PREFAZIONE
Nella
premessa a Vivere nella chiesa ci era parso importante sottolineare
l’ecclesialità dell’agire del Metropolita Anthony Bloom, quasi un trait
d’union delle molteplici forme assunte dal suo servizio alla chiesa
ortodossa russa e ai tanti lettori dei suoi scritti spirituali. Una
visione della chiesa come “madre di tutti degli uomini”, capace di
farlo amare da molti cristiani non ortodossi, e da tantissimi non
credenti, per anni fedeli ascoltatori delle sue parole di speranza; ma,
ed è ciò che ci ha spinto a presentare al pubblico questo lavoro,
un’ecclesialità fondata su un profondo spirito di preghiera.
Anthony
Bloom ha scritto soprattutto su quest’ultimo tema, e quasi tutti i suoi
libri sono stati tradotti in moltissime lingue, compreso l’italiano.
Perché
allora procedere a una nuova raccolta di suoi scritti sulla preghiera?
Almeno per due ragioni.
La
prima è che ben pochi autori mostrano come Anthony Bloom una
semplicità, coniugata a una notevole profondità spirituale. E la
semplicità di chi possiede una visione lucida della realtà che vuole
descrivere, ma è soprattutto la semplicità di cuore che cresce e si
invera a partire da una profonda vita di preghiera. Dalle righe degli
scritti del nostro autore emerge con forza l’indicibile esperienza di
un profondo rapporto con il Signore.
Così
presi per mano, siamo condotti, passo dopo passo, giorno dopo giorno,
alla scoperta di un possibile itinerario di preghiera.
Come
descrive Bloom stesso quando parla della propria conversione,
l’esperienza di fede è indissociabile dalla percezione di una presenza.
Tutta la vita “spirituale “, allora, diventa approfondimento del
rapporto con questa presenza, che ben presto ci viene svelata come
presenza personale. E come ogni incontro, la preghiera comporta due
libertà, una capacità di attendere e di attendersi. Come ogni incontro
che sia destinato a sfociare in un’amicizia essa comporta una fedeltà,
un superamento degli entusiasmi iniziali, una capacità matura di
rapportarsi con un altro destinato a rimanere tale. Questo Altro con
cui avviene l’incontro nella preghiera, è un partner con tutte queste
caratteristiche; ma non solo. Dio è creatore, ed è anche giudice: il
rapporto non può essere simmetrico. E tuttavia, per vincere questa
asimmetria, Dio si mostra misericordioso. Tutto allora è compreso nella
sua misericordia, anche i suoi silenzi, quando ritarda un poco a farsi
vivo presso di noi, che pure lo cerchiamo, per evitarci un giudizio
inevitabile.
Ai
cristiani è data, a parere di Bloom, una misura dello spazio che ci
separa da Dio: la Scrittura; essa può attrarci, darci gioia, ferirci,
turbarci; il rapporto con la Parola è inevitabile per purificare
l’immagine che ci facciamo del Dio a cui ci rivolgiamo. Guidati dallo
Spirito, “misurati” dalla Parola, siamo accompagnati a percepire sempre
più la presenza dalla quale eravamo partiti, fino a farla diventare la
musica, l’armonia di fondo che pervade tutto il nostro agire. La vera
umiltà, allora diviene il far sì che questa presenza, che pure ci pone
in discussione e ci fa prendere atto del nostro peccato, diventi
talmente centrale nella nostra vita da farci diventare dimentichi di
noi stessi. Senza illusione di poter possedere Dio, che è e resta un
mistero, ma un mistero che attira i nostri cuori affinché contemplino
la sua luce ineffabile.
C’è
un’altra ragione, però, non meno importante, che ci ha spinti a
presentare questa raccolta. Essa è stata pensata e realizzata da un
uomo che ha dato e dà tuttora molto al dialogo ecumenico.
Abbiamo
conosciuto Hugh Wybrew in occasione del Colloquio ecumenico di
Chevetogne del 1994, e siamo rimasti subito affascinati dalla profonda
semplicità e dalla capacità di lettura delle diverse tradizioni
cristiane che egli ha mostrato in tutti i suoi scritti e che testimonia
nella vita, anche attraverso la partecipazione alla Fellawship af St.
Alban and St. Sergius, gruppo di dialogo fra anglicani-ortodossi del
quale è attualmente vicepresidente. È raro trovare qualcuno capace di
cogliere il filo rosso che lega tradizioni differenti dalla propria;
ancor più raro è trovare uomini in grado di trasmettere agli altri i
frutti della propria ricerca spirituale.
LA VERA PREGHIERA
Per
me pregare significa mettersi in rapporto. lo non ero credente; un bel
giorno, scoprii Dio ed egli mi apparve improvvisamente come valore
supremo e pienezza di vita, ma al tempo stesso come persona. Credo che
la preghiera non possa dire assolutamente nulla a chi non ritiene di
avere un tu al quale indirizzare la propria lode. Non si può insegnare
a pregare a una persona che non avverte la presenza del Dio vivente; si
può insegnarle a far finta di credere ma non sarà certo la finzione a
costituire quell’atteggiamento spontaneo che è la vera preghiera.
Perciò,
come premessa a questo libro sulla preghiera, quel che desidero
trasmettere è la mia ferma convinzione che Dio sia una realtà personale
con la quale è possibile entrare in relazione. In un secondo tempo
chiederò al lettore di trattare Dio come un vicino di casa, come una
persona, e di stimare questa conoscenza allo stesso modo in cui si
considera il rapporto con un fratello o un amico. Questo, per me, è
essenziale.
Una
delle ragioni per le quali sia il culto comunitario che la preghiera
privata sembrano essere così privi di calore o così convenzionali sta
nel fatto che la nostra azione di lode, che ha luogo in un cuore che
comunica con Dio, il più delle volte è assente. Ogni espressione,
verbale o gestuale, può essere d’aiuto, ma si tratta pur sempre di
espressioni di ciò che è essenziale, vale a dire un profondo silenzio
di comunione.
DIO IN NOI
L’evangelo
ci insegna che il regno di Dio si trova prima di tutto in noi. Se non
siamo capaci di trovare dentro di noi il regno, se non riusciamo a
incontrare Dio interiormente, nelle profondità stesse del nostro
essere, le probabilità che abbiamo di incontrarlo al di fuori sono
estremamente remote. Quando Gagarin fece ritorno dallo spazio e
pronunciò la famosa frase: “Non ho visto Dio da nessuna parte in cielo”
uno dei nostri preti a Mosca osservò: “Se non l’hai visto sulla terra,
non lo vedrai mai in cielo”.
Questo
vale anche per quello di cui sto parlando. Se non riusciamo a entrare
in contatto con Dio sotto la nostra pelle, se così si può dire, allora
le possibilità di riconoscerlo, perfino se lo si incontrasse faccia a
faccia, si riducono notevolmente.
Giovanni
Crisostomo diceva: “Cerca la porta del tuo cuore, scoprirai che essa è
la porta che conduce al regno di Dio”. Dobbiamo volgere il nostro
sguardo verso l’interno, non verso l’esterno. Ma all’interno in un modo
estremamente particolare. Non sto dicendo che bisogna diventare
introspettivi. Non dico che si debba entrare nell’intimo come si fa in
psicanalisi o in psicologia. Non si tratta di compiere un viaggio nella
propria interiorità, ma di incamminarsi attraverso il nostro io, per
approdare dal livello più profondo dell’io al luogo dove egli dimora,
quel punto dove l’io e Dio si incontrano.
LA NASCITA DELLA PREGHIERA
La
preghiera è ricerca di Dio, incontro con Dio, e andare oltre
quest’incontro nella comunione. E dunque un’attività, uno stato e anche
una situazione; e si tratta di situarsi sia rispetto a Dio che riguardo
al creato.
Essa
sorge dalla presa d’atto che il mondo in cui viviamo non è
semplicemente bidimensionale, imbrigliato in categorie come tempo e
spazio, un piatto mondo nel quale si può incontrare solo la superficie
delle cose, una superficie opaca che racchiude il vuoto.
La
preghiera nasce dalla scoperta che il mondo possiede profondità, che
non siamo circondati unicamente da realtà visibili, ma siamo immersi e
penetrati dall’invisibile.
E
questo mondo invisibile è al tempo stesso la presenza di Dio, realtà
suprema e sublime, e la nostra verità più profonda.
PREGHIERA
COME INCONTRO
L’incontro
è centrale nella preghiera. È la categoria basilare della rivelazione,
perché la rivelazione stessa è incontro con un Dio che ci offre una
visione nuova del mondo. Ogni cosa è incontro, nella Scrittura come
nella vita. Incontro personale e universale, unico ed esemplare.
C’è
sempre un duplice aspetto in questo: incontro con Dio e in lui con
tutto il creato, incontro con l’uomo nelle sue profondità radicate
nella volontà creatrice di Dio, tesa al compimento, quando Dio sarà
tutto in tutti.
Questo
incontro è personale perché ciascuno di noi deve fame personalmente
l’esperienza: non è possibile viverlo per interposta persona. Ci
appartiene, ma al tempo stesso possiede un significato universale
perché va oltre il nostro io superficiale e limitato.
Un
tale incontro è unico perché per Dio, così come per ciascuno di noi (se
veramente apriamo gli occhi), ogni persona è unica e insostituibile.
Ogni creatura conosce Dio a modo suo. Ciascuno di noi conosce Dio in un
modo che nessuno potrà intuire se non saremo noi stessi a descriverlo.
Contemporaneamente, però, essendo la natura umana universale, ogni
incontro diviene esemplare. È una rivelazione fatta a tutti di ciò che
ognuno conosce in modo personale.
INCONTRO
NELLA VERITÀ
Un
incontro è vero solo quando sono vere le persone che si incontrano. Da
questo punto di vista, finiamo costantemente col contraffare
l’incontro. Non solo in noi, ma nell’immagine stessa che abbiamo di
Dio, ci è assai difficile essere autentici. Per tutto il giorno
assumiamo una dopo l’altra una serie di “personalità sociali”, a volte
irriconoscibili per chi ci sta innanzi o perfino ai nostri stessi occhi.
