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CAPITOLO PRIMO
Fiducia!
Nostro Signore ci
invita alla fiducia
Voce di Cristo, voce misteriosa della grazia che risuonate nel silenzio
dei cuori, voi mormorate nel fondo delle nostre coscienze parole di
dolcezza e di pace. Nelle nostre miserie presenti, ci ripetete la
parola che il Maestro pronunciava così spesso durante la sua
vita mortale: "Fiducia, fiducia!".
All'anima colpevole, oppressa dal peso delle sue colpe, Gesù
diceva: "Abbi fiducia, figliuolo, i tuoi peccati ti son perdonati" .
"Fiducia!" diceva ancora alla malata abbandonata che attendeva da lui
la sua guarigione, "la sua fede ti ha salvata" . Quando i suoi apostoli
tremavano di spavento, vedendolo camminare di notte sul lago di
Genezareth, egli li tranquillizzava con questa affermazione
rassicurante: "Abbiate fiducia! Sono io; non abbiate paura" . E la sera
della Cena, conoscendo i frutti infiniti del suo sacrificio, lanciava,
mentre andava alla morte, questo grido di trionfo: "Fiducia, abbiate
fiducia! Io ho vinto il mondo" .
Questa parola divina, cadendo dalle sue labbra adorabili, tutta
vibrante di tenerezza e di pietà, operava nelle anime una
trasformazione meravigliosa. Una rugiada soprannaturale fecondava la
loro aridità; delle luci di speranza dissipano le loro tenebre;
una serena certezza scacciava le loro angosce, perché le parole
del Signore "sono spirito e vita" . "Beati quelli che le ascoltano e le
mettono in pratica" .
Come un tempo i suoi discepoli, siamo noi ora invitati da Nostro
Signore alla fiducia. Perché rifiutarci di ascoltare la sua voce?
Molte anime
hanno paura di Dio
Pochi cristiani, anche tra i più ferventi, possiedono questa
fiducia che esclude ogni ansietà ed ogni esitazione. Diverse
sono le cause di questo fatto.
Il Vangelo narra che la pesca miracolosa sbalordì san Pietro.
Con la sua foga abituale, egli misurò in una sola occhiata la
distanza infinita che separava la grandezza del Maestro dalla sua
bassezza. Egli tremò di sacro terrore e prosternandosi, il volto
contro la terra, gridò: "Allontanatevi da me, Signore,
perché sono un peccatore" .
Alcune anime hanno, come l'Apostolo, questo timore. Esse sentono
così vivamente le loro macchie e la loro miseria che osano
appena avvicinarsi alla Divina Santità. Sembra loro che un Dio
così puro debba provare una repulsione invincibile a chinarsi
verso di esse. Malaugurata impressione, che imprime un contegno forzato
alla loro vita interiore e talvolta la paralizza completamente.
Come si ingannano queste anime!
Gesù si avvicinò ben presto all'apostolo spaventato: "Non
avere paura" , gli disse, e lo fece alzare.
Anche voi cristiani, che avete ricevuto tanti segni del suo amore, non
abbiate paura. Nostro Signore teme, più di ogni altra cosa, che
abbiate paura di Lui. Le vostre imperfezioni, le vostre debolezze, le
vostre colpe più gravi, le vostre ricadute così frequenti
non lo irriteranno, purché desideriate sinceramente di
convertirvi. Più siete miserabili, più egli ha
compassione della vostra miseria, più desidera compiere presso
di voi la sua missione di Salvatore. Non è forse soprattutto per
i peccatori che Egli è disceso sulla terra?
Ad altre manca
la fede
Ad altre anime manca la fede. Esse hanno certamente quella fede comune,
senza la quale tradirebbero la grazia del loro battesimo. Credono che
Nostro Signore sia onnipotente, buono e fedele nelle sue promesse; ma
applicano malamente questa credenza alle loro necessità
particolari. Esse non sono dominate dalla convinzione incrollabile che
Dio, attento alle loro prove, si china su di loro per soccorrerle.
Eppure Gesù Cristo ci domanda questa fede speciale e concreta.
Egli la esigeva un tempo come condizione indispensabile indispensabile
ai suoi miracoli; egli la esige ancora oggi da noi per concederci i
suoi favori.
"Se puoi credere, tutto è possibile a colui che crede" , diceva
al padre del ragazzo posseduto. E nel convento di Paray-le-Monial,
usando quasi gli stessi termini, ripeteva a santa Margherita Maria: "Se
puoi credere, vedrai la potenza del mio Cuore nella magnificenza del
mio Amore".
Potete credere? Potete arrivare a questa certezza, così forte
che niente la fa vacillare, così chiara che equivale
all'evidenza? E' tutto qui. Quando arriverete a questo grado di
fiducia, vedrete meraviglie realizzarsi in voi.
Chiedete dunque al Divin Maestro di aumentare la vostra fede.
Ripetetegli spesso la preghiera del Vangelo: "Credo, Signore; aiutate
la mia incredulità" .
Questa
sfiducia è loro pregiudizievole
La sfiducia, quali che ne siano le cause, ci arreca pregiudizio: essa
ci priva di grandi beni.
Quando san Pietro, saltando dalla sua barca, si slanciava incontro al
Salvatore, camminava con sicurezza sulle onde. Il vento soffiava con
violenza. I flutti ora si sollevavano furiosamente, ora spalancavano
gorghi profondi. L'abisso si apriva davanti all'Apostolo. Pietro
tremò, esitò un secondo e subito cominciò ad
affondare ...
"Uomo di poca fede, gli disse Gesù, perché hai dubitato" .
Ecco la nostra storia. Nei nostri momenti di fervore, ci raccogliamo ai
piedi del Maestro. Viene la tempesta e il pericolo assorbe la nostra
attenzione. Allontaniamo gli sguardi da Nostro Signore per rivolgerli
ansiosamente sulle nostre sofferenze e sui nostri pericoli. Esitiamo
... e subito affondiamo.
La tentazione ci assale. Il dovere ci sembra gravoso, la sua
austerità ci ripugna, il suo peso ci opprime. Fantasie
inquietanti ci tormentano. La tempesta rimbomba nella nostra
intelligenza, nella nostra sensibilità, nella nostra carne ... E
noi perdiamo la testa; cadiamo nel peccato; cadiamo nello
scoraggiamento, più pernicioso della stessa colpa. Anime senza
fiducia, perché dubitiamo?
La prova ci colpisce in mille maniere. I nostri affari temporali sono
periclitanti, il nostro avvenire materiale ci inquieta. La malevolenza
attacca la nostra reputazione. La morte spezza i vincoli dei nostri
affetti più legittimi e più teneri ... E noi
dimentichiamo quale cura paterna la Provvidenza ha di noi. Mormoriamo,
ci ribelliamo: aumentano così le nostre difficoltà e
l'amarezza dei nostri dolori. Anime senza fiducia, perché
dubitiamo?
Se fossimo stati attaccati al Buon Maestro con una fiducia tanto
più disperata di quanto ci sembrava la situazione, non avremmo
subito alcun danno. Avremmo camminato tranquillamente sulle onde;
saremmo arrivati senza difficoltà al golfo tranquillo e sicuro;
avremmo ben presto ritrovato la spiaggia soleggiata che la luce del
Cielo illumina.
I santi hanno lottato contro le nostre stesse difficoltà; molti
di essi hanno commesso le nostre stesse colpe. Ma almeno non hanno
dubitato. Si sono sollevati senza indugio, più umili dopo la
loro caduta, non confidando più ormai se non nel soccorso
dall'Alto. Essi conservavano nei loro cuori la certezza assoluta che,
appoggiati a Dio, avrebbero potuto. La loro fiducia non li ha ingannati
.
Divenite dunque anime di fiducia. Nostro Signore vi invita a questo e
il vostro stesso interesse lo esige. Diverrete allo stesso tempo anime
di pace e di luce.
Scopo e
divisione dell’opera
Quest'opera non ha altro scopo che di iniziarvi alla conoscenza e alla
pratica di questa virtù. Ve ne esporrà molto
semplicemente la natura, l'oggetto, i fondamenti e gli effetti.
Pio lettore, se mai questo modesto volume dovesse capitare tra le tue
mani, non lo respingere sdegnosamente. Esso non pretende né
l'eleganza letteraria, né l'originalità, ma contiene
delle verità consolanti che ho tratto dai libri ispirati e dagli
scritti dei santi: ecco il suo solo merito.
Leggilo lentamente, con attenzione, in spirito di preghiera. Arrivo a
dire: meditalo. Lasciati penetrare dolcemente dalla sua dottrina. La
linfa del Vangelo ne impregna le pagine: vi è per le anime
migliore alimento delle parole del Salvatore?
Che tu possa, al termine di questa lettura, confidare unicamente in
questo Maestro adorabile che ci ha dato tutto: i suoi tesori, il suo
amore, la sua vita, fino all'ultima goccia del suo Sangue!
Note:
1 - Confide, fili, remittuntur tibi peccata tua (Mt,
IX, 2).
2 - Confide, filia, fides tua te salvam facit (Mt.
IX, 22).
3 - Confide, ego sum, nolite timere (Mc, VI, 50).
4 - Confidite, ego vici mundum (Gv, XVI, 33)
5 - Verba quae ego locutus sum vobis, spiritus et
vita sunt (Gv, VI, 64)
6 - Beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud
(Lc, XI, 28).
7 - Exi a me, quia homo peccator sum, Domine (Lc, V,
8).
