire, nella fragile
creatura, quello che può essere pericoloso e funesto.
Mentre il coro
cantava il salmo CIX, alle parole: « In splendoribus Sanctorum - Nello
splendore dei Santi » el¬la comprese che la luce di Dio è immensa e
inconcepibile. Se tutti i Santi, da Adamo fino all'ultimo uomo, ne
avessero una conoscenza personale chiara, profonda, vasta, secondo le
possibilità delle creature, (bisogna ricordare che la conoscenza di una
è diversa da quella di un'altra), se inoltre il numero dei Santi fosse
mille e mille volte più grande, la Divinità resterebbe sempre
inesauribile ed infinitamente al di sopra di ogni intelligenza creata.
Perciò non si dice: « In splendore », ma « In splendoribus sanctorum,
ex utero ante luciferum genui te - Negli splendori dei santi ti ho
generato nel mio seno, prima dell'aurora».
VII.
Ciascuno deve portare la sua croce alla sequela di Gesù Cristo.
Ai vesperi di un
Martire, mentre si cantava l'antifona « Qui vult venire post me - Colui
che vuole seguirmi » Geltrude vide il Salvatore avanzarsi su di una
strada fiancheggiata da verzura e fiori, ma stretta e spinosa; pareva
preceduto da una Croce che apriva il varco, divaricando i rami e
rendendo la via praticabile. Gesù si rivolgeva con volto sereno verso
coloro che camminavano dietro a Lui, ed invitava i suoi amanti a
seguirlo, dicendo: « Qui vult venire post me, abneget semetipsum,
tollat crucem suam et sequatur me etc. - Chi vuole seguirmi prenda la
sua croce e mi segua». Ascoltando tali parole comprese che la croce di
ciascuno è la sua tentazione personale. Per esempio certe anime
trovano la loro croce nell'obbedienza, eseguendo ordini contrari ai
loro gusti; altre sono oppresse dalla ma¬lattia che loro impedisce di
fare quello che vogliono. Noi dobbiamo portare la nostra croce,
soffrendo volentieri quan¬to di duro e di penoso ci presenta il dovere,
senza nulla trascurare di quanto può fare piacere a Dio e glorificare
il suo Nome.
VIII.
La correzione troppo severa si muta in merito per chi la sopporta.
Geltrude,
recitando quel versetto: « Verba iniquorum - Le parole dei cattivi»
(Sol. LXIV, 4) comprese che se una persona, caduta per umana fragilità
in difetto, ne riceve una correzione troppo severa, viene dalla
misericordia di Dio largamente benedetta, perché quell'eccesso di
rigore pro¬vota la sua bontà e procura alla colpevole aumento di
meriti.
IX.
Dio castiga per misericordia i suoi fedeli ed abbandona i perversi alla
loro cattiveria.
Alla fine della
Salve Regina, mentre si cantava quell'in¬vocazione: « misericordis
oculos », Geltrude desiderò rice¬vere la salute del corpo. Il Signore
le disse sorridendo: « Ma non sai che Dio ti guarda con maggior
tenerezza quan¬do sei oppressa dalla sofferenza fisica, o da angosce
mo¬rali? ».
Nella festa di più
Martiri, quando il coro cantò quelle parole gloriosum Sanguinem, ella
capì che il Sangue spar¬so per Cristo è lodato nella S. Scrittura,
quantunque natu¬ralmente ispiri un certo orrore. Così comprese che
nella vita religiosa certe trasgressioni alla Regola, volute
dall'ob¬bedienza e dalla carità, piacciono tanto a Dio, da poter essere
degne di lode e chiamate gloriose. Altra volta comprese che, per un
segreto giudizio, Dio permette ad uomini perversi d'interrogare
un'anima eletta per carpirle qualche segreto ed averne poi risposte
atte a fissarli nei loro errori. Dio lo permette per la condanna dei
tristi e la perseveranza dei buoni. Perciò il Profeta Ezechiele si
esprime in questi termini: « Qui posuerit munditias suas in corde suo,
et scan¬dalum iniquitatis suae contro faciem suam, et venerit ad
prophetam, interrogans cum pro me. Ego Dominus respondebo ci in
multitudine immunditiarum suarum, ut capiatur in corde suo -
Colui che ha chiuso le sue impurità in cuore, che ha messo lo scandalo
delle sue iniquità da¬vanti al suo volto, e che andrà poi a trovare il
Profeta e l'interrogherà nel nome mio, io stesso gli risponderò
se¬condo la moltitudine delle sue infamie, perchè sia ingan¬nato dal
suo medesimo cuore» (Ezch. XIV, 4, 5).