Quando
viene l’ora della preghiera e desideriamo presentarci a Dio, ci
sentiamo spesso smarriti, perché non sappiamo quale di queste
personalità sociali sia la verità della nostra persona; non siamo più
capaci di distinguere la nostra autentica identità. Le diverse persone
che presentiamo a Dio, una dopo l’altra, non sono noi stessi. C’è del
nostro in ciascuna di esse, ma la persona nella sua globalità rimane
assente.
Ecco
perché la preghiera, che pure sarebbe in grado di salire con forza dal
cuore di una persona autentica, non trova la sua strada in mezzo al
nugolo di marionette che offriamo a Dio. Ognuna di queste dice una
parola che è vera nella sua parzialità, ma non esprime le altre
personalità parziali che abbiamo assunto durante il giorno. Ritrovare
la nostra unità, l’identità fondamentale, diventa oltremodo importante.
Se ciò non accade, non possiamo incontrare il Signore nella verità.
IL
DIO VERO
Il
Dio che incontriamo dev’essere vero tanto quanto lo siamo noi che
andiamo alla sua ricerca. Ma Dio non è sempre vero? Non è forse sempre
uguale a se stesso, immutabile? Certo che lo è!
Ma
non è solo Dio in sé a essere coinvolto nelle nostre preghiere. È anche
l’immagine che ci formiamo di lui, poiché il nostro atteggiamento
dipende non solo da ciò che egli è in se stesso, ma anche da quello che
noi crediamo che lui sia.
Se
abbiamo immagini alterate di Dio, il nostro atteggiamento verso di lui
e la nostra preghiera risulteranno adulterate di conseguenza. E
importante imparare per tutto il corso della nostra vita, giorno dopo
giorno, a conoscere Dio come egli è veramente.
LEGGENDO LA SCRITTURA (1)
Quando
leggiamo con onestà le Scritture dobbiamo riconoscere che certi brani
ci dicono ben poco. Siamo disposti ad acconsentire con Dio perché non
abbiamo ragioni per essere in disaccordo con lui. Possiamo approvare
questo o quel comando o quell’atto divino perché non ci tocca
personalmente, non cogliamo ancora le domande che esso pone alla nostra
persona.
Altri
passi francamente non ci piacciono affatto. Se ne avessimo il coraggio,
diremmo “No!” al Signore. Dovremmo prendere l’abitudine di annotare con
cura questi brani. Sono la misura della distanza che ci separa da Dio,
nonché della distanza fra ciò che siamo ora e quel che potremmo essere
potenzialmente.
L’evangelo,
infatti, non è un succedersi di comandi esteriori, ma un’intera
galleria di quadri interiori. E ogni volta che diciamo di no
all’evangelo, ci rifiutiamo di essere persone nel senso più pieno del
termine.
LEGGENDO
LA SCRITTURA (2)
Vi
sono dei passi dell’evangelo che fanno ardere i nostri cuori, che
illuminano la nostra intelligenza e scuotono la nostra volontà. Essi
danno vita e forza a tutto il nostro essere fisico e morale. Questi
brani rivelano quelle regioni del nostro intimo nelle quali Dio e la
sua immagine coincidono di già; mostrano a che punto ci troviamo, anche
solo fugacemente, per un attimo, nella via che conduce a quel che siamo
chiamati a essere.
Dovremmo
prendere nota con cura di questi passi, con attenzione ancora maggiore
rispetto a quella prestata ai brani di cui parlavamo poc’anzi. Sono i
punti in cui l’immagine di Dio è già realizzata in noi uomini decaduti
a causa del peccato. Da questi inizi possiamo lottare per continuare a
trasformarci nella persona che sentiamo di voler e dover essere.
Dobbiamo sempre restare fedeli a queste rivelazioni.
Almeno
in questo, la nostra fedeltà non deve venire mai meno.
Se
facciamo quanto ho appena detto, i brani di questo genere aumentano di
numero, gli appelli che l’evangelo ci rivolge si fanno più ricchi e
circoscritti, le nebbie a poco a poco si diradano e possiamo scorgere
l’immagine della persona che dovremmo essere. Allora, possiamo
cominciare a presentarci a Dio nella verità.
MEDITARE
CON DISCIPLINA
Abbiamo
tante occasioni per dedicarci ad abbondanti riflessioni; in un sacco di
situazioni nella vita di tutti i giorni ci troviamo senza nulla da
fare, eccetto aspettare; se siamo disciplinati - e questo fa parte
della nostra educazione spirituale saremo capaci di ritrovare
rapidamente la concentrazione per fissare l’attenzione repentinamente
sull’oggetto dei nostri pensieri, del nostro meditare. Dobbiamo
imparare a farlo obbligando i nostri pensieri ad aderire a un punto
focale ben preciso, lasciando cadere ogni altra cosa.
Agli
inizi, pensieri indesiderati irromperanno nella mente, ma se li
allontaniamo con costanza, ogni volta che si presentano, alla fine ci
lasceranno in pace. E solo quando grazie all’allenamento,
all’esercizio, all’abitudine, si è divenuti capaci di concentrarsi
profondamente e prontamente, che si può continuare per tutta la vita a
vivere in uno stato di raccoglimento, noncuranti di quel che si sta
facendo.
METODO DI MEDITAZIONE
Spesso
consideriamo al più, un paio di punti per poi passare al successivo. E
un atteggiamento errato: abbiamo visto infatti che ci vuole un lungo
tempo per ottenere il raccoglimento, per divenire come quelle persone
che i padri chiamano “vigilanti”, uomini capaci di prestare attenzione
a un’idea così bene e talmente a lungo che nulla di essa viene perso
per strada.
Tutti
gli spirituali del passato e del tempo presente ci diranno: prendi un
testo, ritorna su di esso ora dopo ora, giorno dopo giorno, fino a
esaurire tutte le sue risorse per l’intelletto e la tua affettività;
grazie alla lettura attenta e al costante ritornare su quel testo, sei
pervenuto a un nuovo atteggiamento.
Spesso
la meditazione non consiste in null’altro che nell’esaminare il testo,
girando e rigirando le parole che Dio ci rivolge in modo da diventare
del tutto familiari con esse, talmente imbevuti della loro essenza da
essere ormai una cosa sola con quelle parole. In questo cammino, anche
se non riteniamo di aver scoperto nessuna particolare ricchezza
intellettuale, in realtà siamo cambiati.
IL CONTRASTO FRA PREGHIERA E
MEDITAZIONE
Meditare
è un’attività del pensiero, mentre la preghiera è rifiuto di qualsiasi
pensiero. Secondo quanto insegnano i padri dell’oriente, perfino i
pensieri più spirituali e le considerazioni teologiche più profonde e
sublimi, se compiute nel corso dell’orazione, devono essere ritenute
alla stregua di una tentazione, e perciò soppresse; perché, come dicono
i padri, è da stupidi pensare a Dio e dimenticare che ci troviamo in
sua presenza.
Tutte
le guide spirituali dell’ortodossia ci ammoniscono di non sostituire
all’incontro con Dio una riflessione su di lui. La preghiera è
essenzialmente stare davanti a Dio, faccia a faccia, consapevoli di
dover lottare per rimanere raccolti, assolutamente nel silenzio e
attenti alla sua presenza, vale a dire serbare una mente, un cuore e
una volontà indivisi al cospetto del Signore. E non è affatto facile.
Per
quanto possiamo aver imparato dall’educazione ricevuta, una scorciatoia
si può sempre aprire in qualsiasi momento: l’unificazione può essere
raggiunta da quella persona per la quale l’amore di Dio è tutto, che ha
rotto ogni legame, che si è offerta completamente a Dio; allora non c’è
più lotta personale, ma solo l’opera luminosa della grazia di Dio.
LO
SCOPO DELLA MEDITAZIONE
Fine
della meditazione non è praticare una riflessione di tipo accademico;
essa non intende essere un’attività puramente intellettuale, né un mero
abbozzo di pensiero privo di conseguenze. Essa vuole essere un pensare
sotto la guida di Dio e “verso Dio”, e per questo dovrebbe portarci a
trarre conclusioni sul nostro modo di vivere. È importante rendersi
conto fin da principio che una meditazione si rivela utile quando ci
pone in condizione di vivere in modo più preciso e concreto le esigenze
dell’evangelo.
Qualunque
cosa raccogliamo, sia un versetto, o un comando, un evento della vita
di Cristo, dobbiamo anzitutto pesarne il contenuto oggettivo. È
estremamente importante, perché il fine per cui si medita non è la
costruzione di strutture fantastiche, quanto la comprensione di una
verità.
La
verità sta lì, è la verità di Dio, e la meditazione si propone di
costruire un ponte fra la nostra mancanza di comprensione e la verità
rivelata. È un modo per educare la nostra intelligenza, per imparare
gradualmente ad assumere “il pensiero di Cristo”, come dice Paolo (1Cor
2,16).
VIVERE
IN MODO CREATIVO
La
nostra stessa giornata è benedetta da Dio. Questo non significa forse
che ogni cosa che essa contiene, ogni evento che accade nel corso di
essa è volontà di Dio? Credere che le cose accadono solo per caso non è
credere in Dio. E se accogliamo tutto quel che avviene e ogni persona
con questo spirito, ci accorgeremo che siamo chiamati a compiere
l’opera dei cristiani in ogni cosa.
Ogni
incontro è in Dio e in vista di lui. Siamo inviati a tutti quelli che
incontriamo nel nostro cammino, sia per dare che per ricevere, a volte
senza neppure saperlo. Qualche volta sperimentiamo la meraviglia di
dare quel che non possediamo, altre volte ci tocca pagare con il sangue
quel che diamo agli altri.
Dobbiamo
anche saper ricevere. Dobbiamo essere capaci di incontrare il prossimo,
di guardarlo, di ascoltarlo, di tacere, di prestare attenzione;
dobbiamo saper amare e rispondere con tutto il cuore a quel che ci
viene offerto, che sia gioia o amarezza, una cosa triste o qualcosa di
meraviglioso. Dovremmo essere del tutto ricettivi, come della creta
nelle mani di Dio. Le cose che accadono nella nostra vita, accolte come
doni di Dio ci daranno per questa ragione l’occasione di rinnovare
incessantemente la nostra creatività, svolgendo l’opera che compete a
un cristiano.
