"Alla radice di ogni guerra sta
la paura: non tanto la paura che gli
uomini hanno gli uni degli altri, quanto la paura che essi hanno di
tutto. Non solo non si fidano gli uni degli altri: non si fidano
neppure di se stessi. Se dubitano che qualcuno possa voltarsi e
ucciderli, ancor più dubitano di poter essi stessi voltarsi e
uccidersi. In nulla possono riporre la loro fiducia perché hanno
cessato di credere in Dio.
Non è pericoloso solo il nostro
odio per gli altri, ma anche e
soprattutto l’odio che portiamo a noi stessi, in particolare quell’odio
di noi stessi che è troppo profondo e troppo potente per essere
coscientemente affrontato: esso ci fa riconoscere il nostro male negli
altri e ci impedisce di riconoscerlo in noi stessi.
Quando vediamo il crimine negli
altri, cerchiamo di porvi rimedio o
annientando i colpevoli o per lo meno togliendoli dalla circolazione. È
facile identificare il peccato con il peccatore quando non si tratta di
noi. Quando invece si tratta di noi, accade esattamente il contrario;
vediamo il peccato, ma ci è assai difficile assumerne la
responsabilità. Proviamo grande difficoltà nell’identificare il nostro
peccato con la nostra volontà e la nostra malizia. Al contrario,
tendiamo naturalmente ad interpretare la nostra azione immorale come un
errore involontario o come malizia di uno spirito che risiede in noi,
ma è diverso da noi. Allo stesso tempo però siamo perfettamente consci
che gli altri non fanno questa comoda distinzione a nostro favore. Ai
loro occhi, le nostre azioni sono le «nostre» e ce ne ritengono
pienamente responsabili.
Inoltre,
tendiamo inconsapevolmente ad alleggerirci sempre più del fardello
delle nostre colpe, trasferendole ad altri. Quando io ho commesso una
cattiva azione e mi sono discolpato attribuendola ad «un altro», che
inspiegabilmente si trova «in me», la mia coscienza non è ancora
soddisfatta. Troppe altre cose richiedono una spiegazione. Quest’altro,
che è «in me», mi è troppo vicino. La tentazione è quindi di spiegare
la mia colpa, scoprendo un male equivalente in qualcun altro. Quindi io
minimizzo i miei peccati e, per pareggiare la bilancia, esagero le
colpe degli altri.
E come se questo non bastasse, peggioriamo la situazione, aumentando
artificialmente il nostro senso del male e accrescendo la nostra
tendenza a riconoscerci colpevoli anche di cose in se stesse non
cattive. In questo modo noi ci creiamo una tale ossessione del male,
sia in noi stessi che negli altri, che sciupiamo tutte le nostre
energie mentali cercando di spiegare questo male, di punirlo, di
esorcizzarlo, di liberarcene in qualsiasi modo. Impazziamo, a forza di
preoccuparci, e alla fine, non troviamo altra via di scampo che nella
violenza. Ci sentiamo spinti a distruggere qualcosa o qualcuno. Giunti
a questo punto, ci siamo creati un nemico opportuno, un capro
espiatorio, sul quale abbiamo riversato tutto il male esistente nel
mondo. Esso è causa di ogni male, è fomentatore di tutti i contrasti.
Solo se riusciremo a distruggerlo, i contrasti cesseranno, il male sarà
debellato, non vi sarà più guerra.
Questo fantasioso modo di pensare è soprattutto pericoloso quando si
basa su una complicata struttura pseudo‑scientifica di miti, come
quelli adottati dai marxisti a surrogato della religione. Ma non è meno
pericoloso quando agisce nel vago, fluido, confuso opportunismo senza
principi, che nell’Occidente si sostituisce alla religione, alla
filosofia e qualche volta anche soltanto ad un prudente modo di
ragionare.