X.
Chi crede deve confidare in Dio: non c'è peccato senza consenso.
Geltrude nelle
parole cantate in onore di S. Giovanni « Haurit virus hic lethale -
Bevve veleno mortale », com¬prese che la virtù della fede preservò
Giovanni da veleno mortifero, così come la resistenza della volontà
conserva l'anima senza macchia, malgrado gl'influssi malvagi che
potrebbero insinuarsi in cuore, senza il consenso della volontà.
Recitando il
versetto: « Dtgnare Domine die isto etc. - Degnati, o Signore, in
questo giorno ecc. » ella ricevette questa luce: se l'uomo che ha
pregato Dio di preservarlo dai peccato, cadesse, per un segreto
permesso dell'Altissimo, in qualche grave colpa, troverebbe però subito
pronta la grazia, quasi bastone d'appoggio per rialzarsi e facilitare
la sua conversione.
XI.
Come dobbiamo benedire Dio e riprendere i colpevoli.
Geltrude durante
il canto del Responsorio Benedicens si presentò al Signore per
implorarne la benedizione, come se avesse personificato lo stesso Noè.
Ricevuta tale benedizione parve che il Signore desiderasse la sua. Ella
comprese che l'uomo benedice Dio quando si pente d'aver¬lo offeso e gli
domanda aiuto per non cadere mai più nel peccato. Gesù, volendo farle
capire come quell'atto gli è gradito, s'inchinò profondamente per
ricevere tale benedizione, quasi che la salvezza del mondo ne fosse la
conseguenza. -
A quelle parole: «
Ubi est frater tuus, Abel? - Dov'è Abele tuo fratello? » (Gen. IV, 9)
comprese che Dio domanderà conto a ciascun religioso delle colpe che i
fratelli com¬mettono contro la Regola, perchè esse si sarebbero potute
evitare con una buona parola detta al colpevole, oppure con un prudente
ricorso al Superiore.
La scusa che
taluni adducono: « Non ho l'obbligo di correggere il fratello » oppure
l'altra « Sono peggiore di lui », non saranno meglio accolte dal
Signore delle parole di Caino: « Numquíd eustos fratris mei sum ego? -
Sono forse il guardiano del mio fratello? » (Gen. IV, 9). Davanti a Dio
tutti gli uomini hanno lo stretto dovere di aiutarsi a vicen¬da, per
evitare le colpe ed eccitarsi al bene. Tutte le volte che su questo
punto non ascoltano la voce della coscienza, peccano contro Dio; se
trascurano tale dovere, dovranno rendere stretto conto a Dio, il quale
chiederà ragione del¬l'anima del fratello, più a loro che allo stesso
Superiore il quale, per il suo ufficio, è gravato da tanti impegni e
non può talora accorgersi delle mancanze dei sudditi. Perciò la
minaccia, « Vae facienti, vae, vae consentienti - Condanna a ohi fa il
male, e doppia condanna e chi v'acconsente », deve risuonare in fondo
ad ogni coscienza come un solenne invito alla correzione: è gran male
tacere quando si può, con parole opportune, evitare colpe che
diminuiscono la gloria di Dio.
XII.
Chi difende la giustizia, riveste Dio.
Geltrude mentre
cantava il responsorio: « Induit me Dominus - Il Signore mi ha
rivestito» ricevette que¬sta luce. Colui che combatte legittimamente
per la giusti¬zia, lavorando con parole e con azioni per promuovere la
fede, ricopre il Signore di un ricco paludamento di gloria e di salute.
Nell'eterna vita Dio gli prodigherà le larghezze della sua regale
munificenza, e dopo d'avergli accordato un manto d'allegrezza, lo
coronerà con un diadema di gloria.