PROFONDITÀ POCO PROFONDE
Se
osservi con attenzione la tua vita scoprirai molto presto che ben
difficilmente si vive “da dentro a fuori”; rispondiamo piuttosto
all’incitamento, all’eccitazione. In altre parole, viviamo di riflesso,
per reazione. Qualcosa accade e noi reagiamo, qualcuno parla e noi
rispondiamo.
Quando
però siamo lasciati senza stimoli per il pensiero, le parole e le
nostre azioni, ci accorgiamo che in noi c’è ben poco che possa spingere
all’azione, in qualsiasi direzione.
È
una scoperta veramente drammatica. Siamo completamente vuoti, non
agiamo a partire da quel che sta in noi, ma accettiamo come fosse
nostra una vita che in realtà è alimentata dall’esterno; abbiamo fatto
il callo ad avvenimenti che ci obbligano a compiere a nostra volta
qualcosa d’altro. Come è raro riuscire a vivere semplicemente grazie
alla profondità e alla ricchezza che pensiamo esistano dentro di noi.
L’INIZIO
DELLA PREGHIERA
Il
nostro punto di partenza, se desideriamo pregare, è la certezza che
siamo peccatori bisognosi di essere salvati, che siamo separati da Dio
e non possiamo vivere senza di lui, e che tutto quel che possiamo
offrirgli è il nostro desiderio disperato di essere resi tali da poter
essere accolti da Dio, accolti nel pentimento, accolti con misericordia
e amore.
Dunque
fin dall’inizio la preghiera è davvero la nostra umile ascesa verso
Dio, un momento nel quale ci voltiamo verso di lui, avvicinandoci con
timidezza, poiché sappiamo che se lo incontriamo troppo presto, prima
che la sua grazia abbia avuto il tempo di aiutarci a essere capaci di
incontrarlo, allora avverrà il giudizio.
Tutto
quel che possiamo fare è rivolgerei a lui con profondo rispetto, con
tutta la venerazione, lo spirito di adorazione, il timore di Dio di cui
siamo capaci, con tutta l’attenzione e la sincerità che possediamo, per
chiedergli di fare per noi qualcosa che ci metta in condizione di
poterlo incontrare faccia a faccia; non per il giudizio, non per la
condanna, ma per la vita eterna.
LA CONDIZIONE PER UNA VITA DI
PREGHIERA
Vorrei
ribadire che l’incontro fra Dio e l’uomo è pericoloso. Non è senza
motivo che la tradizione orientale zen chiama il luogo in cui si trova
colui che cerchiamo “la tana della tigre”. Cercare Dio è una cosa da
temerari, a meno che non si tratti di un atto di completa umiltà.
Incontrare Dio comporta sempre una crisi, e in greco krisis significa
giudizio. L’incontro può avvenire nello stupore e nell’umiltà. Ma può
anche aver luogo nel terrore e nella condanna.
Non
c’è dunque da stupirsi se i manuali di preghiera ortodossi concedono
molto poco spazio alle tecniche e ai metodi, mentre interminabili sono
le raccomandazioni sulle condizioni morali e spirituali che debbono
assolutamente essere presenti in essa. Richiamiamo anzitutto alla
memoria il comando evangelico: “Se vieni al tempio e ti ricordi che tuo
fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta, torna da
colui che hai offeso e riconciliati con lui, poi torna a presentare la
tua offerta” (Mt 5,23-24).
Questo
precetto è ripreso in modo eccellente da Simeone il Nuovo Teologo, il
quale ci dice che se vogliamo pregare con un cuore libero, dobbiamo
riconciliarci con Dio, con la nostra coscienza, con il prossimo,
perfino con gli oggetti che ci circondano. Ciò significa che la
condizione per una vita di preghiera è vivere secondo l’evangelo. Una
vita che fa dei comandamenti e dei consigli donatici nell’evangelo una
seconda natura.
CONVERSIONE
Si
vede dunque che non possiamo partecipare profondamente alla vita di Dio
se non cambiamo in modo radicale. E dunque essenziale andare a Dio
perché egli ci trasformi e ci renda diversi, e questa è la ragione per
la quale, tanto per cominciare, dovremmo desiderare la conversione.
Conversio in latino significa svolta, mutamento nella direzione del
corso degli eventi. Il greco metanoia vuol dire cambiamento della mente.
Conversione
significa che invece di passare la vita a guardare in ogni direzione,
dovremmo seguire una direzione unica. È abbandonare moltissime cose che
riteniamo di valore solo perché sono piacevoli o ci convengono. Il
primo impatto con la conversione ci porta a modificare la percezione
che abbiamo dei valori: quando Dio è al centro di tutto, ogni cosa
viene ricollocata e acquista un nuovo spessore. Tutto quel che è di
Dio, tutto ciò che gli appartiene, è positivo e reale. Ogni cosa, al di
fuori di lui è priva di valore e di significato.
Ma
non basta un cambiamento della mente perché si possa parlare di
conversione. Possiamo cambiare mentalità e tuttavia non spingerci
oltre; ciò che deve seguire è un atto di volontà, e se la nostra
volontà non entra in azione per orientarsi verso Dio, allora non c’è
conversione; al massimo c’è un inizio di cambiamento, ancora latente e
inattivo.
PENTIMENTO
Il
pentimento non va confuso col rimorso, non consiste nel sentirsi
terribilmente dispiaciuti perché le cose sono andate male in
precedenza; è invece un atteggiamento attivo, positivo, che consiste
nel muoversi nella direzione giusta.
Ciò
è estremamente chiaro nella parabola dei due figli (Mt 21,28 ) che
avevano ricevuto dal proprio padre l’ordine di recarsi a lavorare nella
vigna. Il primo disse: “Andrò”, ma poi non lo fece. L’altro disse: “Non
andrò”, ma poi provò vergogna e si recò a lavorare.
Questo
è vero pentimento, e non dovremmo mai lasciarci prendere dall’idea che
lamentarsi del proprio passato sia un modo per pentirsi.
Certo,
ei vuole anche questo, ma il pentimento resta sterile e irreale. Noi
tendiamo a pensare che dovrebbe sfociare in belle emozioni e spesso ci
accontentiamo delle emozioni, invece di cercare cambiamenti reali e
profondi.
IL DIO NOTO E IL DIO IGNOTO
Possiamo
aver capito un sacco di cose riguardo a Dio, a partire dalla nostra
esperienza, da quella degli altri, dagli scritti dei santi,
dall’insegnamento della chiesa, dalla testimonianza delle Scritture;
possiamo sapere che egli è buono, che è umile, che è un fuoco
divorante, che è il nostro giudice, che è il nostro salvatore e altro
ancora, ma dobbiamo ricordarci che in ogni istante egli può rivelarsi
in un modo mai sperimentato in precedenza, anche all’interno di queste
categorie generali.
Dobbiamo
prender posto innanzi a lui con riverenza ed esser pronti a incontrare
chiunque ei capiterà di incontrare, sia il Dio col quale già siamo
familiari, sia un Dio che non riusciamo a riconoscere. Egli può darci
la percezione di ciò che è, e questa potrebbe essere assai diversa da
quel che ci aspettiamo. Noi speriamo di incontrare Gesù, dolce,
compassionevole, affettuoso, e ci viene incontro un Dio che giudica,
che ci condanna e non ci lascia avvicinare a lui finché restiamo così
come siamo. Oppure veniamo nel pentimento, aspettandoci di essere
respinti, e incontriamo compassione.
Dio,
in ogni momento, è per noi in parte noto e in parte ignoto. Egli si
rivela, e dunque lo conosciamo, ma non lo conosceremo mai in pienezza,
rimarrà sempre il mistero divino, il cuore di un mistero che non
riusciremo mai a penetrare.
IL SILENZIO DI DIO
L’incontro
fra Dio e noi nell’orazione continua parte sempre dal silenzio.
Dobbiamo imparare a distinguere due generi di silenzio: il silenzio di
Dio e il nostro silenzio interiore. Anzitutto il silenzio di Dio,
spesso più difficile da sopportare del suo rifiuto, quel silenzio
assente di cui già abbiamo detto. In secondo luogo, il silenzio
dell’uomo, più fecondo del nostro parlare, in una comunione più stretta
con Dio di quella mediata da qualsiasi parola.
Il
silenzio di Dio di fronte alla nostra preghiera può durare solo per un
attimo, o può sembrare che vada avanti all’infinito. Cristo restò in
silenzio di fronte alle suppliche della cananea, e questo lo condusse a
raccogliere tutta la propria fede, la speranza e l’amore umano per
offrirli a Dio, per far sì che egli potesse estendere i confini del suo
regno al di là del popolo eletto. Il silenzio di Cristo suscitò quindi
la risposta della donna, la fece crescere di qualità.
E
Dio può fare lo stesso nei nostri riguardi, con silenzi di maggiore o
minore durata, che chiamano a raccolta le nostre forze e la nostra
fedeltà e ci conducono a un rapporto più profondo con lui rispetto a
quello che si sarebbe potuto realizzare se la via fosse stata facile.
Ma a volte il silenzio per noi assume il suono tetro dell’irrevocabile.
IL
SILENZIO DELL’UOMO
Il
silenzio di Dio è la sua assenza, ma anche il silenzio è l’assenza
dell’uomo. Un incontro non acquista spessore e pienezza finché le due
parti che convergono non diventano capaci di tacere l’una con l’altra.
Fino a quando abbiamo bisogno di parole e azioni, di prove tangibili,
non abbiamo ancora raggiunto la profondità e la pienezza che cercavamo.
Non abbiamo fatto esperienza di quel silenzio che avvolge due persone
che condividono una certa intimità. Va molto in profondità, assai più
di quello che credevamo, il silenzio interiore in cui incontriamo Dio,
e con Dio e in Dio il nostro prossimo.