8 - Noli timere (Lc, V, 10)
9 - Non enim veni vocare justos, sed peccatores (Mc,
2, 17)
10 - Si credere potes, omnia possibilia sunt credenti
(Mc, IX, 22).
11 - Credo, Domine; adjuva incredulitatem meam (Mc,
IX, 23).
12 - Modicae fidei, quare dubitasti? (Mt, XIV, 31).
13 - Spes autem non confundit (Rom, V, 5).
CAPITOLO SECONDO
Natura e caratteristiche
della fiducia
La fiducia è una ferma speranza
Con quella concisione che reca l'impronta del suo genio, san Tommaso
definisce la fiducia: "una speranza fortificata da una solida
convinzione" 1. Affermazione profonda, che ci limiteremo a
commentare in questo capitolo.
Soppesiamo attentamente i termini impiegati dal Dottore Angelico. La
fiducia, egli scrive, è "una speranza"; non la speranza
ordinaria, comune a tutti i fedeli; una caratteristica specifica la
distingue: è una speranza fortificata.
Si noti bene: la differenza non è di natura, ma solo di grado di
intensità. Le luci incerte dell'alba e quelle abbaglianti del
sole a mezzogiorno fanno parte della stessa giornata. Così, la
fiducia e la speranza appartengono alla stessa virtù: l'una non
è che il pieno sviluppo dell'altra.
La speranza comune vien persa con la disperazione; essa può
tollerare, tuttavia, una certa inquietudine. Ma quando raggiunge quella
perfezione che le fa mutare il nome in quello di "fiducia", la sua
sensibilità diviene delicata. Essa non sopporta più
l'esitazione, per quanto leggera la si immagini. Il minimo dubbio la
diminuirebbe e la ricondurrebbe al livello della semplice speranza.
Il Regale Profeta sceglieva con cura le sue espressioni, quando
chiamava la fiducia "una supersperanza" 2: si tratta infatti di
una virtù elevata al massimo della sua intensità. E il
padre Saint-Jure, uno dei più stimati autori spirituali del
secolo XVII, vedeva giustamente in essa una speranza "straordinaria ed
eroica" 3.
La fiducia non è dunque un fiore comune. Essa cresce sulle cime
e non si lascia cogliere che dai generosi.
Essa è
fortificata dalla fede
Proseguiamo in questa nostra analisi.
Quale forza sovrana fortificata la speranza, al punto di renderla
inespugnabile agli assalti delle avversità?... La fede.
L'anima fiduciosa conserva nella sua memoria le promesse del Padre
celeste; ella le medita profondamente. Sa che Dio non può
mancare alla sua parola e da qui trae la sua imperturbabile sicurezza.
Se il pericolo la minaccia, la circonda, perfino la abbatte, essa
conserva sempre la sua serenità. Malgrado l'imminenza del
pericolo, ripete la parola del Salmista: "Il Signore è la mia
luce e la mia salvezza; che mai posso temere? Il Signore protegge la
mia vita; che mai mi farà tremare?" 4.
Esistono, tra la fede e la fiducia, intimi rapporti, strettissimi
legami di parentela. Per usare l'espressione di un teologo moderno,
è nella fede che va trovata "la causa e la radice" della
fiducia 5. Ora, quanto più la radice affonda nella terra,
tanto più da essa trae il suo alimento; più vigoroso
crescerà lo stelo, più opulenta sarà la fioritura.
Così la nostra fiducia si sviluppa nella misura in cui diviene
più profonda la nostra fede.
Le Sacre Scritture riconoscono la relazione che unisce due
virtù. La stessa parola "fides" non designa forse l'una e
l'altra, a seconda dei casi, nella penna degli scrittori sacri?
La fiducia
è incrollabile
Le considerazioni precedenti saranno forse sembrate troppo astratte.
Era tuttavia necessario che vi ci soffermassimo: da esse dedurremo le
caratteristiche della vera fiducia.
La fiducia, scrive il padre Saint-Jure, è "ferma, stabile e
costante, in un grado così eminente che nulla al mondo
può, non dico abbatterla, ma neppure farla vacillare" 6.
Immaginare gli eccessi più angosciosi nell'ordine temporale, le
difficoltà più insormontabili nell'ordine spirituale:
esse non altereranno la pace dell'anima fiduciosa. Catastrofi
impreviste potranno ammucchiare attorno ad essa le rovine della sua
felicità; quest'anima, più padrona di se stessa del
saggio antico, rimarrà imperterrita: "Impavidum furient
ruinae" 7.
Essa si rivolgerà semplicemente a Nostro Signore; in Lui si
appoggerà con tanta maggior sicurezza, quanto più essa si
sentirà privata di ogni aiuto umano. Pregherà con ardore
più vibrante, e nelle tenebre della prova proseguirà il
suo cammino, aspettando in silenzio l'ora di Dio.
Una tale fiducia è rara, senza dubbio. Ma se essa non raggiunge
questo minimo di perfezione, non merita il nome di fiducia.
Sublimi esempi di questa virtù si trovano del resto nelle Sacre
Scritture e nelle vite dei Santi. Colpito nella sua fortuna, nella
famiglia e nella stessa carne, Giobbe, ridotto all'estrema indigenza,
giaceva su un mucchio di letame. I suoi amici, la stessa moglie
rendevano più acuto il suo dolore con la crudeltà delle
loro parole. Eppure egli non si lasciava abbattere; nessun mormorio si
mescolava ai suoi lamenti. Egli era sostenuto dal pensiero della fede:
"Quand'anche il Signore mi togliesse la vita, diceva, continuerò
ancora a sperare in Lui" 8. Fiducia mirabile, che Dio
ricompensò magnificamente. La prova ebbe fine: Giobbe
recuperò la salute, guadagnò una fortuna più
considerevole e visse un'esistenza più prospera di quella
precedente.
Durante un viaggio, san Martino cadde nelle mani di alcuni ladri. I
banditi lo depredarono; si accingevano a ucciderlo, quando
improvvisamente, toccati dal pentimento o colpiti da un misterioso
timore, contro ogni aspettativa, lo misero in libertà. Fu
chiesto più tardi all'illustre vescovo se nell'incombenza di
questo pericolo avesse provato qualche timore. Egli rispose: "Nessuno.
Sapevo che l'intervento divino è tanto più vicino, quanto
più lontani sono i soccorsi umani".
La maggior parte dei cristiani non imita purtroppo questi esempi. Mai
essi i avvicinano così poco a Dio, quanto nel tempo della prova.
Molti non lanciano quel grido di soccorso che il Signore attende per
venir loro in aiuto. Funesta negligenza! "La Provvidenza - diceva Luigi
di Granada - si riserva di risolvere essa stessa le difficoltà
straordinarie che si presentano nella vita, mentre lascia alle cause
seconde il compito di risolvere le difficoltà ordinarie"
9. Ma è necessario reclamare l'aiuto divino. Questo aiuto, Dio
ce lo accorda con gioia. "Lungi dal pensare alla nutrice da cui succhia
il latte, il bambino le è al contrario di sollievo" 10.
Altri, nelle ore difficili, pregano ardentemente, ma senza costanza. Se
non vengono esauditi immediatamente, piombano da una speranza esaltata
in un irragionevole abbattimento. Essi non conoscono le vie della
Grazia. Dio ci tratta come bambini: qualche volta fa il sordo a causa
della gioia che prova nel sentirci invocarlo. Perché
scoraggiarsi così presto, quando bisognerebbe invece pregarlo
con maggiore insistenza?
La dottrina insegnata da san Francesco di Sales non è diversa:
"La Provvidenza rimanda il suo aiuto soltanto per suscitare la nostra
fiducia. Se il nostro Padre celeste non ci accorda sempre ciò
che gli domandiamo, lo fa per tenerci vicino a lui e darci l'occasione
di insistere presso di lui con amorosa violenza, come fece ben vedere a
quei due pellegrini di Emmaus, con i quali si trattenne solo verso la
fine del giorno e quando essi lo costrinsero" 11.
Essa non si
fonda che su Dio
Fermezza incrollabile: tale è dunque il primo carattere della
fiducia. La seconda qualità di questa virtù è
ancora più perfetta. "Essa porta l'uomo a far poco conto
dell'aiuto delle creature: sia dell'aiuto che può trarne da se
stesso, dal suo spirito, dal suo giudizio, dalla sua scienza, dalla sua
destrezza, dalle sue ricchezze, dal suo credito, dai suoi amici, dai
suoi parenti e da tutto ciò che ha; sia dell'aiuto che
può aspettarsi dagli altri, che siano Re, principi e, in
generale, qualsiasi altra creatura, perché egli sente e conosce
la debolezza e la vanità di ogni aiuto che provenga dalle
creature umane. Egli le considera come realmente sono, e come santa
Teresa a buon diritto le considera simili al ramo secco del ginepro,
che si rompe appena lo si carica di qualcosa" 12.
Questa teoria non procederà forse da un falso misticismo? Non
condurrà per caso al fatalismo, o almeno ad una pericolosa
passività? Perché moltiplicare i nostri sforzi per
superare le difficoltà, se tutti gli appoggi sono destinati a
spezzarsi nelle nostre mani? Incrociamo allora le braccia, aspettando
l'intervento divino!
No, Dio non vuole che ci addormentiamo nell'inerzia. Egli esige che noi
lo imitiamo. La sua perfettissima attività non ha limiti, egli
è l'atto puro. Dobbiamo agire, dunque; ma solo da Lui dobbiamo
aspettarci l'efficacia della nostra azione.
Aiutati ché il Cielo ti aiuterà. Ecco l'economia del
piano provvidenziale.