Quando
tutto il mondo si trova in preda a confusione morale; quando nessuno sa
più cosa pensare, e in realtà tutti cercano di sfuggire alla
responsabilità di dover pensare; quando l’uomo rende assurdo il pensare
in modo razionale ai problemi morali, poiché si estrania completamente
dalla realtà rifugiandosi nel regno della fantasia; quando spreca tutte
le sue energie per costruire altre finzioni con le quali giustificare i
suoi fallimenti morali, allora è evidente che gli sforzi e le buone
intenzioni dei fautori della pace non bastano a preservare il mondo
dalla guerra e dalla distruzione totale. In realtà, tutti si rendono
conto che l’abisso tra buone intenzioni e cattivi risultati, tra gli
sforzi per assicurare la pace e le crescenti probabilità di guerra, si
fa sempre più profondo. Per quanto complicati e per quanto
accuratamente studiati siano tutti i piani e tutti i tentativi per
giungere ad un dialogo internazionale, pure sembrano destinati a
fallire in maniera sempre più ridicola. Alla fine nessuno crede più in
coloro che pure tentano di giungere al dialogo. Al contrario i
negoziatori, con tutta la loro patetica buona volontà, diventano
oggetto di scherno e di odio. E gli «uomini di buona volontà», che si
sono adoperati con i loro poveri sforzi a fare qualcosa in favore della
pace, finiranno con l’essere spietatamente oltraggiati, schiacciati,
distrutti, vittime dell’universale «odio di sé» che disgraziatamente
essi hanno fomentato col fallimento delle loro buone intenzioni.
Forse
abbiamo ancora la tendenza fondamentalmente superstiziosa ad associare
il fallimento alla disonestà e alla colpa, — fallimento che viene
interpretato come «castigo». Anche se un uomo parte animato da buone
intenzioni, se poi fallisce, siamo portati a ritenerlo in qualche modo
«colpevole». E se non è proprio colpevole, per lo meno deve avere
«torto». E l’«aver torto» è cosa che ancora non ci siamo abituati a
considerare con equanimità e comprensione. O lo condanniamo con divino
disprezzo o lo perdoniamo con divina condiscendenza! Non riusciamo ad
accettarlo con compassione ed umiltà, riconoscendogli qualcosa di
umano, di nostro. Così ci sfugge l’unica verità che potrebbe aiutarci
per incominciare a risolvere i nostri problemi morali e politici; cioè
che siamo tutti più o meno nel torto, che tutti abbiamo sbagliato, che
tutti siamo limitati ed impediti dai nostri moventi spesso
contrastanti, dai nostri errori, dalla nostra avidità, dalla nostra
tendenza all’autogiustificazione, all’aggressività, all’ipocrisia.
Rifiutandoci di riconoscere le intenzioni parzialmente buone degli
altri e di collaborare con loro (con la dovuta prudenza e rassegnandoci
alla inevitabile imperfezione del risultato), noi inconsciamente
proclamiamo la nostra malizia, la nostra intolleranza, la nostra
mancanza di realismo e la nostra petulanza morale e politica.
Forse il primo vero passo verso la pace sarebbe quello di riconoscere
realisticamente che i nostri ideali politici sono in buona misura
illusioni e fantasie, alle quali ci aggrappiamo per motivi non sempre
del tutto onesti; e questo ci impedisce di scoprire quanto di buono o
di utile contengono gli ideali politici dei nostri avversari — ideali
che naturalmente possono essere anche più illusori e disonesti dei
nostri. Non risolveremo mai nulla, se non vorremo riconoscere che la
politica è un inestricabile groviglio di motivi buoni e cattivi, forse
più cattivi che buoni; dove però bisogna continuare a sperare
tenacemente nel bene, anche limitato, che vi si può trovare.
Qualcuno potrà osservare: «Se per una volta riconosciamo di avere tutti
ugualmente torto, ogni attività politica sarà immediatamente
paralizzata. Possiamo agire solo partendo dal presupposto che abbiamo
ragione». Al contrario, io sono convinto che alla base di un’azione
politica valida debba esserci solo il convincimento che la vera
soluzione dei nostri problemi non è prerogativa di nessun singolo
partito o singola nazione, ma che tutti devono giungere alla soluzione
collaborando insieme.
Non
intendo certo incoraggiare quel complesso di colpa per cui si è sempre
pronti ad «avere torto» in qualsiasi occasione. Anche questo è un
sottrarsi alle proprie responsabilità, perché qualsiasi forma di
eccessiva semplificazione finisce per rendere insignificante ogni
decisione. Dobbiamo cercare di accettarci sia individualmente che
collettivamente, non soltanto come del tutto buoni o del tutto cattivi,
ma così come siamo, con il nostro misterioso, inspiegabile miscuglio di
bene e di male. Dobbiamo attenerci a quel po’ di bene che è in noi,
senza esagerarlo. Dobbiamo difendere i nostri veri diritti, perché se
non rispettiamo i nostri diritti, non rispetteremo certo quelli degli
altri. Allo stesso tempo però dobbiamo riconoscere che abbiamo,
volontariamente o no, calpestato i diritti degli altri. E dobbiamo
riconoscerlo non soltanto in seguito ad un esame di coscienza, ma anche
quando ci viene imputato improvvisamente e forse senza troppe cerimonie
da altri.