In
questo stato di quiete non c’è bisogno di parole per sentirsi vicini al
nostro compagno, per comunicare con lui nel nostro essere più profondo,
al di là di noi stessi in qualcosa che ci unisce. E quando il silenzio
si fa sufficientemente profondo, possiamo iniziare a parlare dalle sue
profondità, pur con prudenza e cautela per non rovinarlo con il
disordine rumoroso che sta nelle nostre parole. Allora, il nostro
pensiero è contemplazione.
La
mente, invece di cercare di distinguere fra forme molteplici, come è
abituata a fare, cerca di fame emergere di semplici e radiose dagli
abissi del cuore. La mente sta compiendo il suo vero lavoro. Serve
colui che esprime qualcosa di più grande di lei. Scrutiamo profondità
che ci trascendono e cerchiamo di esprimere qualche frammento di quel
che abbiamo trovato con timore e rispetto. Parole di questo genere,
quando non rendono volgare o cerebrale quest’esperienza nel suo
insieme, non rompono il silenzio, ma lo esprimono.
CONCENTRARSI
SU DIO E NIENT’ALTRO
Dio
deve restare sempre al centro della nostra attenzione, perché il nostro
raccoglimento può essere falsificato in molti modi; quando preghiamo
per qualcosa che ci preoccupa profondamente, ci sembra che tutto il
nostro essere converga in un’unica preghiera e pensiamo di essere in
uno stato di raccoglimento profondo, autentico, colmo di preghiera; ma
non è vero: al centro dell’attenzione non c’era Dio, ma l’oggetto della
nostra preghiera.
Quando
siamo coinvolti emotivamente nessun pensiero alieno s’intromette,
perché siamo completamente dediti all’oggetto della nostra preghiera;
la nostra attenzione si dissolve repentinamente solo quando ci mettiamo
a pregare per qualche altra persona o esigenza; questo indica che non
era il pensiero di Dio, né l’avvertire la sua presenza a provocare la
nostra concentrazione, bensì le nostre preoccupazioni umane.
Questo
non vuol dire che la sollecitudine per ciò che è umano sia senza
importanza, ma è indice del fatto che il pensiero di un amico può ben
di più che il pensare a Dio, e questo è un fatto serio.
PREGARE
NEL REGNO
Per
poter pregare, dobbiamo trovarci in quella situazione che definiamo
“regno di Dio”. Dobbiamo riconoscere che lui è Dio, che è re, dobbiamo
arrenderci a lui. Dobbiamo quantomeno preoccuparci della sua volontà,
anche se ancora non siamo in grado di compierla.
Se
però non lo siamo, se trattiamo Dio come quel giovane ricco che non
poteva seguire Cristo perché aveva troppe ricchezze, come possiamo
incontrarlo? Il più delle volte quel che perseguiamo attraverso la
preghiera, mediante quel profondo rapporto con Dio che tanto
desideriamo, non è altro che un nuovo periodo di felicità; ma non siamo
preparati a vendere tutti i nostri averi per comprare la perla di
grande valore.
Ma
come dovremmo procurarci, allora, questa perla di grande valore? È a
essa che si rivolgono le nostre attese? Non avviene forse lo stesso nei
rapporti umani: quando un uomo e una donna provano amore l’uno per
l’altra, gli altri non hanno più la stessa importanza di prima. Per
dirla con una formula concisa del tempo antico: “Quando un uomo ha una
donna al suo fianco, non è più circondato da uomini e donne, ma dalla
gente”. Non potrebbe essere, anzi, non dovrebbe essere così per ciò che
concerne ogni nostra ricchezza quando volgiamo il nostro sguardo verso
Dio?
DIO
AL PRIMO POSTO
L’amore
e l’amicizia non crescono se non siamo disposti a sacrificare molte
cose per coltivarli, e allo stesso modo dobbiamo esser pronti a mettere
da parte tante realtà per assegnare a Dio il primo posto.
“Tu
amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con
tutte le tue forze e con tutta la tua mente” (Lc 10,27). Sembra che
questo sia un comando semplice, eppure sono parole che contengono molto
di più di quello che si percepisce a prima vista. Noi tutti sappiamo
cosa significhi amare qualcuno con tutto il cuore; sappiamo il piacere,
non solo di incontrare ma perfino di richiamare alla mente la persona
amata, con il caldo conforto che ne consegue. E in quel modo che
dovremmo cercare di amare Dio, e ogni volta che il suo Nome viene
menzionato, il nostro cuore e la nostra anima dovrebbero riempirsi di
un calore infinito. Dio dovrebbe essere nella nostra mente in ogni
istante, ma purtroppo noi pensiamo a lui solo di rado.
Possiamo
amare Dio con tutte le forze solo se ci disfiamo deliberatamente di
tutto ciò che non appartiene a Dio in noi; con uno sforzo di volontà
dobbiamo volgere costantemente lo sguardo verso Dio, sia nella
preghiera, il che è più semplice, perché in essa già siamo posti in
Dio, che nell’azione, cosa che richiede un certo allenamento, poiché
nel nostro agire siamo concentrati su obiettivi materiali e dobbiamo
orientarli a Dio con uno sforzo speciale.
IL MISTERO DELL’ESSERE
Qualunque
cosa facciamo, quale che sia il nostro livello di conoscenza di Dio,
per quanto gli siamo vicini (e ciò vale ancor più fra Dio e l’uomo che
fra gli uomini), permane un mistero centrale che non è mai possibile
dissipare. Nel libro dell’Apocalisse c’è un passo meraviglioso nel
quale Giovanni dice che quanti entreranno nel regno riceveranno in
consegna una pietra bianca nella quale è scritto un nome, e tale nome è
noto soltanto a Dio e a ciascuno di essi.
Questo
nome non è quello con il quale siamo etichettati e chiamati in questo
mondo. Il nostro vero nome, il nostro nome eterno è plasmato con
accuratezza per noi, calza perfettamente sul nostro essere. Ci
definisce e ci esprime completamente. È noto solo a Dio, ed è lui a
comunicarcelo. Nessun altro può conoscerlo, perché esprime il nostro
legame unico con colui che ci ha creati.
Quante
volte i nostri rapporti umani vanno in sfacelo perché una persona vuole
rivelare se stessa al di là del possibile, oppure l’altro vuole
indagare in un, territorio che è consacrato unicamente a Dio. È un
desiderio vano e non può essere adempiuto. È come un bambino che cerca
di risalire alle fonti di una sorgente, al punto dove ha origine il
flusso d’acqua, quel punto prima del quale l’acqua non c’è. In questo
modo si può solo distruggere, non si può scoprire.
PREGHIERA
PIENA DI SIGNIFICATO
A
meno che la preghiera che intendi offrire a Dio non sia importante e
piena di significato anzitutto per te, non sarai in grado di
presentarla al Signore. Se non presti attenzione alle parole che
proferisci, se il tuo cuore non risponde loro, o se la tua vita non è
orientata in sintonia con la preghiera, questa non sarà protesa verso
Dio.
Dunque
devi per prima cosa scegliere una preghiera che puoi dire con tutta la
mente, con tutto il cuore e con tutta la volontà, una preghiera che non
ha necessariamente bisogno di essere un modello di arte liturgica, ma
che dev’essere autentica, qualcosa che non sia inadeguato a ciò che
vuoi esprimere. Devi comprendere la tua preghiera, in tutta la
ricchezza e la precisione che essa possiede.
Devi
anche mettere tutto il tuo cuore nell’atto con cui adori, un atto con
cui riconosci Dio, ti prendi cura di lui, e questo è il vero
significato dell’amore, un’azione che ti coinvolge nella mente, nel
cuore, un’azione totalmente adeguata a ciò che sei tu.
AL
DI LÀ DEGLI UMORI
Quando
assumiamo il giusto quadro mentale, quando il cuore è colmo di
adorazione, di sollecitudine per gli altri, quando, come dice Luca, le
nostre labbra parlano dalla pienezza del cuore (Lc 6,45), non è un
problema pregare; parliamo a Dio con libertà facendo uso delle parole a
noi più familiari.
Ma
se dovessimo abbandonare la nostra vita di preghiera alla mercè dei
nostri stati d’animo, finiremmo probabilmente per pregare di quando in
quando con fervore e sinceramente, ma perderemmo per lunghi tratti
qualsiasi contatto orante con Dio. Grande è la tentazione di differire
la preghiera fino al momento in cui ci sentiamo vivi innanzi a Dio, e
di considerare privi di sincerità qualsiasi preghiera e ogni passo in
direzione di Dio compiuti in tempi nei quali la sincerità è carente.
Sappiamo tutti dall’esperienza che in noi abita tutta una serie di
sentimenti che non emergono in ogni momento della nostra vita; la
malattia o la stanchezza possono nasconderli alla nostra
consapevolezza. Anche quando amiamo profondamente, vi sono dei momenti
in cui non ce ne rendiamo conto e tuttavia sappiamo che l’amore è vivo
dentro di noi.
Lo
stesso rimane vero riguardo a Dio; ci sono cause interne ed esterne che
rendono difficile a volte la percezione del fatto che crediamo, che
abbiamo in noi la speranza, che davvero amiamo Dio. In quei momenti
dobbiamo agire confidando non in ciò che sentiamo, ma in quello che
sappiamo.
L’IRRILEVANZA
DELLE EMOZIONI
Nel
nostro sforzo per cercare di pregare le emozioni sono pressoché
irrilevanti; quel che dobbiamo portare a Dio è la nostra determinazione
piena e ferma a essergli fedeli e a sforzarci di farlo dimorare in noi.
Dobbiamo ricordare che frutto della preghiera non è questo o quello
stato emotivo, ma un cambiamento profondo nell’insieme della nostra
personalità.
Noi
aspiriamo a esser resi degni di stare davanti a Dio e di concentrarci
sulla sua presenza, essendo tutti i nostri desideri rivolti verso Dio,
e aspiriamo a ricevere la potenza, la forza, tutto ciò di cui abbiamo
bisogno perché la volontà di Dio si compia in noi. Che si compia in noi
la sua volontà dovrebbe essere l’unico scopo della nostra preghiera, ed
è anche il criterio per discernere se stiamo pregando in modo corretto.