All'opera! Si faccia del nostro meglio, ma con lo spirito e il cuore
rivolti verso l'alto. "Invano vi leverete prima della luce del
giorno" 13: se il Signore non ci mette la mano, non concluderete
niente.
Infatti la nostra impotenza è radicale. "Senza di me non potete
fare niente", dice il Salvatore 14.
Nell'ordine soprannaturale, questa impotenza è assoluta.
Ascoltate bene l'insegnamento dei teologi.
Senza grazia non si può osservare per molto tempo e nel loro
insieme i comandamenti di Dio.
Senza la grazia non possiamo avere una buona intenzione, non possiamo
formulare neppure la più breve preghiera; senza di essa non
possiamo neppure invocare con devozione il Nome di Gesù.
Tutto ciò che possiamo realizzare nell'ordine soprannaturale ci
viene unicamente da Dio 15.
Nello stesso ordine naturale, è sempre Dio a darci il buon esito.
San Pietro aveva lavorato tutta la notte. Egli era resistente alla
fatica e conosceva a fondo i segreti del suo rude mestiere. Tuttavia
aveva solcato invano le onde tranquille del lago: non aveva preso
niente. Ma ecco che riceve il Maestro nella sua barca e lancia le sue
reti in nome del Salvatore: allora ottiene una pesca miracolosa e le
maglie della rete si rompono per il numero di pesci ...
Seguendo l'esempio dell'Apostolo, lanciamo le nostre reti con pazienza
instancabile; ma attendendo solo da Nostro Signore una pesca
meravigliosa.
"In tutto ciò che dovete fare - diceva sant'Ignazio di Loyola -
ecco la regola delle regole da seguire: affidatevi a Dio, agendo come
se il successo di ogni cosa dipendesse interamente da voi e in nulla da
Dio; ma, pur impiegando tutti i vostri sforzi per il buon risultato,
non contate su di essi e procedete come se tutto dovesse essere fatto
da Dio Solo e nulla da voi" 16.
Si compiace
della mancanza di soccorsi umani
Non scoraggiarsi quando svanisce il miraggio delle speranze umane, non
contare se non sull'aiuto del Cielo, non è già un'alta
virtù? Con le sue ali vigorose, la vera fiducia si slancia
però verso regioni ancora più sublimi; giunge ad esse per
mezzo di una specie di sublimazione dell'eroismo; essa tocca finalmente
il grado più alto della sua perfezione.
Questo grado "consiste nel rallegrarsi quando ci si vede privati di
ogni soccorso umano, abbandonati dai propri parenti, dai propri amici e
da tutte le creature, che non vogliono o non possono aiutarci, che non
possono né darci un consiglio né aiutarci con il loro
talento e il loro credito, che non hanno alcun mezzo di venire in
nostro soccorso" 17.
Quale profonda saggezza viene rivelata da tale gioia in circostanze
così crudeli! Per intonare il cantico della gioia sotto i colpi
che dovrebbero naturalmente infrangere il nostro coraggio, bisogna
conoscere a fondo il Cuore di Nostro Signore; bisogna credere
perdutamente alla sua pietà misericordiosa e alla sua
onnipotente bontà; bisogna avere l'assoluta certezza che egli
sceglie per i suoi interventi l'ora delle situazioni disperate.
Dopo la sua conversione, san Francesco d'Assisi disprezzò i
sogni di gloria che per qualche tempo lo avevano abbagliato. Egli
fuggiva le riunioni mondane, si ritirava nei boschi per dedicarsi
lungamente all'orazione, faceva abbondanti elemosine. Questo
cambiamento spiacque al padre del giovane santo, che portò suo
figlio davanti all'autorità diocesana, rimproverandogli di
dissipare i suoi beni. Allora, in presenza del vescovo meravigliato,
Francesco rinunziò all'eredità paterna e abbandonò
perfino i vestiti ricevuti dalla sua famiglia: si spogliò di
tutto. Poi, vibrando di una felicità sovrumana, esclamò:
"Ora, o mio Dio, potrò chiamarti più giustamente di
prima: Padre Nostro che sei nei cieli".
Ecco come agiscono i santi.
Anime colpite dalla prova, non mormorate nell'abbandono in cui siete
ridotte. Dio non vi domanda un'allegria sensibile, impossibile alla
nostra debolezza. Solamente, rianimate la vostra fede, riprendete
coraggio e, secondo l'espressione cara a san Francesco di Sales,
sforzatevi di rallegrarvi nel "fondo ultimo dell'anima".
La Provvidenza vi sta dando il segnale da cui si riconosce la sua ora:
essa vi ha privato di ogni appoggio. E' il momento di resistere
all'inquietudine della natura. Siete arrivati a quel punto dell'officio
interiore in cui si deve cantare il magnificat e far fumigare
l'incenso: "Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto rallegratevi:
il Signore è vicino" 18.
Seguite questo consiglio e vi troverete bene. Se il Divino Maestro non
si lasciasse commuovere da una tale fiducia, non sarebbe più
quello che i Vangeli ci mostrano compassionevole, colui che era scosso
da un fremito doloroso alla vista delle nostre sofferenze.
Nostro Signore diceva ad un'anima privilegiata: "Se io sono buono per
tutti, sono buonissimo verso coloro che hanno fiducia in me. Sai quali
sono le anime che approfittano di più della mia bontà?
Quelle che prima di tutto hanno fiducia ... Le anime fiduciose rubano
le mie grazie" 19
Note:
1
-
"Est
enim
fiducia spes roborata ex aliqua firma opinione" (San
Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, II-IIae, q. 129, art 6 ad 3).
2
-
In
verba
tua supersperavi (Ps. CXVIII, 43)
3
-
J.B.
Saint-Jure,
S.J., De la connaissance et de l'amour de
Jésus Christ, De Guyot, Lyon-Paris, 1850, t. III, p. 3
4
-
Dominus
illuminatio
mea et salus mea; quem timebo? Dominus vitae
meae; quo trepidabo? (Ps, 26, 1)
5
-
"Itaque
quatenus
fides est causa et radix hujus fiduciae, potest
accipi fides pro fiducia causaliter, ut quando S. Jacobus ait: Postulet
in fide nihil haesitans (Jac, I, 6). Ibi enim et aliis similibus locis
fides aut simpliciter ponitur pro fiducia aut intelligitur quidem fides
dogmatica, sed in quantum roborat spem" (C. Pesch S.J., Praelectiones
dogmaticae, Herder, Friburgi B., 1909-1925, vol. VII, p. 51, nota 2).
6
-
Saint-Jure,
op.
XXX, cit., III, p. 3.
7
-
Orazio,
Odi,
libro III, ode terza
8
-
Etiamsi
occiderit
me in ipso sperabo (Job, XII, 15).
9
-
Luigi
di
Granada, Primo sermone per la seconda Domenica dopo
l'Epifania.
10
-
Ibidem.
11
-
Petits
Bollandistes,
t. XIV, p. 542.
12
-
J.B.
Saint-Jure,
op. cit., t. III, p. 3.
13
-
Vanum
est
vobis ante lucem surgere (Ps CXXVI, 2)
14
-
Sine
me
nihil potestis facere (Gv, XV, 5).
15
-
Sufficientia
nostra
ex Deo est (II Cor, III, 5).
16
-
R.P.
Xavier
de Franciosi, L'Esprit de Saint Ignace, Nancy, Le
Chevallier, 1887, p. 5.
17
-
J.B.
Saint-Jure,
op. cit., t. III, p. 4.
18
-
Gaudete
in
Domino semper: iterum dico, gaudete: Dominus prope est,
Phil., IV, 4 e 5.
19
-
Suor
Benigna
Consolata Ferrero, Lione Roudil 1920, pp. 95, 96. Questa
vita è stata pubblicata con l'imprimatur dell'arcivescovo e le
dichiarazioni prescritte dei decreti di Urbano VIII.
20
Suor
Benigna
Consolata
Ferrero (1885-1916) fu religiosa nel monastero
della Visitazione di S. Maria a Como e ha lasciato numerosi scritti, in
parte inediti. Ne è stata introdotta la causa di beatificazione.
Cfr. La breve vita della Serva di Dio, Como, Casa Divina Provvidenza
1939, p. 98 [n.d.t.].
CAPITOLO TERZO
La fiducia in Dio
e le
nostre
necessità temporali
Dio provvede alle
nostre necessità temporali
La fiducia, come abbiamo visto, è una speranza comune a tutti i
fedeli se non per il suo grado di perfezione. Essa si esercita dunque
sugli stessi oggetti di questa virtù, ma per mezzo di atti
più intensi a più vibranti.
Come la speranza ordinaria, la fiducia attende dal Padre celeste tutti
gli aiuti necessari per vivere santamente in terra e meritare la
beatitudine del Paradiso.
Essa attende, in primo luogo, i beni temporali, nella misura in cui
questi ci conducono al nostro fine ultimo.
Niente di più logico: non possiamo andare alla conquista del
cielo allo stesso modo dei puri spiriti; siamo composti di un corpo e
di un'anima. Questo corpo, che il Creatore ha formato con le sue mani
adorabili, è il compagno inseparabile della nostra esistenza
terrena, e lo sarà poi del nostro destino eterno, dopo la
resurrezione universale. Non possiamo prescindere dalla sua assistenza
nella lotta per la conquista della vita beata.
Ora, per sostenersi, per assolvere pienamente al proprio compito, il
nostro corpo ha molteplici esigenze. E' conveniente che la Provvidenza
le soddisfi: essa lo fa magnificamente.