Questi principi che governano la condotta morale individuale e rendono
possibile l’armonia entro piccoli gruppi sociali, quali la famiglia,
sono pure applicabili nel settore più vasto dello Stato e dell’intera
comunità delle nazioni. È tuttavia assurdo, nella nostra situazione
attuale o in qualunque altra situazione, aspettarsi che tali principi
siano universalmente accolti in forza di esortazioni morali. Vi è ben
poca speranza che il mondo venga improvvisamente guidato secondo questi
principi, come conseguenza di qualche ipotetico ravvedimento da parte
degli uomini politici. È inutile ed anche ridicolo basare il pensiero
politico sulla tenue speranza di un’illuminazione morale puramente
contingente e soggettiva nel cuore dei reggitori del mondo. Ma fuori
del pensiero e dell’azione politica, in campo religioso, non soltanto è
lecito sperare in un simile misterioso compimento, ma è necessario
pregare perché si realizzi. Noi possiamo e dobbiamo credere non tanto
che la misteriosa luce di Dio possa «convertire» coloro che sono più
direttamente responsabili della pace nel mondo, ma per lo meno che essi
possano, nonostante la loro ostinazione e i loro pregiudizi, evitare di
commettere errori fatali.
Sarebbe
follia sentimentale pretendere che gli uomini si fidino gli uni degli
altri, quando è ovvio che non ci si può fidare. Ma possono almeno
imparare ad avere fiducia in Dio. Possono rendersi conto che la potenza
misteriosa di Dio, indipendentemente dalla loro malizia e dai loro
errori umani, protegge in modo inspiegabile gli uomini da loro stessi,
e che Egli trae sempre il bene dal male, anche se non lo fa sempre nel
senso inteso dai predicatori dell’euforia e dell’ottimismo ad ogni
costo. Se gli uomini riusciranno a confidare in Dio e ad amare Dio, che
è infinitamente sapiente e che governa la loro vita, permettendo loro
di usare della loro libertà fino al più incredibile abuso, essi
riusciranno ad amare anche gli uomini che sono malvagi. Essi potranno
imparare ad amarli anche nel loro peccato, come Dio li ha amati. Se
riusciremo ad amare quegli uomini, dei quali non possiamo a ragion
veduta fidarci, e se riusciremo, in certa misura, a condividere il loro
fardello di peccato, identificandoci in loro, allora forse vi sarà
qualche speranza di pace nel mondo, pace basata non sulla sapienza o
sui maneggi degli uomini, ma sulla inscrutabile misericordia di Dio.
Perché soltanto l’amore — che
significa umiltà — può scacciare la paura
che è alla radice di ogni guerra.
A
che serve affrancare la nostra corrispondenza con esortazioni a
«pregare per la pace» e poi spendere miliardi di dollari per costruire
sommergibili atomici, armi termonucleari e missili balistici? Questo, a
mio parere, è certamente ciò che il Nuovo Testamento chiama «farsi
beffe di Dio» — ed è un farsi beffe di Lui in maniera assai peggiore di
quello degli atei. Il colmo della contraddizione è che noi accumuliamo
queste armi per proteggerci dagli atei, i quali con tutta franchezza
asseriscono che Dio non esiste e che bisogna fare affidamento solo
sulle bombe e sui missili, perché nient’altro offre garanzie di
sicurezza. È dunque perché confidiamo tanto nella potenza di Dio, che
ci prepariamo a distruggere fino all’ultimo quella gente prima che essi
distruggano noi? Anche a rischio di distruggere insieme noi stessi?
Con questo non voglio dire che la preghiera escluda l’uso contemporaneo
dei mezzi umani ordinari per raggiungere uno scopo di per sé
naturalmente buono e giustificabile. Si può benissimo pregare per la
guarigione e insieme prendere le medicine prescritte dal medico.
Infatti un credente dovrebbe normalmente fare le due cose. E dovrebbe
esservi una ragionevole e giusta proporzione nell’uso di questi due
mezzi per raggiungere lo stesso scopo.