Ella comprese
allora che colui il quale nel combatti¬mento per il bene della
religione, avrà sopportato avversi¬tà e contraddizioni, diventerà più
caro a Dio, come il po¬vero si mostra doppiamente soddisfatto quando,
con un so¬lo abito, riesce ad essere riscaldato e vestito; quand'anche
poi per l'opposizione dei cattivi, il lavoro intrapreso a glo¬ria di
Dio non avesse risultato positivo, pure la ricompensa del servo fedele
non sarebbe punto diminuita.
Al canto del
responsorio « Vocavit Angelus Domini ». Geltrude comprese che gli
Angeli, la cui assistenza sarebbe sufficiente a preservarci da ogni
male, sospendono talora, per ordine divino, la loro efficace protezione
e paterna Prov¬videnza.
Dio permette
allora che i suoi eletti siano tentati per ricompensarli maggiormente,
avendo essi con la loro vir¬tù, trionfato del nemico, quantunque
l'ausilio degli Angeli fosse loro stato momentaneamente sospeso.
XIII.
Beni che procurano l'obbedienza e l'avversità.
Nell'ufficio dello
stesso giorno, al responsorio che segue immediatamente « Vocabit
Angelus Domini Abraham » Geltrude si rese ragione perchè il padre dei
credenti meri¬tò di essere chiamato da un Angelo, nel momento in cui
alzava il braccio per compiere gli ordini del cielo.
Così se l'anima,
giusta, per amore di Dio, sottomette il giudizio e mostra buona volontà
di fronte a un sacrificio gravoso, merita di essere subito sorretta
dalle dolcezze della grazia e consolata dal buon testimonio della
coscienza. Con Tali favori l'infinita bontà di Dio anticipa le gioie
dell'eter¬na ricompensa, ed i trionfi di quel giorno nel quale
ciascu¬no riceverà a seconda delle sue opere.
Una volta ella,
pensando a parecchie gravi sofferenze sopportate, domandò
fiduciosamente a Gesù perché mai le avesse permesse. Egli rispose: «
Quando la mano di un pa¬dre vuole opportunamente correggere un
figliuolo, la verga non può porre resistenza. Così i miei eletti non
dovreb¬bero mai attribuire i mali che soffrono agli uomini; essi sono
semplici strumenti di cui mi servo per esercitare la loro pazienza. I
miei amici dovrebbero piuttosto considerare il mio paterno amore, il
quale non permetterebbe al minimo soffio di turbarli, se non fosse per
aumentare le loro eterne gioie. E' bene però che i miei eletti abbiano
compassione di coloro che, perseguitandoli, macchiano la loro anima ».
XIV.
Le nostre opere, offerte a Dio Padre, per mezzo del Figlio suo, gli
sono assai gradite.
Un giorno
Geltrude, provando grande difficoltà nel compiere un lavoro, disse al
Padre celeste: « Signore, ti of¬fro quest'azione, per mezzo del tuo
Figlio unico, nella virtù dello Spirito Santo, per la tua eterna
gloria». Comprese tosto che quell'offerta aveva dato all'opera sua un
valore straordinario, che l'aveva inalzata al disopra del livello
umano, dandole splendori deiformi. E come gli oggetti appaio¬no di
colore verde o azzurro, a seconda degli occhiali che si mettono, così
nulla piace di più a Dio Padre di un'azione compiuta per mezzo del suo
dilettissimo Figlio Gesù.
XV.
Nessuna preghiera ben fatta rimane infeconda.
Geltrude un giorno
chiese al Signore a che cosa ser¬vivano le frequenti preghiere ch'ella
faceva per i suoi ami¬ci, giacché non ne ricavava alcun buon effetto.
Gesù si degnò
illuminarla con questo paragone: « Quan¬do un giovanissimo principe
ritorna al palazzo dell'impe¬ratore, dopo d'avere ricevuto
l'investitura di un grande feu¬do e il possesso di ricchezze
considerevoli, coloro che l'in¬contrano non vedono in lui che la
debolezza dell'infanzia e neppure suppongono che un giorno sarà grande
e poten¬te. Non stupirti quindi se non puoi scoprire l'effetto
im¬mediato delle tue preghiere. La mia eterna Sapienza. dispo¬ne tutto
per il miglior bene. Quello che è certo si è che, più si prega per
un'anima, più si collabora alla sua eterna felicità. La preghiera
perseverante non è mai infeconda, quantunque gli uomini non possano
capire quaggiù il mo¬do con cui io li esaudisco ».