La buona preghiera non è data da una sensazione mistica o dalle nostre
emozioni.
Teofane
il Recluso dice: “Ti domandi: ‘Oggi ho pregato?’. Non cercare di
sondare la profondità delle tue emozioni, o quanto profonda sia la tua
comprensione delle cose divine; chiediti piuttosto: ‘Sto compiendo la
volontà di Dio meglio di prima?’. Se è così, la preghiera ha dato i
suoi frutti; se non è così, per quanta comprensione tu possa aver
tratto dal tempo che hai trascorso in presenza del Signore, e quali che
siano le emozioni che hai provato, la preghiera non ha dato i suoi
frutti”.
VOLONTÀ
E VITA CRISTIANA
La
concentrazione, sia nella meditazione che nella preghiera, la si può
raggiungere solo grazie a uno sforzo di volontà. La nostra vita
spirituale si edifica a partire dalla fede e dalla determinazione, e
qualsiasi gioia inerente a essa è un dono di Dio. Serafino di Sarov, a
quanti gli domandavano cosa fa sì che alcuni rimangano peccatori senza
mai progredire mentre altri diventino santi, viventi in Dio, era solito
rispondere: “Null’altro che la determinazione”.
Le
nostre attività devono essere determinate da un atto della volontà, il
che, di solito, va in direzione opposta ai nostri desideri; questa
volontà, fondata sulla fede, cozza sempre contro un’altra volontà, che
viene dal nostro istinto. In noi risiedono due volontà, di cui una è
quella cosciente, che si possiede in misura più o meno elevata, e che
consiste nella capacità di costringere noi stessi ad agire in accordo
con le nostre convinzioni. La seconda è qualcosa d’altro. Sono le
voglie, le aspirazioni, i desideri di tutta la nostra natura, spesso
contrari al primo tipo di volontà.
Paolo
parla delle due leggi in lotta l’una con l’altra (Rm 7,23). Descrive il
nuovo e l’antico Adamo che sono in noi, che si fanno guerra. Non basta
puntare alla vittoria del bene contro il male; ciò che è perverso,
ovvero i desideri della nostra natura decaduta, dev’essere
assolutamente, anche se gradualmente, trasformato in un ardente
desiderio, in sete di Dio. La lotta è dura e a tutto campo.
DISCIPLINA
NELLA SEQUELA
Fare
la volontà di Dio è una disciplina nel senso più nobile del termine. È
anche una verifica della nostra lealtà, della fedeltà che abbiamo verso
Cristo. È agendo in ogni dettaglio, in ogni momento, con tutte le
nostre forze, al limite delle nostre possibilità, con la più grande
integrità morale, facendo uso della nostra intelligenza,
dell’immaginazione, della volontà, dei carismi e dell’esperienza che
possiamo gradatamente imparare a essere strettamente e onestamente
obbedienti al Signore Dio.
Se
non facciamo questo la nostra sequela è illusoria e tutta la nostra
vita di disciplina, quando risulta essere un insieme di regole
autoimposte nelle quali ci dilettiamo e che ci rendono orgogliosi e
autogratificati, non ci porta da nessuna parte, perché la spinta
essenziale della nostra sequela sta nella capacità di rinnegare noi
stessi, permettendo a Cristo Signore di essere la nostra mente, la
nostra volontà e il nostro cuore. A meno di rinunciare a noi stessi e
di accettare la sua vita al posto della nostra, a meno di ambire a ciò
che Paolo descrive dicendo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive
in me” (Gal 2,20), non saremo mai né disciplinati né discepoli.
DISCIPLINA
E GRAZIA
La
disciplina spirituale è una strada, un cammino nel quale ci apriamo a
Cristo, alla grazia di Dio. Questa è tutta la disciplina, tutto quel
che possiamo fare. È Dio che, rispondendo al nostro sforzo ascetico, ci
dà la sua grazia e porta a compimento i nostri sforzi.
Tendiamo
a pensare che ciò a cui dobbiamo ambire è una vita mistica elevata e
profonda. Non è a questo che dovremmo tendere. Una vita mistica è dono
di Dio; in sé non è opera nostra e ancor meno l’espressione della
nostra dedizione a Dio.
Ciò
a cui dobbiamo mirare in risposta all’amore che Dio ha dichiarato e
manifestato in Cristo, è diventare discepoli autentici offrendoci in
sacrificio a Dio; da parte nostra è lo sforzo ascetico a costituire la
vetta della nostra lealtà, della fedeltà e dell’amore. Dobbiamo offrire
questo a Dio ed egli adempirà ogni promessa che ci ha fatto. “Figlio,
dammi il tuo cuore: esaudirò ogni cosa”.
PREGHIERA
E VITA
Finché
continuiamo a occuparci profondamente di tutte le trivialità della
vita, non possiamo sperare di pregare con tutto il cuore; queste
finiranno sempre per colorare il treno dei nostri pensieri. Lo stesso
vale per i nostri rapporti quotidiani con la gente, rapporti che non
dovrebbero consistere soltanto nel pettegolezzo ma che dovrebbero
essere basati su ciò che in ciascuno di noi è essenziale; in caso
contrario, potremmo trovarci incapaci di raggiungere un livello
differente quando volgiamo la nostra attenzione a Dio.
Dobbiamo
estirpare ogni cosa priva di significato e volgare che dimora in noi e
nei nostri rapporti con gli altri, per concentrarci su quelle cose che
saremo in grado di portare con noi nell’eternità.
Non
è possibile diventare un’altra persona nel momento in cui iniziamo a
pregare, ma vigilando sui propri pensieri si impara gradualmente a
differenziare il loro valore. E nella vita quotidiana che coltiviamo i
pensieri che irrimediabilmente vengono a galla nell’ora della
preghiera. La preghiera, a sua volta, muterà e arricchirà la nostra
vita di tutti i giorni, divenendo il fondamento di un rapporto nuovo e
reale con Dio e con quanti ci circondano.
PREGHIERA
E IMPEGNO
Le
parole della preghiera possiedono la caratteristica di essere sempre
parole che impegnano. Non puoi proferire parole di preghiera senza
intendere implicitamente: “Se dico questo, allora è quanto mi accingo a
compiere, non appena si presenterà l’occasione”. Quando dici a Dio: “A
qualsiasi prezzo, a qualsiasi prezzo, salvami, Signore”, devi
ricordarti che devi porre in ciò tutta la tua volontà, perché un giorno
Dio dirà: “Ecco il prezzo da pagare”.
Gli
anziani scrivevano: “Dai il tuo sangue e Dio ti darà lo Spirito”.
Questo è il prezzo da pagare. Abbandona tutto, riceverai il paradiso;
abbandona la schiavitù, acquisirai la libertà. Così come la tua volontà
è già coinvolta non solo nell’atto del pregare ma in ogni conseguenza
della tua preghiera, allo stesso modo deve accadere per il corpo,
perché un essere umano non è soltanto un’anima intrappolata
provvisoriamente in un corpo. E un essere che è anima e corpo, un unico
essere: l’uomo.
C’è
uno sforzo fisico che si deve compiere nella preghiera, un’attenzione
fisica, una maniera fisica di pregare. Il digiuno, se il cibo ti ha
reso troppo pesante per la preghiera, fa parte di tale sforzo. Se fai
queste cose, sarà per te come bussare a una porta.
PREGHIERA
CRISTIANA
Caratteristica
della preghiera cristiana è che si tratta della preghiera di Cristo,
portata a suo Padre, di generazione in generazione in situazioni sempre
nuove, da quanti sono, per grazia e partecipazione, la presenza di
Cristo in questo mondo; è una preghiera continua e incessante a Dio,
perché si compia la sua volontà, perché tutto avvenga secondo il suo
disegno sapiente e pieno d’amore.
Questo
significa che la nostra vita di preghiera è al tempo stesso una lotta
contro tutto ciò che non è di Cristo. Prepariamo il terreno per la
preghiera ogni volta che lasciamo perdere qualcosa che non appartiene a
Cristo, che non è degna di lui, e solo la preghiera di chi, come Paolo,
può dire “Io vivo, non io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) è vera
preghiera cristiana.
SIA
FATTA LA TUA VOLONTÀ
Dato
che la chiesa è un’estensione della presenza di Cristo nel tempo e
nello spazio, in qualsiasi preghiera cristiana dovrebbe essere Cristo
stesso che prega, sebbene questo implichi una purezza di cuore che noi
non possediamo. Le orazioni della chiesa sono le preghiere di Cristo,
particolarmente nella preghiera eucaristica, dove è Cristo che prega
dall’inizio alla fine; ogni altra preghiera, però, nella quale
chiediamo qualcosa che riguardi una situazione concreta è sempre
preceduta da un “se”.
Nella
maggior parte dei casi non sappiamo per cosa avrebbe pregato Cristo in
una simile situazione, e per questo introduciamo il “se”, volendo
significare che per quanto ci è dato di vedere, per quel che sappiamo
della volontà di Dio, questo è quanto desideriamo avvenga perché si
compia la sua volontà.
Ma
il “se” significa anche: ripongo in queste parole il mio desiderio che
avvenga la cosa migliore; per questo tu puoi mutare questa richiesta
concreta in qualsiasi cosa di tuo gradimento, assumendo la mia
intenzione, il desiderio che si compia la tua volontà, anche se io sono
così stolto da esporre come mi piacerebbe che essa venga compiuta (Rm
8,26).
IL
SILENZIO DELLA SEQUELA
La
sequela inizia con il silenzio e l’ascolto. Quando ascoltiamo qualcuno,
pensiamo di essere in silenzio perché non parliamo; ma le nostre menti
continuano a lavorare, le nostre emozioni reagiscono, la nostra volontà
si schiera pro o contro quel che stiamo ascoltando; possiamo anche
spingerei oltre, in pensieri e sentimenti che ronzano nella testa e che
nulla hanno a che vedere con quello che viene detto. Questo non è il
silenzio di cui la sequela ha bisogno.