Dio si incarica di venire in aiuto alle nostre necessità
temporali, e vi provvede abbondantemente. Egli ci segue con uno sguardo
vigile e non ci lascia nel bisogno. Anche se siamo circondati dalle
più angosciose difficoltà materiali, dunque, non
preoccupiamoci. Aspettiamoci dalla mano divina, con tranquilla
sicurezza, il necessario al sostentamento della nostra vita.
"Perciò vi dico - dichiara Salvatore - non siate troppo
solleciti per la vostra vita, di quel che mangerete o berrete,
né per il vostro corpo, né di ciò di cui vi
vestirete.
"Non affannatevi su come trovare il cibo per sostentarvi ed i vestiti
per coprirvi. Non vale forse la vita più del nutrimento e il
corpo più del vestito?
"Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono e non
raccolgono nei granai; eppure il vostro Padre celeste li nutre. Non
valete voi molto più di loro?
"E perché inquietarvi tanto per il vestito?
"Considerate come crescono i gigli del campo: essi non lavorano,
né filano. Tuttavia vi dico che neppure Salomone, in tutto il
suo splendore, fu mai vestito come uno di essi. Se dunque Dio riveste
così l'erba del campo, che oggi c'è ma che domani viene
gettata nel fuoco, quanto più vestirà voi, o uomini di
poca fede?
"Non vogliate dunque preoccuparvi dicendo: Cosa mangeremo? Oppure: Cosa
berremo? Di che ci vestiremo? Sono infatti i pagani che cercano queste
cose. Il vostro padre sa di cosa avete bisogno.
"Cercate in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto
vi sarà dato in sovrappiù" 1.
Non basta dare un'occhiata di sfuggita a questo discorso di Nostro
Signore. Occorre soffermarvisi lungamente per cercarne il significato
profondo ed impregnarsi bene della sua dottrina.
Lo fa in modo
conforme alla situazione di ciascuno
Queste parole vanno forse prese alla lettera e intese nel loro senso
più stretto? Dio ci dona forse solo lo stretto necessario - il
tozzo di pane secco, il bicchiere d'acqua, il lembo di stoffa - di cui
la nostra miseria non può fare a meno?
No, il Padre celeste non tratta i suoi figli con avara parsimonia.
Crederlo, sarebbe bestemmiare la sua infinita Bontà; sarebbe, se
così posso esprimermi, misconoscere le sue abitudini.
Nell'esercizio della sua Provvidenza, come nella sua opera creatrice,
Dio manifesta infatti una certa prodigalità.
Quando lancia i mondi attraverso gli spazi, Egli trae dal nulla
migliaia di astri. Nella Via Lattea, questa immensa spiaggia non
corrisponde a una stella?
Quando nutre gli uccelli, li invita all'opulento banchetto della
Natura. Egli offre loro il grano che gonfia le spighe, i semi di ogni
sorta che maturano sulle piante, le bacche che l'autunno tinge di rosso
nei boschi, le messi che il lavoratore affida al solco. Quale scelta
infinitamente varia per queste umili bestiole!
Quando crea i vegetali, con che lieve grazia riveste i loro fiori!
Cesella le loro corolle come gioielli preziosi, versa nei loro calici
profumi penetranti, tesse i loro petali con una seta così
brillante e delicata che gli artifici della tecnica non ne
eguaglieranno mai la bellezza.
E quanto all'uomo, il suo capolavoro, il fratello adottivo del suo
Verbo Incarnato, Dio non si mostrerà di una generosità
ancora più prodiga? Diventerebbe forse avaro solo nei nostri
confronti? Questo non è possibile di certo.
Consideriamo dunque come verità indiscutibile che la Provvidenza
provvede largamente ai bisogni temporali degli uomini.
Senza dubbio, vi saranno sempre sulla terra dei ricchi e dei poveri.
Mentre gli altri devono lavorare e praticare una saggia economia. Ma il
Padre celeste fornisce a tutti i mezzi per vivere con una certa
agiatezza, secondo la condizione in cui li ha stabiliti.
Torniamo al paragone usato da Gesù. Dio ha rivestito il giglio
di splendore, ma questa veste bianca e profumata era reclamata dalla
natura del giglio. Più modestamente è stata abbigliata la
violetta; Dio le ha donato tuttavia quanto conveniva alla sua natura
specifica. E questi due fiori sbocciano dolcemente al sole, senza che
manchino di nulla.
Così si comporta Dio con gli uomini. Egli ha collocato alcuni
nelle classi più alte della società ed altri in una
condizione meno brillante: agli uni come agli altri dà
però il necessario perché mantengano con dignità
il loro rango.
Mi si obietterà forse l'instabilità delle condizioni
sociali. Nella crisi attuale non è più facile decadere
piuttosto che innalzarsi o anche solo mantenere il proprio livello
sociale?
Senza dubbio. Ma la Provvidenza proporziona esattamente il suo aiuto ai
bisogni di ciascuno: a grandi mani procura grandi rimedi. Ciò
che ci viene tolto dalle catastrofi economiche, possiamo riguadagnarlo
con la nostra industriosità e il nostro lavoro. Nei casi, molto
rari, in cui la nostra attività personale si trova ridotta
all'impotenza, abbiamo il diritto di aspettarci dall'alto un intervento
straordinario.
Generalmente, almeno è quel che penso, Dio non crea i
"decaduti". Egli vuole, al contrario, che progrediamo, che cresciamo,
che ci eleviamo saggiamente. Se qualche volta permette un decadimento,
non lo vuole con una decisione antecedente all'azione del nostro libero
arbitrio.
Il più delle volte, il declino sociale proviene dalle nostre
colpe, personali o ereditarie. Sono conseguenze naturali della
pigrizia, della prodigalità, delle passioni. Ma l'uomo, anche se
decaduto, può risollevarsi e, con l'aiuto della Provvidenza,
riconquistare per mezzo dei suoi sforzi la condizione perduta.
Non
preoccuparsi per il futuro
Dio provvede ai nostri bisogni. "Non inquietatevi", dice il Salvatore.
Qual'è il senso esatto di questo consiglio?
Dobbiamo dunque, per obbedire alla direttiva del Maestro, trascurare
completamente la cura dei nostri affari temporali? Che la Grazia
domandi a alcune anime la stretta povertà ed un totale abbandono
alla Provvidenza, non ne dubitiamo affatto. Bisogna constatare tuttavia
la rarità di tali vocazioni. Gli altri, comunità
religiose o individui, possiedono dei beni che devono gestire
convenientemente.
Lo Spirito Santo loda la donna forte che ha amministrato con saggezza
la propria casa. Ce la mostra, nel libro dei Proverbi, mentre si alza
di buon'ora, per assegnare ai domestici il loro compito quotidiano, e
mentre lavora con le proprie mani. Niente sfugge alla sua vigilanza. I
suoi familiari non hanno niente da temere: troveranno, grazie alla sua
previdenza, il necessario, il gradevole e perfino un certo lusso
moderato. I suoi figli la proclamano basta e il marito ne canta le
virtù 2.
La Verità in persona non avrebbe lodato così
magnificamente questa donna, se ella non avesse compiuto il suo dovere.
Non inquietarsi significa dunque, pur occupandosi ragionevolmente dei
propri affari, non lasciarsi angustiare dalle oscure prospettive del
futuro e contare, senza esitazioni, sull'aiuto della Provvidenza.
Non inganniamoci: una tale fiducia suppone una grande forza d'animo.
Occorre evitare un doppio scoglio, il troppo e il troppo poco. Chi per
negligenza si disinteressa dei suoi affari, non può, senza
tentare Dio, aspettarsi dal Cielo un aiuto straordinario. Chi assegna
alle preoccupazioni materiali il primo posto nei suoi pensieri, chi fa
conto meno su Dio che su se stesso, si inganna forse anche più
gravemente: egli defrauda l'Altissimo del posto che gli spetta di
diritto nella nostra vita. In medio stat virtus: tra questi due estremi
sta il dovere.
Quando ci si è occupati saggiamente dei propri affari,
angustiarsi per il futuro è misconoscere la Potenza e la
Bontà di Dio.
Durante i numerosi anni in cui san Paolo l'eremita visse nel deserto,
un corvo gli portava ogni giorno un mezzo pane. Ora un giorno
sant'Antonio si recò a visitare l'illustre eremita. I due
solitari parlarono a lungo, dimenticandosi di bere e di mangiare,
assorti nelle loro pie conversazioni. Ma la Provvidenza pensava a loro:
il corvo venne come al solito, portando però questa volta un
pane intero!
Il Padre celeste ha creato l'universo intero con una sola parola:
avrebbe dunque qualche difficoltà nel soccorrere i propri figli
nel momento del bisogno?
San Camillo de Lellis si era indebitato per soccorrere i suoi malati
poveri. I suoi religiosi erano allarmati. "Non bisogna mai dubitare
della Provvidenza", diceva loro il Santo per tranquillizzarli. "E'
così difficile a Nostro Signore darci un poco di quei beni
temporali di cui ha colmato gli Ebrei e i Turchi, che sono i nemici
della nostra fede?" 3. La fiducia di Camillo non fu delusa: un
mese dopo uno dei suoi benefattori, morendo, gli lasciò una
notevole somma.
Inquietarsi per il futuro è una sfiducia che offende Dio e
provoca la sua indignazione.
Quando gli Ebrei, fuggendo dall'Egitto, si videro perduti nel mezzo del
deserto, dimenticarono i miracoli di Javeh in loro favore. Ebbero
timore e mormorarono: "Dio potrà mantenerci nel deserto? ...