XVI.
I santi pensieri; il loro merito e la loro ricompensa.
Geltrude
desiderava sapere quale ricompensa riceverebbe un'anima che avesse
innalzato a Dio tutti i suoi pensieri. Ebbe da Gesù quest'istruziane: «
L'uomo che dirige i suoi pensieri verso Dio, sia meditando, sia
pregando, pone uno specchio tersissimo di fronte al trono glorioso
della divini¬tà. In tale specchio il Signore contempla con gioia la sua
propria immagine, perché è Lui stesso che dirige e ispira tutto ciò che
è buono. Se poi, per l'umana fragilità, l'uomo provasse difficoltà in
questo continuo orientamento verso Dio, non deva scoraggiarsi, ma
ricordare che più lo sforzo sarà faticoso, più lo specchio presentato
di fronte all'adorabile Trinità e a tutti i Santi, sarà luminoso e
brillante; di più tale specchio rifulgerà eternamente per la gloria di
Dio e per l'allegrezza eterna dell'anima che avrà saputo santificare i
suoi pensieri ».
XVII.
Ostacoli alla divozione nei giorni di festa.
In un giorno di
festa Geltrude, per un forte male di testa, non poté cantare; ella
domandò ingenuamente a Gesù perché mai permetteva che quel malessere
la sorpren¬desse soprattutto nei giorni di maggiore solennità. Le
ri¬spose il Signore: « Lo faccio per tema che il fascino delle melodie
sacre non ti renda meno sensibile ai delicati tocchi della grazia».
Obbiettò vivacemente Geltrude: «Ma la bontà tua, o mio Signore,
potrebbe preservarmi da tale pericolo ». « Infatti potrei farlo: però
ricorda che l'anima ha maggior guadagno quando, per mezzo della prova e
della sofferenza, le vengono tolte occasioni di colpa, perché ha allora
il doppio merito della pazienza e dell'umiltà».
XVIII.
Effetti della buona volontà.
Un giorno
Geltrude, trasportata da un impeto di fervo¬re, disse: « Come sarei
felice, o mio Dio, se un fuoco ar¬dente bruciasse l'anima mia,
riducendola in sostanza liqui¬da che potesse scorrere facilmente in Te
». Rispose il Si¬gnore: « La tua volontà sarà quel fuoco divoratore ».
Ella comprese allora che, con un solo movimento di buona vo¬lontà, si
può ottenere la realtà dei desideri che hanno Dio per oggetto.
XIX.
Vantaggi della tentazione.
Geltrude pregava
spesso il Signore di sradicare ogni difetto da essa e dagli altri. Ma
poi comprese che la divina bontà non poteva esaudirla che in parte,
cioè attenuando la fatale necessità che risulta dalle cattive
abitudini. Con l'aiuto di Dio l'aníma riesce allora a resistere
facilmente al male, perché la difficoltà cessa di crescere con
l'abitudine che, giustamente, è chiamata una seconda natura. Ella
ri¬conobbe allora l'ammirabile consiglio della divina bontà per la
salvezza delle anime; Dio, per avere il diritto di aumen¬tare la loro
eterna ricompensa permette che siano fortemente combattute dal pungolo
del peccato: resistendo aumen¬tano la loro gloria e il loro eterno
trionfo.
XX.
Gesù soccorre nella loro agonia coloro che hanno pensato a Lui.
Geltrude ascoltò
in una predica queste parole: « Nes¬suno potrà salvarsi senza l'amore
di Dio; tale amore deve essere almeno sufficiente per condurlo a
sentimenti di con¬trizione e all'emenda della vita ». Ella si turbò
pensando che molti, in punto di morte, sentono dolore dei peccati, più
per timore dell'inferno che per puro amore di Dio. Ma il Signore la
rassicurò dicendole: «Quando vedo nell'agonia coloro che durante la
vita hanno qualche volta pensato a me, o che hanno compiuto qualche
buona opera negli ultimi giorni, mi mostro a essi con tanta bontà,
tenerezza e amabilità che essi si pentono d'avermi offeso e tale atto
di dolore loro vale l'eterna salvezza. Così vorrei che i miei eletti mi
glorificassero, e ringraziassero per tale insigne favore ».