Il
vero silenzio al quale dobbiamo tendere come punto di partenza è un
riposo totale della mente, del cuore e della volontà, il silenzio
totale di tutto ciò che è in noi, compreso il nostro corpo, di modo che
possiamo essere pienamente consapevoli delle parole che stiamo udendo,
completamente all’erta e tuttavia nella quiete più totale.
Il
silenzio di cui sto parlando è il silenzio della sentinella che monta
la guardia in un momento critico: vigile, immobile, con lo sguardo
fisso e tuttavia attenta a ogni suono, a ogni movimento. Questo
silenzio di attesa è il primo requisito della sequela, e non lo si
ottiene senza un certo sforzo. Richiede da parte nostra che alleniamo
l’attenzione, il corpo, la mente e le emozioni, perché ogni cosa sia
mantenuta completamente e perfettamente in ordine.
UN
CORPO PACIFICATO
Dobbiamo
imparare ad acquisire un corpo pacificato. Quale che sia la nostra
attività psicologica, il nostro corpo reagisce a essa, e il nostro
stato corporeo determina in una certa misura il tipo o la qualità della
nostra attività psicologica.
Teofane
il Recluso, nei suoi consigli rivolti a chi desidera dedicarsi alla
vita spirituale, afferma che una delle condizioni indispensabili per
riuscire in essa è non permettersi mai la rilassatezza del corpo:
“Siate come corde di violino, accordate secondo una nota ben precisa,
senza rilassamento o tensione eccessiva, con il corpo eretto, le spalle
dritte, un portamento agile della testa, le tensioni di ogni muscolo
orientate verso il cuore”.
Molto
è stato scritto e detto sui modi in cui il corpo può essere sfruttato
per aumentare la capacità di attenzione; ma a un livello accessibile a
molti, il consiglio di Teofane suona semplice, preciso e pratico.
Dobbiamo imparare a rilassarci e contemporaneamente a essere pronti.
Dobbiamo dominare il nostro corpo in modo che non sia d’intralcio, ma
renda più facile il raccoglimento.
PREGHIERA
PURIFICATA
A
volte pensiamo che non siamo degni di pregare, e perfino che non ne
abbiamo il diritto. È una tentazione. Ogni goccia d’acqua, da qualsiasi
parte provenga, da una pozzanghera come dall’oceano, viene purificata
mediante l’evaporazione; lo stesso è di ogni preghiera che sale a Dio.
Più
ci sentiamo avviliti, e più abbiamo bisogno di pregare. E senz’altro
quello che provò un giorno Ivan di Cronstadt quando, mentre pregava
sotto lo sguardo di un demonio, questi gli borbottò: “Tu, ipocrita,
come osi pregare con la tua mente sudicia, piena dei pensieri che vi ho
letto?”. Egli rispose: “È proprio perché la mia mente è colma di
pensieri che mi disgustano e contro i quali combatto che sto pregando
Dio”.
PREGHIERA
SPONTANEA
La
preghiera spontanea è possibile in due situazioni: essa ha luogo in
momenti nei quali avvertiamo vivamente la presenza di Dio, quando
questa consapevolezza ci chiede una risposta orante, gioiosa, quando
richiama tutte le forme di risposta che siamo in grado di offrire,
essendo noi stessi e presentandoci al Dio vivente; oppure quando,
improvvisamente, ci accorgiamo del pericolo mortale nel quale ci
troviamo venendo a Dio, momenti nei quali improvvisamente sale dalle
nostre profondità un grido di disperazione e di scoramento, o anche
dalla sensazione che non vi sia speranza di salvezza per noi a meno che
sia Dio a salvarci.
La
preghiera spontanea deve sgorgare dall’anima, non possiamo
semplicemente girare un rubinetto e aspettarci che esca. Non è lì
perché possiamo attingerla e usarla in ogni momento. Viene dalle
profondità della nostra anima, dallo stupore o dall’angoscia, ma non
viene dalla situazione media nella quale non siamo né sommersi dalla
presenza divina né sopraffatti dalla percezione di chi siamo e dove ci
troviamo. In quei momenti di grigiore, cercare di ricorrere alla
preghiera spontanea è un esercizio completamente illusorio.
PREGHIERA
DI CONVINZIONE
Abbiamo
bisogno di alcune forme di preghiera profondamente radicate nella
convinzione, diverse dalla preghiera spontanea. Per trovare tali forme
si può attingere a molte orazioni che sono a nostra disposizione.
Possediamo infatti già un ricco armamentario di preghiere scritte negli
spasmi della fede, dallo Spirito santo.
Abbiamo
ad esempio i Salmi; possediamo un gran numero di preghiere lunghe e
brevi nel tesoro liturgico di tutte le chiese, e a esse possiamo
attingere. Quel che conta è imparare e conoscere un numero sufficiente
di tali preghiere e avere, al momento giusto, la possibilità di trovare
le parole giuste per pregare. E questione di apprendere a memoria un
certo numero di passi significativi, dei Salmi come delle preghiere dei
santi.
Imparate
quei passi, perché nel giorno in cui sarete così demoralizzati, così
profondamente disperati da non poter far emergere dalla vostra anima
nessuna espressione spontanea, nessuna frase che sia vostra, scoprirete
che queste parole emergono e si offrono a voi come un dono di Dio, un
dono della chiesa, un dono della santità, che viene in soccorso alla
nostra mancanza di forze. Allora sì che si ha bisogno delle preghiere
che si sono imparate e che abbiamo reso una parte di noi.
PREGHIERA
CONTINUA
Un
ultimo modo per pregare è l’utilizzo, più o meno ininterrotto, di
preghiere vocali che fungano da sottofondo, da bastone da passeggio,
lungo tutto l’arco della giornata e per tutta la vita.
Penso
a qualcosa che si riferisce in modo specifico alla tradizione
ortodossa. È quella che chiamiamo la “preghiera di Gesù”, una preghiera
incentrata sul nome di Gesù. “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi
pietà di me peccatore”. Questa preghiera è usata non solo da monaci e
monache ma anche da semplici cristiani.
È
la preghiera della stabilità, perché non è un’orazione discorsiva - non
ci muoviamo da un pensiero a un altro pensiero - è una preghiera che ci
pone faccia a faccia con Dio mediante una professione di fede in lui, e
definisce una situazione che riguarda noi stessi. È una professione di
fede che, secondo il pensiero di molti asceti e mistici ortodossi,
riassume in sé tutto l’evangelo.
PREGHIERA
COSTANTE
È
difficile pregare per un giorno intero. A volte proviamo a immaginare
come potrebbe essere. Pensiamo alla vita liturgica dei monaci
contemplativi oppure alla vita di preghiera di un anacoreta. Non ci
capita spesso di pensare a una vita di preghiera che abbia luogo in una
vita ordinaria, nella quale tutto diventi preghiera o occasione di
preghiera. Ma questo è un modo facile per pregare, sebbene sia
ovviamente molto esigente.
Alziamoci
al mattino e offriamoci a Dio. Ci siamo risvegliati da un sonno che ci
separa dalla giornata precedente. Il risveglio ci offre una nuova
realtà, un giorno mai esistito prima, un tempo e uno spazio sconosciuti
si spiegano davanti a noi come un campo di neve intatta. Chiediamo al
Signore di benedire questa giornata, e di benedire noi in essa.
Quando
abbiamo fatto questo, prendiamo sul serio la nostra richiesta, così
come la risposta silenziosa che ci è stata data. Siamo benedetti da
Dio, la sua benedizione sarà sempre con noi, in ogni nostra azione
perché questa sia capace di accogliere tale benedizione. La perderemo
solo quando volgeremo lo sguardo lontano da Dio. E Dio sarà con noi
anche allora, pronto a venire in nostro aiuto, disposto a renderci la
grazia che abbiamo respinto.
DOMANDA
Molte
delle nostre preghiere sono preghiere di domanda, e sembra che la gente
pensi alla domanda come alla forma più bassa della preghiera; più in
alto c’è la gratitudine, in cima la lode.
Ma
in realtà sono la gratitudine e la lode a essere espressione di un
rapporto inferiore. Al nostro livello mediocre di fede è più facile
cantare inni di lode o rendere grazie a Dio piuttosto che fargli
fiducia in misura sufficiente da chiedergli qualcosa con fede. Anche
persone che credono tiepidamente possono volgersi a ringraziare Dio
quando qualcosa di piacevole capita nella loro vita; e ci sono momenti
di esaltazione in cui tutti sono capaci di cantare a Dio.
Ma
è ben più difficile avere una tale fede indivisa da rivolgere una
domanda con tutto il cuore e con tutta la mente, nella fiducia più
totale. Nessuno dovrebbe guardare con sussiego alla preghiera di
domanda, perché la capacità di dire tali preghiere è una verifica
dell’autenticità della nostra fede.
SFERRUZZANDO
DAVANTI A DIO
Ricordo
che una delle prime persone che venne a chiedermi consigli dopo che ero
stato ordinato presbitero fu una vecchia signora che disse: “Padre, ho
pregato quasi incessantemente per quattordici anni, e non ho mai
avvertito la presenza di Dio”. Allora le dissi: “Gli ha dato una chance
di proferire anche solo una parola?”. “Oh no” mi disse, “ho parlato io
per tutto il tempo, non è forse questa la preghiera?”. Le dissi: “No,
non penso che lo sia, e quel che le suggerisco è di mettere da parte
quindici minuti ogni giorno, restando seduta a sferruzzare davanti al
volto di Dio”.
E
così fece. Con quale risultato? Presto venne da me e disse: “È
straordinario, quando prego Dio, in altre parole quando gli parlo, non
sento nulla, ma quando mi siedo nella calma, faccia a faccia con lui,
allora mi sento avvolta dalla sua presenza.
Non
sarai mai in grado di pregare Dio realmente e con tutto il tuo cuore se
non impari a tacere e a gioire a causa del miracolo della sua presenza,
o se preferisci, del tuo stare faccia a faccia con lui anche se non lo
vedi.