Potrà dare del pane al suo popolo?" Queste parole irritarono il
Signore. Egli lanciò contro di loro il fuoco del cielo; la sua
collera cadde contro Israele "perché essi non avevano avuto fede
in Dio e non avevano sperato nel suo aiuto" 4.
Nessuna vana inquietudine: il Padre veglia su di noi.
Cercare in
primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia
"Cercate dunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia, e il
resto vi sarà dato in sovrappiù".
E' così che il Salvatore conclude il suo discorso sulla
Provvidenza. Conclusione consolante che racchiude una promessa
condizionata: non dipende che da noi beneficiarne.
Su questo punto conviene di nuovo soffermarsi per meditare le parole
del Maestro.
Una questione si pone necessariamente: dove si trova questo regno di
Dio che dobbiamo cercare prima di tutto? "Esso è in voi"
risponde il Vangelo. Regnum Dei intra vos est 5.
Cercare il Regno di Dio, significa dunque innalzare a Dio un trono
nella nostra anima; è sottomettersi interamente al suo sovrano
dominio. Pieghiamo tutte le nostre facoltà sotto lo scettro
misericordioso dell'Altissimo! La nostra intelligenza si ricordi
continuamente della sua presenza; la nostra volontà, il nostro
cuore si slancino frequentemente verso di Lui con atti di carità
ardente e sincera. Praticheremo allora quella giustizia che nel
linguaggio della Scrittura significa perfezione della vita interiore.
Seguiremo allora alla lettera il consiglio del Salvatore; cercheremo il
regno di Dio.
"E il resto ci sarà dato in sovrappiù".
C'è qui una specie di patto bilaterale: da parte nostra dobbiamo
lavorare per la gloria del Padre celeste; da parte sua, il Padre si
impegna a sovvenire ai nostri bisogni. Gettate dunque le vostre
preoccupazioni nel Cuore del Maestro; eseguite il patto che vi propone;
egli manterrà la sua parola, veglierà su di voi e vi
nutrirà 6.
"Pensa a me - dice il Signore a santa Caterina da Siena - e io
penserò a te". E qualche secolo più tardi, nel monastero
di Paray-le-Monial, promette a santa Margherita Maria di fare riuscire
le imprese di coloro che si sarebbero mostrati particolarmente devoti
al suo Sacro Cuore.
Beato il cristiano che si conforma a questa massima del Vangelo! Egli
cerca Dio e Dio si cura dei suoi interessi con la sua onnipotenza: di
cosa potrebbe mancare? 7.
Egli pratica le solide virtù interiori ed evita così i
disordini, le mancanze, i vizi che sono le cause più comuni
degli insuccessi e della rovina.
Pregare per i
nostri bisogni temporali
La fiducia, come stiamo descrivendola, non ci dispensa dalla preghiera.
Nelle nostre necessità temporali non è sufficiente
aspettare l'aiuto di Dio; bisogna anche chiederglielo.
Gesù Cristo ci ha lasciato nel Pater un modello perfetto di
preghiera. Dunque bisogna che chiediamo il nostro pane di ogni giorno:
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie.
Non trascuriamo forse spesso questo grande dovere? Che imprudenza e
follia! Ci priviamo così, per leggerezza, della protezione
celeste, la sola sovranamente efficace. I Cappuccini, si dice, non
muoiono mai di fame, perché recitano pianamente il Padre Nostro.
Imitiamoli, e l'Altissimo non ci lascerà mancare il necessario.
Dobbiamo dunque domandare il nostro pane quotidiano. E' un obbligo che
ci impongono la fede e la carità verso noi stessi. Possiamo
però aumentare le nostre pretese e domandare la ricchezza?
Niente vi si oppone, sempre che la nostra preghiera si ispiri a ragioni
soprannaturali e che restiamo sottomessi alla Volontà di Dio. Il
Signore non ci proibisce di esprimergli i nostri desideri; Egli ama, al
contrario, che ci comportiamo filialmente con lui. Non aspettiamoci
tuttavia che egli si spieghi a tutte le nostre fantasie: la sua
Bontà glielo vieta. Egli sa qual'è il nostro bene; ci
concederà i beni della terra solo se essi dovessero servire alla
nostra santificazione.
Abbandoniamoci dunque interamente alla Provvidenza e recitiamo la
preghiera del Saggio: "Non datemi né la povertà né
la ricchezza. Datemi solamente ciò che mi sarà necessario
per vivere, affinché la ricchezza non mi tenti a negarvi
dicendo: Chi è mai il Signore?, o che, costretto dall'indigenza,
non rubi e non bestemmi il Nome del mio Dio" 8.
Note:
1 - Mt VI, 25-26, 28-33.
2 - Pv XXI, 10-28.
3 - Petits Bollandistes, t. VIII, 18 juillet.
4 - Ps LXXVII, 19-22.
5 - LcXVII, 21
6 - Jacta super Dominum curam tuam, et Ipse te
enutriet (Ps, LV, 25).
1 - Dominus regit me, et nihil mihi deerit (Ps,
XXII, 1).
2 - Pv, XXX, 8-9.
CAPITOLO QUARTO
La fiducia in Dio
e i nostri bisogni spirituali
La misericordia
di Nostro Signore verso i peccatori
La Provvidenza, che nutre l'uccello sul ramo, ha cura del nostro corpo.
Tuttavia, cos'è mai questo misero corpo? Una cosa fragile, un
condannato a morte sorvegliato dai vermi. Nella nostra folle corsa,
c'illudiamo di dirigerci verso i nostri affari o i nostri piaceri; ogni
nostro passo ci avvicina al termine, noi stesso trasciniamo il nostro
cadavere fino all'orlo della tomba.
Se Dio si prende cura in questo modo dei nostri corpi corruttibili, con
quale sollecitudine vigilerà sulle nostre anime immortali? Egli
prepara loro dei tesori di grazia la cui ricchezza oltrepassa la nostra
immaginazione; invia loro degli aiuti sovrabbondanti per la loro
santificazione e salvezza.
Non prenderò qui in considerazione questi mezzi di
santificazione messi a nostra disposizione dalla Fede.
Mi rivolgerò semplicemente alle anime tormentate, che si
incontrano così spesso. Vangelo alla mano, mostrerò loro
l'inconsistenza dei loro timori. Non debbono abbattersi né per
la gravità delle loro colpe, né per la
molteplicità delle loro ricadute, né per le loro
tentazioni. Al contrario, più esse avvertono la gravità
delle loro miserie, più debbono appoggiarsi a Dio. Che non
perdano la fiducia! Qualunque sia l'orrore del loro stato, per quanto
abbiano vissuto a lungo nel disordine, con gli aiuti della grazia esse
possono convertirsi ed innalzarsi verso un'alta perfezione.
La misericordia di Nostro Signore è infinita: nulla la disgusta,
neppure le colpe che ci sembrano essere le più vergognose e
criminali. Durante la sua vita mortale, il Maestro accoglieva i
peccatori con una bontà tutta divina: non ha mai rifiutato loro
il suo perdono.
Spinta dall'ardore del suo pentimento, senza curarsi delle convenienze
mondane, Maria Maddalena entra nella sala del banchetto. Ella si
prosterna ai piedi di Gesù e li inonda delle sue lacrime. Il
fariseo Simone osserva questa scena con occhio ironico; dentro di
sé, egli s'indigna. "Se quest'uomo fosse un Profeta - pensa -
saprebbe chi è questa donna e la scaccerebbe con disprezzo". Ma
il Salvatore non la respinge: accetta i suoi sospiri, le sue lacrime,
tutti i segni sensibili della sua umile contrizione; la purifica delle
sue sozzure e la colma di doni soprannaturali. E il suo Sacro Cuore si
riempie di una gioia immensa, mentre lassù, nel Regno del suo
Padre, gli Angeli sobbalzano di giubilo: un'anima era perduta, ed
eccola ritrovata, un'anima era morta, ed eccola restituita alla vera
Vita.
Il Maestro non si limita ad accogliere con mansuetudine i poveri
peccatori; giunge fino a prendere la loro difesa. D'altronde, non
è forse questa la sua missione? Non si è costituito come
nostro avocato? 1
Un giorno, gli si conduce una sventurata sorpresa nell'atto stesso
della sua colpa. La dura legge di Mosè la condanna formalmente:
la colpevole deve morire col lento supplizio della lapidazione.
Tuttavia, gli scribi ed i farisei attendono impazientemente la sentenza
del Salvatore: se Egli la perdona, i suoi nemici lo accuseranno di
disprezzare le tradizioni d'Israele. Che cosa dunque farà?
Dirà una sola frase, che basterà a confondere i farisei
orgogliosi ed a salvare la peccatrice.
"Colui che tra voi è senza peccato, scagli la prima pietra" 2.
Risposta piena di saggezza e di misericordia. Udendola, questi uomini
arroganti arrossiscono di vergogna. Uno dopo l'altro, si allontanano
confusi; i vecchi se ne vanno per primi.
E Gesù resterà solo con la donna.
"Dove sono i tuoi accusatori? - le chiede - Nessuno ti ha condannato?".
"Ella rispose: Nessuno, Signore. E Gesù disse allora: Neppure io
ti condannerò. Va, e non peccare più" 3.