XXI.
Dio non fissa lo sguardo sulle imperfezioni di un'ani¬ma che lo ama
veramente.
Geltrude,
considerando la miseria dell'anima sua, ne fu così costernata e concepì
un tale disprezzo di se stessa, che si andava domandando con ansietà se
potesse piacere al suo Dio. Infattì dove il suo occhio infermo poteva
scorgere una macchia, lo sguardo penetrante della divinità avrebbe
scoperto innumerevoli colpe. Il Signore le diede questa con¬solante.
risposta: « L'anima giunge a piacermi per mezzo dell'amore ».
Ella comprese
allora che se l'amore umano giunge a far trovare del fascino perfino in
esseri deformi, Dio, che é la carità per essenza, soprà trovare
bellezze meravigliose nelle creature da lui amate.
XXII.
Come il Signore moderò in Geltrude il desiderio della morte.
Geltrude, come
l'Apostolo, sospirava ardentemente di essere separata dai corpo per
unirsi a Cristo e per l'ardore di tale brama, faceva sentire a Dio i
gemiti del suo cuore amante,
Il Signore si
degnò di farle capire che ogni qualvolta, pur sentendo vivissimo
desiderio di uscire dalla prigione del corpo, si fosse rassegnata a
rimanere quaggiù tutto il tempo che il Signore avesse voluto,
altrettante volte il Figlio di Dio le comunicherebbe i meriti della sua
santissima vita, perchè si perfezionasse sempre di più davanti allo
sguardo del Padre celeste.
XXIII.
Dio non esige il frutto delle opere per ciascuno de' suoi doni.
Geltrude,
ricordando un giorno le grazie numerose e va¬rie ricevute dalla bontà
divina, si protestò miserabile, ingra¬ta, indegna di ogni bene per
avere sciupato tanti tesori; ella si rendeva conto di non aver
trafficato tali doni per il suo proprio vantaggio, nè d'averne
ringraziato degnamente il Si¬gnore; di più doveva convenire di avere
trascurato anche il profitto del prossimo, il quale non avendo
conosciuto quelle grazie, non era stato in grado di trarne
edificazione, elevandosi a una più alta conoscenza di Dio.
Gesù consolò la
sua Sposa, mandandole una luce spe¬ciale. Egli le fece capire che,
diffondendo i suoi doni sugli uomini, non esige un frutto speciale per
ciascuno di essi, ben conoscendo la fragilità delle sue crature;
tuttavia, non po¬tendo trattenere l'impeto della sua bontà e
generosità, spar¬ge continuamente sugli uomini l'abbondanza delle sue
grazie, quasi per prepararli alla meravigliosa opulenza della fe¬licità
eterna. Così è del fanciullo al quale vengono affidati titoli di
proprietà; egli non ne capisce affatto il pregio, ma giunto a età
matura si compiacerà di tali ricchezze. Per tanto l'amabile Salvatore,
accordando grazie celesti al suoi eletti, loro dona un pregusto di quei
beni la cui pienezza formerà il loro eterno godimento.
XXIV.
La volontà d'avere buoni desideri supplisce al loro difetto.
Geltrude un giorno
si sentì amareggiata per il timore di non avere un desiderio abbastanza
intenso di lodare il buon Dio. Una luce soprannaturale però le fece
capire che il Si¬gnore si accontenta della buona volontà di coloro che
bra¬mano di avere ardenti desideri. L'anima si riveste allora dello
splendore dei suoi stessi aneliti allo sguardo di Dio, che gu¬sta in
essa maggior delizie di quelle che noi proveremmo contemplando in
primavera la vaghezza di un prato adorno di magnifici fiori.