Ma
considerate la
quantità enorme di denaro, di energie, di preoccupazioni e di cure,
spesa per la produzione di armamenti, che diventano quasi subito
superati e devono essere smantellati. Paragonate tutto questo al misero
gesto di annullare i francobolli con un timbro che invita a «pregare
per la pace»! Pensate pure alla sproporzione esistente tra la nostra
devozione e l’enorme impresa di distruzione omicida che noi al tempo
stesso sanzioniamo, senza per questo provare vergogna. Non ci passa
neppur per la mente, si direbbe, che esiste una certa incongruenza nel
pregare il Dio della pace (il Dio che ci ha comandato di amarci l’un
l’altro come Lui ci ha amato, che ci ha ammonito che coloro che mettono
mano alla spada per la spada periranno) e al tempo stesso nel
prepararci ad annientare non migliaia, ma milioni di cittadini e di
soldati, uomini, donne, bambini, indiscriminatamente, pur avendo la
quasi assoluta certezza che, così facendo, inviteremo gli altri a
distruggerci pure.
Si può capire
che l’ammalato preghi per riacquistare
la salute e poi prenda una medicina, ma non riesco a capire chi prega
per riacquistare la salute e poi ingerisce del veleno.
Quando prego per la pace, prego
che Dio renda pacifici non soltanto i
russi e i cinesi, ma soprattutto la mia nazione e me stesso. Quando
prego per la pace, non prego solo di essere protetto dai comunisti, ma
anche dalla follia e dalla cecità dei mio Paese. Quando prego per la
pace, prego non soltanto che i nemici del mio Paese cessino di volere
la guerra, ma soprattutto che il mio Paese cessi di fare ciò che rende
inevitabile la guerra. In altre parole, quando prego per la pace non
prego semplicemente che i russi abbandonino la partita senza lottare,
affinché noi possiamo averla vinta. Prego perché sia noi che i russi
siamo in qualche modo ricondotti alla sanità di mente, e perché
impariamo a risolvere insieme e nel modo migliore i nostri problemi
invece di accingerci al suicidio totale.
Mi
rendo conto che tutto questo può sembrare sentimentale, arcaico e
stonato nell’era della scienza. Ma vorrei rilevare che un modo di
pensare pseudo-scientifico in politica e in sociologia ha fin qui
saputo offrirci assai meno. Una cosa vorrei aggiungere per essere
giusto: molto spesso gli scienziati atomici sono i primi a preoccuparsi
dell’aspetto etico della situazione e sono tra i pochi che osano, di
quando in quando, aprir la bocca per dire qualcosa in proposito.
Ma chi mai li ascolta?
Se gli uomini volessero davvero la pace, la chiederebbero a Dio ed Egli
la darebbe loro. Ma perché Egli dovrebbe dare al mondo una pace che in
realtà il mondo non desidera? Perché quella pace che il mondo sembra
desiderare non è affatto pace.
Per alcuni, pace significa semplicemente libertà di sfruttare altri
senza pericolo di rappresaglie o di interferenze. Per altri, pace
significa la possibilità di derubarsi continuamente a vicenda. Per
altri ancora, significa facoltà di divorare i beni della terra senza
essere costretti a interrompere i propri piaceri per nutrire coloro che
vengono affamati dalla loro avidità. E per la grande maggioranza, pace
significa semplicemente l’assenza di ogni violenza fisica che possa
gettare un’ombra su vite dedite alla soddisfazione dei propri appetiti
animali di comodità e di piacere.
Molti uomini come questi hanno domandato a Dio ciò che essi credevano
fosse la «pace» e si sono chiesti perché le loro preghiere non fossero
state esaudite. Essi non potevano comprendere che in realtà erano
esaudite. Dio ha lasciato loro ciò che desideravano, perché la loro
idea di pace era soltanto un’altra forma di guerra. La «guerra fredda»
non è che la conseguenza logica della nostra idea errata sulla pace,
impostata sul principio «ognuno per sé» nella vita etica, economica e
politica. È assurdo sperare in una pace stabile, basata sulle finzioni
e sulle illusioni!
Così, invece di amare ciò che tu credi sia la pace, ama gli altri
uomini e ama soprattutto Dio. E invece di odiare coloro che credi
fomentatori di guerra, odia gli appetiti e il disordine della tua
anima, che sono le cause della guerra. Se ami la pace, odia
l’ingiustizia, odia la tirannia, odia l’avidità: ma odia queste cose in
te stesso, non negli altri."
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