IL
SENSO DELLA PRESENZA DI DIO
Se
impari a far uso di una preghiera che hai scelto nei momenti in cui
puoi dedicare tutta la tua attenzione alla presenza divina e offri a
Dio questa preghiera, quello che accade poco alla volta è che la
consapevolezza di Dio cresce in te a tal punto che sia che tu stia in
mezzo alla gente, ascoltando e parlando, sia che te ne stia solo a
lavorare, questa consapevolezza è così forte che anche se sei con delle
persone riuscirai ancora a pregare.
Quando
piove su di noi una grande gioia, un grande dolore o un grande
dispiacere, non li dimentichiamo nel corso della giornata. Ascoltiamo
la gente, svolgiamo la nostra attività lavorativa, leggiamo, facciamo
quel che dobbiamo fare, e il dolore per quel che abbiamo perso, o la
consapevolezza della nostra gioia, della notizia esilarante, rimane
incessantemente con noi. Lo stesso dovrebbe accadere con il senso della
presenza di Dio.
E
se il senso della presenza di Dio è così chiaro, allora si può pregare
mentre si è occupati in altre faccende. Si può pregare mentre si fa un
lavoro fisico, ma anche quando si sta con la gente, in ascolto o anche
impegnati in qualche forma di conversazione o di relazione. Non è
comunque questa la prima cosa che ci succede, e dobbiamo educare noi
stessi anzitutto ad acquisire un atteggiamento di attenzione adorante e
un cuore contrito, in condizioni che permettono di sviluppare questi
atteggiamenti, perché è facile distrarsi, scivolando nella preghiera
dalla vigilanza al sogno.
CONTEMPLAZIONE
E INTERCESSIONE
Il
fatto che siamo presenti in una situazione la cambia profondamente
perché Dio si rende allora presente con noi, mediante la nostra fede.
Ovunque siamo, a casa con la nostra famiglia, con gli amici quando sta
per scoppiare una lite, al lavoro o semplicemente in metropolitana, per
la strada, in treno, possiamo raccoglierei e dire: “Signore, io credo
in te, vieni in mezzo a noi”.
È
grazie a questo atto di fede, in una preghiera contemplativa che non ha
bisogno di vedere, possiamo intercedere presso Dio che ha promesso di
essere presente quando noi lo invochiamo. A volte ci mancano le parole,
altre volte non sappiamo come comportarci in modo sensato, ma possiamo
sempre chiedere a Dio di venire e di rendersi presente. E ci
accorgeremo che muterà spesso l’atmosfera, avranno fine le liti, verrà
la pace.
Questo
non è un modo meno importante di intercedere, quantunque sia meno
spettacolare di un grande sacrificio. In esso vediamo ancora una volta
come contemplazione e azione siano inseparabili, e come l’azione
cristiana sia impossibile senza la contemplazione. Vediamo pure come la
contemplazione non sia allora una visione di Dio e basta, ma una
visione profonda di ogni realtà che ci mette in condizione di coglierne
il significato eterno. La contemplazione non è la visione di Dio e
nient’altro, ma del mondo in lui.
PREGHIERA
SENZA RISPOSTA
“Chiedete
e vi sarà dato”(Mt 7,7). Queste parole sono una spina nel fianco per la
coscienza dei cristiani, e non possono essere accolte né essere
respinte. Rifiutarle vorrebbe dire un rifiuto dell’infinita gentilezza
di Dio, e tuttavia non siamo ancora abbastanza cristiani da accettarle.
Sappiamo
che il Padre non darà pietre a chi chiede pane (Mt 7,9), ma non
pensiamo a noi stessi come a bambini che non sanno quali sono i loro
veri bisogni e ciò che è bene e male per le loro vite. Tuttavia sta qui
la risposta a molte preghiere inesaudite.
Possiamo
trovare risposta anche nelle parole di Giovanni Crisostomo: “Non siate
angosciati se non ricevete subito quanto avete domandato: Dio vuole
farvi un bene maggiore attraverso la vostra perseveranza e la vostra
preghiera”.
PREGHIERA
DEL PERFETTO SILENZIO
Vi
sono delle occasioni nelle quali non abbiamo bisogno di alcuna parola
di preghiera, né delle nostre né di quelle di qualunque altra persona;
allora preghiamo in perfetto silenzio. Questo silenzio è la preghiera
ideale, sempre che, s’intende, sia un silenzio reale e non sia un
sognare a occhi aperti.
Abbiamo
ben poca esperienza di cosa significhino un silenzio profondo del corpo
e dell’anima, quando una completa serenità riempie l’anima, e una pace
totale penetra in tutto il corpo; quando scompare ogni tumulto e
agitazione e ci troviamo davanti a Dio, completamente disponibili in un
atto di adorazione. Ci possono essere delle volte in cui ci sentiamo
fisicamente e mentalmente rilassati, stanchi di parlare perché abbiamo
già usato tante parole; non vogliamo smuovere le acque e ci sentiamo
felici in questo fragile equilibrio; siamo veramente sul confine da cui
si può scivolare in un sogno a occhi aperti.
Il
silenzio interiore è assenza di qualsiasi genere di movimento di
pensieri o di emozioni nell’intimo, ma è un perfetto stato di veglia,
di apertura a Dio. Dobbiamo custodire il silenzio quando ci è
possibile, senza mai lasciare che questo degeneri in semplice
appagamento. Per evitare che questo avvenga i grandi scrittori
dell’ortodossia ci ammoniscono di non abbandonare mai le forme usuali
dell’orazione, perché anche coloro che hanno raggiunto questo silenzio
contemplativo hanno trovato necessario, ogni volta che hanno rischiato
di cadere nella fiacchezza spirituale, reintrodurre parole di preghiera
fino a giungere nuovamente a rinnovare il silenzio con la preghiera
stessa.
COMUNIONE
DI SANTI E DI PECCATORI
La
chiesa non fa distinzione fra i vivi e i morti. Dio non è il Dio dei
morti, ma è il Dio dei viventi. Per lui tutti gli uomini sono in vita,
e così è pure per la chiesa.
In
questa prospettiva escatologica possiamo vedere la morte come la grande
speranza e attendere con gioia il giudizio e la venuta di Cristo.
Possiamo dire con lo Spirito della chiesa: “Vieni presto, Signore Gesù”
(Ap 22,20). Storia ed eternità sono una cosa sola, nell’éscathon come
nell’eucaristia.
La
preghiera della chiesa include non solo i membri della chiesa ma per
mezzo di loro e grazie a loro il mondo intero. Essa percepisce la
globalità del mondo come chiesa potenziale, quella chiesa totale per la
quale spera. E nella chiesa, in questa prospettiva escatologica, tutte
le cose hanno già raggiunto il compimento e contemporaneamente vanno
ancora dispiegandosi nel tempo. Abbiamo un rapporto vivo con tutti i
morti e tutti i viventi nella comunione dei santi e dei peccatori.
PREGHIERA
PER I MORTI
Se
credete che le orazioni per i vivi siano loro di aiuto, perché non
pregare per i morti? La vita è una, perché Luca dice: “Egli non è il
Dio dei morti ma dei vivi” (Lc 20,38). La morte non è la fine, ma una
tappa nel destino dell’uomo, e questo destino non viene pietrificato
nell’ora della morte.
L’amore
espresso dalle nostre preghiere non è sprecato; se l’amore avesse
potere sulla terra e non ne avesse dopo la morte finirebbe tragicamente
per contraddire la parola della Scrittura secondo cui l’amore è forte
come la morte (Ct 8,6), e l’esperienza della chiesa, secondo cui
l’amore è più forte della morte, perché Cristo ha vinto la morte nel
suo amore per l’umanità.
PREGHIERA
AI MORTI
Non
preghiamo solo per certe persone ma anche rivolti a delle persone.
Preghiamo Maria e i santi. Non ci rivolgiamo a loro però per
allontanare da noi il giudizio severo di Dio grazie alla loro dolcezza.
Sappiamo che la loro volontà coincide con quella di Dio e questa
armonia ingloba nella carità tutti i vivi e i morti. Se è vero che il
nostro Dio non è il Dio dei morti ma dei viventi, non è forse naturale
il nostro pregare rivolti a coloro che sono per noi esempi così
luminosi?
Ciascuno
di noi può trovare fra i santi una figura che lo attrae in modo
particolare. Noi non operiamo tuttavia distinzioni radicali fra chi è
santo e chi non lo è. Certi santi sono stati messi da parte da Dio come
esempio per tutti i cristiani. Questo non significa che altri non lo
siano stati. Ed è decisamente giusto che si preghi rivolgendosi ai
genitori e agli amici defunti, senza che questo costituisca una
bestemmia.
LA
VERA UMILTÀ
L’umiltà
non consiste nel cercare sempre di umiliarsi e di rinunciare alla
dignità che Dio ci assegna e pretende da noi, perché siamo suoi figli e
non suoi schiavi. L’umiltà come la cogliamo nei santi non nasce
solamente dalla loro consapevolezza di essere dei peccatori, perché
perfino un peccatore può portare a Dio un cuore spezzato e contrito, e
una parola di perdono è sufficiente a cancellare tutto il male presente
e passato.
L’umiltà
dei santi viene dalla loro visione della gloria, della maestà, della
bellezza di Dio. Non è nemmeno la percezione di un contrasto che dà
origine alla loro umiltà, ma la consapevolezza che Dio è così santo,
una tale rivelazione di bellezza perfetta, di un amore che colpisce in
maniera tale che la sola cosa che essi possono fare al suo cospetto è
prostrarsi davanti a lui in adorazione, nella gioia e nello stupore.
Quando
Teresa provò la grande esperienza dell’amore straripante che Dio ha per
noi, essa cadde in ginocchio, piangendo di gioia e di meraviglia;
quando si alzò era una persona nuova, nella quale la presa di coscienza
dell’amore di Dio lasciò “una sensazione di impagabile riconoscenza”.
Questa è umiltà, non l’umiliazione.
SANTITÀ
È
molto importante per la comprensione della santità capire che essa ha
due poli: Dio e il mondo. La sorgente, il fulcro e il suo contenuto è
Dio; ma il punto di applicazione, il luogo in cui nasce, si sviluppa e
viene espressa poi in termini di salvezza cristiana, è il mondo, questo
ambiguo mondo che da una parte fu creato da Dio ed è oggetto di un tale
amore che il Padre ha dato per la sua salvezza il suo Figlio unigenito,
e dall’altra è caduto nella schiavitù del peccato.