Se i peccatori non vengono da Lui, il Maestro si lancia al loro
inseguimento: come il padre del figlio prodigo, attende il ritorno
dell'ingrato; come il buon Pastore, va in cerca della pecora smarrita
e, ritrovatala, la carica sulle proprie divine spalle e la riconduce
insanguinata all'ovile. Oh, non lo infastidiscono le sue ferite: come
il buon Samaritano, le medicherà con olio e vino simbolici;
verserà sulle sue piaghe il balsamo della Penitenza e, per
fortificarla, la farà bere nel suo Calice eucaristico.
Anime colpevoli, non temete dunque il Signore: è specialmente
per voi ch'Egli è disceso sulla terra. Non ripetete il grido
disperato di Caino: "La mia colpa è troppo grande perché
possa ottenere perdono"" 4. Come conoscereste male il Cuore di
Gesù!
Gesù ha purificato la Maddalena, ha perdonato il triplice
rinnegamento di san Pietro, ha aperto il Cielo al buon ladrone. In
verità, ve l'assicuro, se Giuda fosse andato a trovarlo dopo il
suo crimine, Nostro Signore l'avrebbe accolto con misericordia.
Come potrebbe dunque non perdonarvi?
La grazia può santificarsi
all'istante
Abisso della debolezza umana! Tirannia delle cattive abitudini!
Ricevono pure i cristiani, al tribunale della Penitenza, l'assoluzione
delle loro colpe: la loro contrizione era sincera, le loro risoluzioni
energiche. Ed essi ricadono negli stessi peccati, talvolta gravissimi;
il numero delle loro cadute cresce incessantemente. Non hanno dunque,
come sembra, delle buone ragioni per scoraggiarsi?
Niente di più giusto che la constatazione delle nostre miserie
ci conservi nell'umiltà. Se essa ci facesse però perdere
la nostra fiducia, sarebbe una catastrofe, più pericolosa di
così tante ricadute.
L'anima che cade deve rialzarsi al più presto. Ch'ella non cessi
di implorare la misericordia del Signore. Non sapete che Dio ha il suo
tempo e che può in un attimo elevarvi ad una santità
oltremodo sublime?
Non aveva forse Marisa Maddalena condotto una vita criminosa? Eppure la
grazia l'ha trasformata all'istante: senza transizioni, da peccatrice
è diventata una gran santa. Ora, il braccio di Dio non
s'è accorciato; quello che ha fatto per altri, può farlo
per voi. Non dubitatene: la vostra fiduciosa e perseverante preghiera
otterrà la guarigione completa della vostra anima.
Non obiettate che il tempo passa e che la vostra vita forse giunge
già al suo termine. Nostro Signore non ha forse aspettato
l'agonia del buon ladrone per attirarlo vittoriosamente a sé?
Quest'uomo colpevole si è convertito in un solo minuto. La sua
fede e il suo amore sono stati così grandi che, malgrado i suoi
crimini, non è passato nemmeno per il Purgatorio: occupa per
sempre un posto elevatissimo nei Cieli.
Nulla alteri la vostra fiducia. Dal fondo dell'abisso, gridate senza
tregua verso il Cielo; Dio finirà per rispondere al vostro
appello e compirà in voi la sua opera.
Dio ci concede
tutti gli aiuti necessari alla nostra santificazione e salvezza
Alcune anime angosciate dubitano della loro eterna salvezza. Esse
rievocano le loro colpe, pensano alle tentazioni, così violente,
che talvolta ci assalgono, dimenticano la misericordiosa bontà
di Dio. Quest'angoscia può diventare una vera tentazione di
disperazione.
Nella sua gioventù, san Francesco di Sales ha conosciuto questa
prova: aveva il terrore di non essere predestinato. Il suo dolore era
così violento da alterare la sua salute e passò diversi
mesi in questo martirio interiore. Fu una preghiera eroica a liberarlo:
il santo si prosternò davanti ad un altare dedicato a Maria,
supplicò la Vergine Immacolata di fargli amare il suo Figlio con
una carità tanto più ardente sulla terra, quanto
più temeva di non poterlo amare nell'eternità.
In mezzo a questo genere di sofferenze, c'è una verità di
fede che deve consolarci pienamente: ci si danna soltanto per colpa del
peccato mortale. Ora, evitarlo è sempre in nostro potere, e se
abbiamo avuto la sventura di commetterlo, possiamo sempre riconciliarci
con Dio. Un atto di contrizione perfetta ci purificherà
all'istante, in attesa di fare una doverosa confessione, che conviene
fare al più presto.
Certo, la nostra misera volontà umana deve diffidare della sua
debolezza; ma il Signore non ci negherà mai le grazie di cui
abbiamo bisogno: farà tutto il possibile per aiutarci
nell'affare sommamente importante della nostra salvezza.
Ecco la grande verità che Gesù Cristo ha scritto col suo
sangue, e che ora andiamo a rileggere insieme nella storia della sua
Passione.
Vi siete mai domandati come gli Ebrei abbiano potuto impadronirsi di
Nostro Signore? Credete forse che ci siano riusciti con l'astuzia o con
la forza? Pensate che, nella grande tormenta, Gesù sia stato
spezzato perché era il più debole?
Assolutamente no. I suoi amici non potevano nulla contro di lui.
Più di una volta, durante i tre anni della sua predicazione,
essi hanno cercato di ucciderlo. A Nazareth vogliono precipitarlo in un
burrone; più volte accumulano pietre per lapidarlo. Ma la sua
divina Sapienza elude le trame della loro collera e la sua Forza
sovrana blocca il loro braccio; egli si ritira tranquillamente, senza
che si sia riusciti a fargli il minimo male.
Nel Gethsemani, nel momento in cui semplicemente pronuncia il suo nome
davanti ai soldati del Tempio che hanno appena afferrato la sua sacra
Persona, tutto questo drappello, colpito da terrore, si rovescia a
terra. Non possono risollevarsi se non in virtù del suo permesso.
Se Gesù è stato arrestato, se è stato crocifisso,
se è stato immolato, è perché lo ha voluto nella
pienezza della sua libertà e del suo amore per noi. "Oblatus
est, quia voluit" 5.
Se il Maestro ha sparso senza esitare il suo Sangue per noi, se
è morto per noi, come potrebbe rifiutarci le grazie che ci sono
assolutamente necessarie e che ci ha meritato con le sue sofferenze?
Queste grazie, durante la sua Passione dolorosa, le ha offerte
misericordiosamente alle anime più colpevoli.
Due suoi Apostoli avevano commesso un crimine enorme: ad entrambi Egli
ha offerto il suo perdono.
Giuda lo tradisce e gli dà un bacio ipocrita. Gesù gli
parla con toccante dolcezza, lo chiama "amico mio"; cerca, con la forza
della tenerezza, di toccare il suo cuore indurito dall'avarizia: "Amico
mio, a che sei venuto? Giuda con un bacio tradisci il Figlio
dell'uomo?" 6 E' l'ultima grazia che il Maestro concede all'ingrato. E'
una grazia di una forza tale che non ne comprenderemo mai tutta
l'intensità. Ma Giuda la respinge: si danna perché lo ha
proprio voluto.
Pietro, che si credeva così forte, che aveva giurato di seguire
il Maestro fino alla morte, lo abbandona allorché lo vede nelle
mani dei soldati; non lo segue che da lontano. Entra tremando nel
palazzo del Sommo Sacerdote. Per tre volte rinnega il Salvatore,
perché ha paura dei motteggi di una serva; attesta spergiurando
che non conosce "quell'uomo", e il gallo canta. Gesù torna
indietro e rivolge al suo Apostolo uno sguardo pieno di misericordioso
rimprovero: e i loro sguardi s'incontrano. Era la grazia, una grazia
folgorante, che questo sguardo donava a Pietro. L'Apostolo non la
respinge: uscì subito e pianse amaramente.
Come a Giuda, come a Pietro, Gesù ci offre le sue grazie di
pentimento e di conversione. Possiamo accettarle o rifiutarle: siamo
liberi. Sta a noi decidere tra il bene e il male, tra il Cielo e
l'Inferno; la nostra salvezza sta nelle nostre mani.
Il Salvatore fa più che offrirci le sue grazie: intercede per
noi presso suo Padre, gli ricorda le sofferenze che ha sopportato per
la nostra Redenzione. Prende la nostra difesa di fronte a Lui, scusa le
nostre colpe: "Padre mio - gridò tra i tormenti della sua agonia
- Padre mio, perdonate loro, perché non sanno ciò che
fanno" 7.
Il Maestro, durante la sua Passione, aveva così gran desiderio
di salvarci che non cessò un istante di pensare a ciascuno di
noi.
Sul Calvario, è ai peccatori che rivolge i suoi ultimi sguardi;
è in favore del buon ladrone che pronuncia una delle sue ultime
frasi. Stende ampiamente le sue braccia sulla Croce, per manifestare
con quale amore accoglie il nostro pentimento sul suo adorabile Cuore.
La
contemplazione del Crocifisso deve rianimare la nostra fiducia
Se qualche volta nelle vostre lotte intime sentite indebolirsi la
vostra fiducia, meditate i passi del Vangelo che vi ho indicato.
Lanciate un lungo sguardo sul vostro Crocifisso.
Contemplate questa Croce ignominiosa sulla quale spira il Salvatore.
Guardate la sua povera testa coronata di spine che cade inerte sul suo
petto. Osservate i suoi occhi spenti, il suo livido volto su cui il
Preziosissimo Sangue si coagula. Guardate i piedi e le mani trafitti,
il suo Corpo straziato. Osservate il suo adorabile Cuore, aperto dalla
lancia di un soldato: ne è uscita qualche goccia di acqua
insanguinata. Vi ha dato tutto. Come potreste diffidare di Lui?