Un'altra volta
Geltrude, oppressa dalla malattia, si era un po' allentata
nell'abituale attenzione alla divina presenza. Quando si accorse della
sua negligenza, ne provò cocente rimorso e subito risolvette di
confessare la colpa a Gesù con umile divozione. Ella giustamente temeva
di dover fare gran¬di sforzi prima di ritrovare le dolcezze della
grazia celeste; invece immediatamente sentì la bontà divina chinarsi
verso di lei, dicendole con un tono pieno d'amore: « Mia figlia, tu sei
sempre meco, e tutto quello che è mio, è tuo ».
Quelle parole le
fecero comprendere che se l'uomo, a causa dell'innata fragilità
trascura di dirigere l'intenzione a Dio, Egli nella sua tenera
misericordia giudica le sue azioni degne di eterna ricompensa, purchè
la volontà non si distolga da Dio, e abbia un vero, attuale dolore dei
propri peccati. All'avvicinarsi di una festa, Geltrude si sentì
assalita da un attacco di malattia. Con la solita confidenza pregò il
Si¬gnore di lasciarle la salute fino a solennità compiuta, o almeno di
diminuire i dolori in modo da poter celebrare le sacre funzioni;
tuttavia si sottomise pienamente al divino beneplacito. Gesù le rispose
amabilmente: « Con questa preghiera e soprattutto con l'adesione
incondizionata alla mia Volontà, mi hai introdotto in un giardino
delizioso ove trovo ineffabili godimenti, mirando le aiuole smaltate
di olezzanti fiori. Sappi dunque che se ti esaudisco, sono io che ti
seguirò nel giardino ove tu gusti le tue delizie, se, al contrario,
non rispondo affermativamente alla tua richiesta, e tu ricevi il
rifiuto con pazienza, sei tu che mi seguirai nel giardino delle mie
preferenze. Ricorda, o figlia, che mi compiaccio assai più di te,
quando trovo nella tua anima ferventi desideri, quantunque talora un
po' attenuati per la malattia, che non quando tu senti ardenti brame e
accesa divozione, ma congiunte alla tua propria sodisfazione ».
XXV.
Bisogna temere che l'assecondare i sensi, diminuisca in noi la grazia.
Geltrude domandò
un giorno al Signore come mai Egli facesse gustare a certe anime la
dolcezza delle consolazioni, mentre altre vivevano nella più desolante
aridità.
Il Salvatore le
diede questa istruzione: « Il cuore dell'uo¬mo è stato creato per
contenere le delizie spirituali, come il vaso è stato fatto per
contenere l'acqua. Se il vaso colmo la¬scia sfuggire il liquido da
qualche fessura, a poco, a poco si vuoterà e rimarrà asciutto. Così se
il cuore che racchiude delizie celesti, le perde attraverso
all'accontentamento dei sensi, guardando, o ascoltando quando gli
piace, o seguendo la sua cupidigia, lascia evaporare, per così dire, le
dolcezze sì rituali e se ne sta vuoto nell'incapacità desolante di
tro¬vare la sua gioia in Dio. Tutti possono farne esperienza in se
stessi. Quando l'uomo segue le sue tendenze, guardando e ascoltando
cose vane e inutili, subito si sente allontanare dai pensieri celesti:
è il dolce liquore spirituale che sfugge, come l'acqua dal vaso. Se
invece egli resiste generosamente per piacere a Dio, agli allettamenti
sensibili, subito sente cre¬scere in sè una segreta gioia intima che
sovrabbonda, tanto da non poter più contenerla. Perciò colui che saprà
vincere e mortificare la natura, riuscirà a deliziarsi in Dio, e le sue
gioie saranno grandi in proporzione dello sforzo fatto per vincersi ».
Un giorno Geltrude
fu presa da una profonda tristezza, per cosa di poca importanza. Mentre
il sacerdote esponeva l'Ostia Santa all'adorazione dei fedeli, offerse
la sua desola¬zione a Dio, in lode eterna. Il Signore parve allora
attrarla a sè, come attraverso a un'apertura di quell'Ostia misteriosa;
la fece dolcemente riposare sul suo Cuore e le disse con bontà: « In
questo domicilio sarai esente da ogni pena, ma ogni volta che te ne
allontanerai, il tuo cuore proverà un profondo disgusto che ti servirà
d'antidoto salutare, ricon¬ducendoti verso il tuo Dio ».