Questo
polo della santità che riguarda il mondo ha perciò due aspetti: una
visione del mondo come è stato pensato e amato da Dio, e al tempo
stesso un ascetismo che ci chiede di liberarci dal mondo e di liberare
il mondo dalla presa di Satana.
Questo
secondo elemento, questa lotta che è la nostra vocazione, è parte
integrante della santità. I padri del deserto, gli asceti delle
origini, non fuggivano il mondo nel senso in cui a volte gli uomini
moderni cercano di sfuggire alla sua morsa per trovare un porto sicuro
in cui ripararsi; essi partivano per vincere il nemico in battaglia.
Con la grazia di Dio, nella forza dello Spirito, si dedicavano al
combattimento.
LA
SANTITÀ DI DIO IN NOI
Tutta
la santità è santità di Dio in noi: è una santità che è partecipazione
e, in un certo modo, più che partecipazione, perché col partecipare a
ciò che riceviamo da Dio diventiamo rivelazione di ciò che ci
trascende. Luci limitate, riveliamo la luce.
Ma
dovremmo ricordare anche che in questa vita nella quale ci sforziamo di
raggiungere la santità, la nostra spiritualità andrebbe definita in
termini molto oggettivi e puntuali. Quando leggiamo libri di
spiritualità o ci dedichiamo allo studio di questa materia, vediamo che
essa, esplicitamente o implicitamente, è costantemente definita come un
atteggiamento, uno stato dell’anima, una condizione interiore, un tipo
d’interiorità, e così via.
In
realtà, se cerchiamo la definizione ultima e cerchiamo di scoprire il
nucleo intimo della spiritualità, troviamo che essa non consiste negli
stati dell’anima a noi familiari, ma nella presenza e nell’azione dello
Spirito in noi, attraverso di noi e per mezzo di noi nel mondo. Non vi
è altra santità all’infuori di quella di Dio; è come membra del corpo
di Cristo che ci è possibile partecipare alla sua santità, in Cristo e
nello Spirito.
LA
CHIESA COME LUOGO SANTO
Quando
costruiamo una chiesa o isoliamo un luogo di culto facciamo qualcosa
che va ben al di là del significato immediato di quello che stiamo
costruendo. Il mondo intero che Dio ha creato è divenuto luogo nel
quale l’uomo ha peccato; il divisore è all’opera, un combattimento
procede incessantemente; non c’è luogo sulla terra che non sia stato
sporcato dal sangue, dalla sofferenza o dal peccato.
Quando
scegliamo una piccola porzione di mondo, invocando il potere stesso di
Dio in riti che trasmettono la sua grazia, per benedire tale porzione,
quando la purifichiamo dalla presenza dello spirito del male e la
separiamo affinché diventi punto di appoggio di Dio sulla terra,
riconquistiamo a Dio una piccola fetta di questo mondo sconsacrato.
Possiamo
dire che questo è un luogo in cui il regno di Dio si rivela e si
manifesta con potenza. Quando veniamo in chiesa dovremmo essere
consapevoli del fatto che stiamo entrando in terra santa, in un luogo
che appartiene a Dio, e dovremmo comportarci di conseguenza.
CORPO
E ANIMA
Il
corpo è stato preparato per la sepoltura; esso non è un logoro pezzo di
stoffa, come pare piaccia pensare a certi devoti, gettato via affinché
l’anima sia libera. Un corpo è molto più di questo per un cristiano;
non vi è nulla che accada all’anima a cui anche il corpo non prenda
parte. Riceviamo delle impressioni da questo mondo come pure da quello
divino, anche attraverso il corpo.
Ogni
sacramento è dono di Dio, conferito all’anima per mezzo di azioni
fisiche; le acque del battesimo, l’olio del crisma, il pane e il vino
della mensa eucaristica sono tutti presi dal mondo materiale. Non
possiamo compiere né il bene né il male senza operare in unione col
nostro corpo.
Il
corpo non esiste solamente per far sì che l’anima nasca, maturi e poi
se ne vada, abbandonandolo; il corpo, dal primo all’ultimo giorno, ha
cooperato con l’anima in ogni cosa ed è, assieme all’anima, l’uomo
totale. Rimane segnato per sempre dall’impronta dell’anima e dalla vita
che insieme hanno condiviso. Legato all’anima, il corpo è anche unito,
mediante i sacramenti, allo stesso Gesù Cristo. Noi comunichiamo al suo
corpo e al suo sangue, e il corpo viene quindi unito a pieno titolo al
mondo divino con il quale entra in contatto.
PERDONO
Il
giudizio non porterebbe a noi null’altro che terrore se non avessimo la
speranza certa del perdono. E il dono stesso del perdono è contenuto
implicitamente nell’amore di Dio e in quello degli uomini. Tuttavia non
basta che sia garantito il perdono, dobbiamo essere pronti ad
accoglierlo, ad accettarlo.
Dobbiamo
acconsentire a essere perdonati con un atto di fede coraggiosa e di
generosa speranza, dobbiamo dare umilmente il benvenuto al dono
ricevuto, come a un miracolo che solo l’amore, amore umano e divino,
può operare, restando riconoscenti in ogni tempo per la sua gratuità,
il suo potere di restaurare, di guarire, la sua forza rigenerante.
Non
dobbiamo mai confondere il perdonare col dimenticare, o immaginare che
queste cose procedano insieme. Esse non solo non si accompagnano l’una
all’altra, ma si escludono a vicenda. Cancellare il passato ha ben poco
a che vedere con un perdono costruttivo, ricco d’immaginazione, pieno
di frutti; la sola cosa che deve andarsene, che dev’essere cancellata
dal passato, è il veleno; l’amarezza, il risentimento,
l’allontanamento; ma non la memoria.
CROCE
E INCARNAZIONE
Per
comprendere il significato della morte redentrice di Cristo, dobbiamo
cogliere il senso dell’incarnazione. Ognuno di noi è nato nel tempo,
dal non-essere. Entriamo in una vita precaria e fugace, per crescere
nella stabilità della vita senza fine. Chiamati dal nulla dalla Parola
di Dio entriamo nel tempo, ma nel tempo possiamo trovare l’eternità,
perché l’eternità non è un flusso di tempo che, non ha mai fine.
L’eternità non è qualcosa. È Qualcuno. L’eternità è Dio stesso, che è
possibile incontrare nel fluire effimero del tempo e attraverso
quest’incontro, tramite la comunione che Dio ci offre per grazia e
amore nella libertà reciproca, possiamo accedere all’eternità e
condividere la vita stessa di Dio, diventare, nelle parole audaci di
Pietro: “Partecipi della natura divina” (2Pt 1,4).
La
nascita del Figlio di Dio è diversa dalla nostra. Egli non entra nel
tempo dal nulla. La sua nascita non è l’inizio di una vita, di una vita
destinata a crescere per sempre; è la limitazione di una pienezza che
esisteva prima che il mondo avesse inizio. Colui che possedeva la
gloria eterna con il Padre, prima di tutti i secoli, entra nel nostro
mondo, nel mondo creato, nel quale l’uomo ha portato il peccato, la
sofferenza, la morte. La nascita di Cristo è per lui non l’inizio della
vita, bensì l’inizio della morte. Egli accetta tutto ciò che appartiene
alla nostra condizione e il primo giorno della sua vita sulla terra è
il primo giorno della sua ascesa verso la croce.
MORTE
E RESURREZIONE
La
gioia della resurrezione è qualcosa che anche noi dobbiamo apprendere
dall’esperienza, ma possiamo sperimentarla soltanto se prima impariamo
la tragedia della croce. Per sorgere nuovamente, dobbiamo morire.
Morire al nostro egoismo che ci ostacola, morire alle nostre paure,
morire a tutto ciò che rende il mondo così angusto, così freddo, così
piccolo, così crudele. Morire perché le nostre anime possano vivere,
possano esultare, possano scoprire dove ha origine la vita. Se facciamo
questo allora la resurrezione di Cristo sarà scesa anche su di noi.
Ma
senza la morte in croce non c’è resurrezione, resurrezione che è gioia,
gioia di una vita ritrovata, gioia della vita che nessuno potrà mai più
rapirci! La gioia di una vita sovrabbondante, che come un torrente
scende dai colli portando con sé il cielo stesso riflesso nello
scintillio delle acque.
La
resurrezione di Cristo è una realtà storica come fu reale la sua morte
in croce, ed è in quanto appartiene alla storia che noi vi crediamo.
Non è solo coi nostri cuori, bensì con la totalità della nostra
esperienza che conosciamo il Cristo risorto. Possiamo conoscerlo giorno
dopo giorno come gli apostoli. Non il Cristo della carne, ma il Cristo
che vive per sempre. Il Cristo dello spirito di cui parla Paolo, il
Cristo risorto che appartiene al tempo e all’eternità perché morto una
sola volta sulla croce, ora vive per sempre.
IN
ADORAZIONE DEL MISTERO
Dobbiamo
essere pronti a scoprire che l’ultimo passo del nostro rapporto con Dio
è un atto di pura adorazione, faccia a faccia con un mistero nel quale
non è possibile entrare.
Cresciamo
nella conoscenza di Dio gradualmente, di anno in anno, fino alla fine
della nostra vita, e continueremo a farlo lungo tutta l’eternità, senza
mai giungere al punto di poter dire di sapere ormai tutto quel che è
conoscibile in Dio. Questo processo di graduale svelamento di Dio ci
porta in ogni momento a essere con alle spalle la nostra esperienza
passata e innanzi a noi il mistero di Dio, conoscibile e ancora
sconosciuto.
Quel
poco che sappiamo di Dio ci rende difficile imparare di più, perché il
di più non può essere aggiunto semplicemente al poco, dato che ogni
incontro porta un tale mutamento di prospettiva che quel che era noto
in precedenza diviene quasi non vero alla luce di quello che si
apprenderà più tardi.
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