Egli attende però che lo contraccambiate.
In nome del suo amore, in nome del suo martirio, in nome della sua
morte, risolvetevi di evitare ormai il peccato mortale.
La vostra debolezza è grande, ma Egli vi aiuterà.
Nonostante la vostra volontà, avrete forse delle cadute e
ricadute; ma Egli è misericordioso. Quello ch'Egli vi chiede
è di non intorpidirvi nel peccato, di non marcire nelle cattive
abitudini. Promettetegli di confessarvi senza esitare e di non
addormentarvi mai con un peccato mortale sulla coscienza.
Beati voi, se manterrete coraggiosamente questo santo proposito!
Gesù non avrà sparso invano per voi il suo prezioso
Sangue. Potrete rassicurarvi sulle vostre disposizioni interiori.
Avrete il diritto di considerare serenamente il tremendo problema della
predestinazione: porterete sulla vostra fronte il segno degli eletti.
Note:
1
-
Si
quis
peccaverit, advocatum habemus apud Patrem, Jesum Christum
justum (I Gv, II, 1).
3
-
Qui
sine
peccato est vestrum, primus in illum lapidem mittat (Gv
VIII, 7).
4
-
Et
remansit
solus Jesus, et mulier in medio stans. Erigens autem se
Jesus, dixit ei: Mulier, ubi sunt qui te accusabant? Nemo, Domine.
Dixit autem Jesus: Nec ego te condemnabo: vade, et jam amplius noli
peccare (Gv, VIII, 9-11).
5
-
Major
est
iniquitas mea quam ut veniam merear (Gen, IV, 13).
6
-
Is,
LIII,
7.
7
-
Amice
ad
quid venisti? (Mt, XXVI, 50). Juda, osculo Filium hominis
tradis? (Lc, XXII, 48).
8
-
Pater,
dimitte
illis: non enim sciunt quid faciunt (Lc, XXIII, 34).
CAPITOLO QUINTO
I fondamenti
della fiducia
L'Incarnazione
del Verbo
La casa del sapiente è fondata sulla roccia: né le
inondazioni, né le piogge, né le tempeste potranno
rovesciarla. Affinché l'edificio della nostra fiducia resista a
tutte le prove, bisogna elevarlo su delle basi incrollabili.
"Voi volete sapere - dice san Francesco di Sales - quale fondamento
deve avere la nostra fiducia. Bisogna che sia fondata sull'infinita
bontà di Dio e sui meriti della Morte e della Passione di Nostro
Signore Gesù Cristo, con questa condizione, per parte nostra:
che noi abbiamo e conosciamo in noi una totale e ferma risoluzione di
essere completamente di Dio, e di abbandonarci del tutto e senza alcuna
riserva alla Sua Provvidenza" 1.
I motivi della nostra speranza sono troppo numerosi per poterli
enumerare tutti. Esamineremo qui soltanto quelli fondati
sull'Incarnazione del Verbo e sulla sacra Persona del Salvatore.
Infatti Cristo è la pietra angolare 2 sulla quale deve
principalmente poggiare la nostra vita interiore.
Quale fiducia c'ispirerebbe il mistero dell'Incarnazione, se solo ci
sforzassimo di considerarlo in modo meno superficiale!
Chi è, dunque, questo pargolo che vagisce nella greppia,
quest'adolescente che lavora nella bottega di Nazareth, questo
predicatore che entusiasma le folle, questo taumaturgo che compie
innumerevoli prodigi, questa vittima innocente che muore sulla Croce?
E' il Figlio dell'Altissimo, eterno e divino come suo Padre; è
l'Emanuele, atteso da tanto tempo; è colui che il profeta chiama
"l'Ammirabile, il Dio Forte, il Principe della Pace" 3.
Ma Gesù, e noi lo dimentichiamo troppo spesso, è anche
nostra proprietà. Egli ci appartiene, in tutto il rigore
dell'espressione; è nostro; abbiamo su di Lui diritti
imprescrittibili, perché suo Padre ce l'ha donato. Lo afferma la
Scrittura: "Il Figlio di Dio ci è donato" 4; e san Giovanni, nel
suo Vangelo, dice a sua volta: "Dio ha tanto amato il mondo da donargli
il suo unico Figlio" 5.
Ebbene, se Cristo ci appartiene, ci appartengono anche gl'infiniti
meriti delle sue fatiche, delle sue sofferenze e della sua morte.
Come potremmo allora scoraggiarci? Consegnandoci suo Figlio, il Padre
ci ha consegnato la pienezza di tutti i beni. Sappiamo sfruttare
ampiamente questo prezioso tesoro!
Rivolgiamoci dunque al Cielo con una santa audacia e, in nome di quel
Salvatore che è nostro, domandiamo senza esitare le grazie che
desideriamo. Chiediamo per noi i favori temporali e soprattutto gli
aiuti della Grazia; pace e prosperità per la nostra Nazione, e
tranquillità e libertà per la Chiesa.
Una tale preghiera verrà certamente esaudita. Facendo
così, non facciamo forse uno scambio con Dio? In cambio dei beni
desiderati, Gli offriamo il suo Figlio unigenito. In questo scambio,
Dio non ci imbroglierà.
Gli doneremo infinitamente di più di quanto riceveremo da Lui.
Questa preghiera, se la faremo con quella fede che muove le montagne,
sarà così efficace da ottenerci, se necessario, anche i
prodigi più clamorosi.
La potenza di
Nostro Signore
Quel Verbo Incarnato, che si è donato a noi, possiede un potere
illimitato. Nel Vangelo, Egli ci appare come il supremo Padrone della
Terra, dei demoni e della vita soprannaturale: tutto è
sottomesso al suo sommo dominio.
In questa potenza del Salvatore troviamo un altro motivo per la nostra
certissima fiducia. Nulla può impedire a Nostro Signore di
aiutarci e di proteggerci.
Gesù comanda alle forze della natura.
All'inizio del suo ministero apostolico, Egli assiste alle nozze di
Cana. Ora, durante il banchetto, viene a mancare il vino. Quale
imbarazzo per i poveretti, che avevano invitato il Maestro con sua
Madre e i discepoli! La Vergine Maria s'accorge dell'infortunio:
è sempre Lei la prima a notare i nostri bisogni ed a
soccorrerli. Rivolge al Figlio uno sguardo implorante, gli sussurra a
bassa voce una breve preghiera: ella conosce il suo potere e il suo
amore. E Gesù, che non sa rifiutarle nulla, trasforma l'acqua in
vino! Fu il suo primo miracolo 6.
Una sera, per evitare la folla che l'assale, attraversa in barca, con i
suoi discepoli, il lago di Genezareth. Mentre navigano, si leva il
vento, scoppia la tempesta, le onde si gonfiano, i flutti si infrangono
rimbombando. L'acqua straripa sul ponte, la nave sta per affondare.
Ma Egli, affaticato dal duro lavoro, dorme in poppa, con la divina
testa appoggiata sul cordame. I discepoli, sgomenti, lo svegliano
gridando: "Signore, Signore, salvaci, siamo perduti!" 7. Allora il
Signore si alza, apostrofa il vento e dice all'acqua: "Silenzio,
quietati!". Subito scende una gran calma. I testimoni di questa scena
si domandavano stupiti: "Chi è dunque costui, al quale
obbediscono il mare e i venti?".
Gesù guarisce i malati.
Alcuni ciechi gli si avvicinarono a tastoni e gli gridano la loro
disperazione: "Figlio di David, abbi pietà di noi" 8. Il Maestro
tocca i loro occhi e questo contatto divino li apre alla luce.
Gli conducono un sordomuto, pregandolo di imporgli le mani. Il
Salvatore esaudisce la richiesta, e la lingua di quell'uomo di
scioglie, le sue orecchie odono.
Incontra un giorno per strada dieci lebbrosi. Nell'umana
società, il lebbroso è un esiliato: è cacciato dai
villaggi, si evita il suo contatto per timore del contagio, ci si
distoglie con disgusto dalla sua putredine. Questi dieci sventurati non
osavano avvicinarsi a Nostro Signore: si tenevano appartati. Ma
racimolando quel poco di forze che lasciava loro la malattia, gli
gridavano da lontano: "Signore, abbiate pietà di noi!".
Gesù, che doveva essere, sulla Croce il lebbroso per eccellenza,
si commuove per la loro miseria. "Andate a presentarvi ai sacerdoti",
dice loro. E mentre essi si avviavano per ubbidire al suo comando,
furono guariti.
Gesù risuscita i morti.
Ne restituisce tre alla vita. E, con il più stupefacente dei
prodigi, dopo esser morto tra le ignominie del Golgota. Dopo esser
stato deposto nella tomba, all'alba del terzo giorno resuscita se
stesso. E' così ch'Egli ci risusciterà alla fine dei
tempi, e che ci restituirà coloro che amavamo e che abbiamo
perduto, trasformati, ma sempre uguali a loro stessi nella loro gloria.
Egli asciugherà le nostre lacrime per l'eternità. Allora
non ci saranno più né pianti, né assenze,
né lutti, perché il tempo della nostra miseria
sarà finito.
Gesù comanda agli inferi.
Durante i tre anni della sua vita pubblica, Egli incontra alcuni
ossessi. Parla ai demoni come chi possiede l'autorità suprema;
dà loro comandi imperiosi, e i demoni fuggono alla sua voce,
confessando la sua divinità.
Gesù è il maestro alla vita soprannaturale.