XXVI.
Il Signore consola Geltrude come farebbe una madre col suo bambino.
Un giorno
Geltrude, affatto sfinita e senza forze, disse a Gesù: « O mio Maestro,
che diverrò io? Che cosa farete di me? ». Egli le rispose: « Come una
madre consola i suoi figli, così o ti consolerò ». E aggiunse: « Non
hai veduto qualche volta una madre accarezzare il suo figlioletto? ».
Geltrude taceva; non si ricordava di averlo veduto mai. Il Signore le
ricordò allora che quell'anno stesso, sei mesi prima, aveva incontrato
una madre che accarezzava la sua creatura, e le rammentò tre cose che
aveva viste in quell'incontro senza fermarvi il pensiero.
« Prima » disse
Gesù « hai veduto come la madre in¬vitava a diverse riprese, il
fanciulletto ad abbracciarla, e que¬gli non poteva corrispondere
all'invito, se non facendo sforzi per giungere fino al di lei volto.
Così sarà solo col farti vio¬lenza che giungerai, per mezzo della
contemplazione, a go¬dere la dolcezza e il soave godimento dell'amor
mio »
« Tu osservasti,
in secondo luogo, che la madre stuzzi¬cava e teneva desta la volontà
del fanciullo, dicendogli: « Vuoi questo? Vuoi quello? » senza però
dargli alcuna cosa di quello che sembrava offrirgli. Così Dio tenta
tante volte l'uomo, proponendogli l'accettazione di pene e di prove
alle quali però non vuole sottoporlo; Dio si contenta di tale
ac¬cettazione e, giacchè l'anima è sottomessa, si rende degna di
ricompense eterne ».
« Infine hai
veduto come nessuno dei presenti, tranne la mamma, comprendeva il
linguaggio del bimbo, i movi¬menti delle sue piccole mani ed i suoni
inarticolati della sua voce. Così solo Dio vede e comprende
l'intenzione dell'uomo nelle sue opere, le giudica a norma di essa, e i
suoi giudizi sono ben diversi da quelli degli uomini che vedono solo
l'esterno ».
Una sola volta
Geltrude, ricordando i suoi peccati, sentì confusione somma e si gettò
nel profondo abisso dell'umiltà, cercando di nascondervisi totalmente;
ma il Signore la se¬guì con tale accondiscendenza che tutta la Corte
celeste me¬ravigliata cercava di trattenerlo: « Io non posso
tralasciare di seguire la mia Sposa » disse il Signore « perchè la
cala¬mita potente della sua umiltà attrae l'amore del mio divin Cuore ».
XXVII.
Dio apprezza molto la pazienza.
Geltrude chiese un
giorno al Signore su quale soggetto fissare l'attenzione per il
perfezionamento dell'anima sua. Le rispose Gesù: « Desidero che tu
impari la pazienza ». Tro¬vandosi appunto in quel momento assai
turbata, gli chiese: « Come e con quale mezzo potrò impararla? ». Il
Signore, ac¬costandola a sè, come fa un esperto maestro col suo giovane
scolaro, lei insegnò tre lettere che dovevano insegnarle tale scienza.
Alla prima lettera le disse: « Considera come il re onora della sua
amicizia colui che condivide le sue umilia¬zioni e i suoi trionfi. Così
la mia tenerezza per te s'accresce, quando soffri per mio amore
disprezzi che assomìgliano a quelli da me sofferti».
« Alla seconda
lettera aggiunse: « Ammira di quanto ri¬spetto sono circondati coloro
che il re onora e associa ai suoi lavori; ti sarà facile capire quale
gloria in cielo avran¬no coloro che in terra esercitarono la pazienza».
Alla terza lettera
concluse: « Rifletti a qual punta si può essere consolati dalla
delicata compassione di un cuore fe¬dele e potrai capire, con quale
soave bontà io ti consolerò nei cieli per le minime afflizioni che
sopporterai in questa vita ».
(CAPITOLO XXX, libro terzo, L'araldo
del Divino Amore, Santa Getrude)
Fonte:
L'araldo del Divino Amore
rivelazioni tramite
Santa Gertrude
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