Egli resuscita le anime morte e restituisce loro quella Grazia che
avevano perduto. Per provare di possedere realmente questo divino
pot3ere, guarisce un paralitico.
"Che cosa è più facile - chiede agli scribi che lo
circondano - secondo voi da dire: i tuoi peccati ti sono perdonati,
oppure levati e cammina? Affinché sappiate che il Figlio
dell'Uomo ha in terra il potere di rimettere i peccati: alzati - dice
al paralitico - prendi la tua barella e torna alla tua casa!" 9.
E' bene meditare a lungo sulla potenza del Salvatore. Quando si tratta
del nostro bene, il Maestro non esita mai a mettere il suo divino
potere al servizio del suo amore per noi.
La sua
bontà
Il fatto è che Nostro Signore è adorabilmente buono: il
suo Cuore non può veder soffrire senza restarne spezzato. Questa
pietà lo ha spinto a compiere spontaneamente, prima di averne
ricevuto preghiera, alcuni dei suoi più grandi miracoli.
La folla lo seguiva attraverso le deserte montagne della Palestina; da
tre giorni, per poterlo ascoltare, essa aveva trascurato di bere e di
mangiare. Ma il Signore chiama gli Apostoli: "Vedete questa povera
gente? - dice loro - Non posso congedarli così: cadrebbero di
stenti per la strada. Ho compassione di questa folla" 10. E moltiplica
i pani e i pesci rimasti ai suoi discepoli.
Un'altra volta si stava recando alla cittadina di Naim, scortato da un
gruppo numeroso. Giunto quasi alle porte della città, incontra
un corteo funebre. Un giovane veniva condotto alla sue estrema dimora:
era l'unico figlio di una vedova. Senza ormai più speranza, nn
potendo più attendersi nulla dalla vita, la povera donna seguiva
gemendo il corpo del figlio. La vista di questo muto dolore sconvolge
il Signore: fu mosso a misericordia. "Povera afflitta - le dice - non
piangere più" 11, e si avvicina alla barella dove giaceva il
cadavere e restituisce il giovane alla madre.
Anime schiacciate dalle prove, coscienze tormentate dal dubbio o forse
dal rimorso, cuori spezzati dal tradimento o dai lutti; voi tutti che
soffrite, credete che Gesù non abbia pietà dei vostri
dolori? Non avreste compreso nulla del suo immenso amore. Egli conosce
le vostre miserie: le vede, e il suo Cuore ne è toccato. E' su
di voi ch'Egli rivolge oggi il suo grido di compassione, è a voi
che si rivolge, come già alla vedova di Naim: "Non piangere
più; io sono la Rassegnazione, sono la Pace; io sono la
Resurrezione e la Vita!".
Questa fiducia, che la sua bontà dovrebbe naturalmente
ispirarci, Nostro Signore l'esige da noi esplicitamente: la pone come
una condizione essenziale per ricevere i suoi favori. Lo vediamo, nel
Vangelo, esigere degli atti formali, prima di compiere certi miracoli.
Perché Lui, così tenero, si mostra apparentemente
così duro verso la cananea che gli domanda la guarigione della
figlia? La respinge più volte, ma niente la scoraggia; niente
ferma la sua incrollabile fiducia. E' appunto quello che il Salvatore
desidera. "Donna - esclama con gioiosa ammirazione - la tua fiducia
è grande"". E aggiunge: "Sia fatto secondo la tua
volontà" 12
Fiat tibi sicut vis. La fiducia ottiene il compimento dei nostri
desideri: Nostro Signore stesso l'afferma.
Strana aberrazione dell'intelligenza umana! Noi crediamo ai miracoli
del Vangelo, dato che siamo cattolici per convinzione; crediamo che
Nostro Signore, salendo al Cielo, non ha perso nulla della sua potenza;
crediamo alla sua bontà, dimostrata dalla sua vita intera ...
eppure non riusciamo ad abbandonarci alla fiducia.
Conosciamo molto male il Cuore di Gesù. Ci ostiniamo a
giudicarlo secondo la debolezza dei nostri cuori: si direbbe proprio
che vogliamo ridurre la sua immensità alle nostre meschine
proporzioni. Facciamo fatica ad ammettere la sua incredibile
misericordia verso i peccatori, perché noi siamo vendicativi e
lenti a perdonare. Paragoniamo la sua tenerezza infinita ai nostri
piccoli affetti. Non comprendiamo nulla di questo fuoco inestinguibile
che rendeva il suo Cuore un immenso braciere d'amore, questa santa
passione per gli uomini che lo dominava interamente, questa folle
carità che lo spinse dalle umiliazioni della mangiatoia al
sacrificio del Golgota. E non possiamo esclamare,. Nella pienezza della
nostra fede, come l'Apostolo san Giovanni: "Abbiamo creduto nel suo
amore! Credidimus charitati" 13.
O Maestro adorabile, vogliamo ormai abbandonarci interamente al vostro
amoroso comportamento.
Vi affidiamo la cura del nostro avvenire materiale. Ignoriamo
ciò che ci riserva questo avvenire, carico di minacce; ma ci
mettiamo nelle mani della vostra Provvidenza.
Vi affidiamo le nostre pene; esse sono talvolta davvero crudeli, ma voi
siete qui per addolcirle.
Vi affidiamo le nostre miserie morali; la nostra debolezza ci spinge a
temere ogni mancanza. Ma voi ci sosterrete e ci preserverete dalle
cadute.
Come il vostro Apostolo prediletto, che poggiava il capo sul vostro
petto, noi ci riposeremo sul vostro Cuore divino e, secondo le parole
del Salmista, ci addormenteremo in una pace deliziosa, poiché
voi, o Gesù, ci avete posto in un'inalterabile fiducia.
Note:
1
-
S.
Francesco
di Sales, Les vrais entretiens spirituels, in Ouvres,
Annecy, J. Niérat 1895, vol. VI, p. 30
2
-
Cfr.
Atti,
IV, 6.
3
-
Cfr.
Is,
IX, 6.
4
-
Cfr.
Is,
IX, 6.
5
-
Deus
dilexit
mundum ut Filium suum unigenitum daret (Gv, III, 16).
6
-
Gv,
II,
1-11.
7
-
Domine,
salva
nos, perimus! (Mt, VIII, 25).
8
-
Miserere
nostri,
fili David! (Mt, IX, 26).
9
-
Mc,
II,
9-11.
10
-
Misereor
super
turbam (Mc, VIII, 2).
11
-
Noli
flere
(Lc, VII, 13).
12
-
Fiat
tibi
sicut vis (Mt, XV, 28).
13
-
1
Gv,
IV, 16.
CAPITOLO SESTO
I frutti della
fiducia
La fiducia
glorifica Dio
L'elogio più magnifico che si possa fare della fiducia sta nel
mostrarne i frutti: sarà questo l'argomento dell'ultimo
capitolo. Possano le seguenti considerazioni incoraggiare le anime
inquiete a vincere infine la loro pusillanimità ed a praticare
perfettamente questa preziosa virtù.
La fiducia non vaga nelle sfere più umili delle virtù
morali: essa si lancia con un salto fin davanti al trono dell'Eterno,
fino allo stesso cuore del Padre celeste.
Essa rende un omaggio eccellente alle infinite perfezioni divine: alla
sua bontà, perché essa attende solo da Lui gli aiuti
necessari; alla sua potenza, perché essa disdegna ogni forza che
non sia la sua; alla sua sapienza, perché essa riconosce la
saggezza dei suoi sovrani interventi; alla sua fedeltà,
perché essa conta senza esitazioni sulla sua divina parola.
Essa dunque partecipa sia della lode che dell'adorazione. Ora, nelle
manifestazioni della vita religiosa, non vi sono atti più
elevati di questi: sono gli atti sublimi che occupano in Cielo le anime
beate. I Serafini, in presenza dell'Altissimo, si velano il volto con
le ali, e i cori angelici gli ripetono perdutamente la loro triplice
acclamazione.
La fiducia compendia, in una luminosa e dolcissima sintesi, la tre
virtù teologali: la Fede, la Speranza e la Carità.
Così, il Profeta, ammirato dallo splendore di questa
virtù si sente incapace di trattenere la propria ammirazione ed
esclama nel suo entusiasmo: "Benedetto l'uomo che si affida a Dio" 1.
Ma, per contro, l'anima sfiduciata offend3e il signore. Ella dubita
della sua provvidenza, della sua bontà, del suo amore. Ella va
in cerca degli aiuti delle creature; anche oggi, forse, si abbandona a
pratiche superstiziose. Questa sventurata si appoggia su fragili
sostegni, che si spezzeranno sotto il suo peso e la feriranno
crudelmente.
E Dio è irritato da una tale offesa.
Nel IV Libro dei Re si racconta che Ochozia, ammalatosi, chiese
consiglio ai sacerdoti degli idoli. Jahveh se ne irritò, e
incaricò il profeta Elia di riferire terribili minacce al
sovrano: "E' forse perché non v'è un solo Dio, in
Israele, che tu consulti Belzebub, il dio di Acharon? Per questo fatto,
non ti potrai più alzare dal letto su cui sei steso, ma anzi per
certo morrai" 2.
Il cristiano che dubita della bontà divina, che affida le
proprie speranze alle creature, non merita forse lo stesso rimprovero?
Non si espone a giusti castighi? Forse la Provvidenza non veglia su di
lui, perch'egli debba rivolgersi follemente a esseri deboli, incapaci
di aiutarlo?
Essa attira
favori eccezionali sulle anime
"Non perdete la vostra fiducia, - dice l'Apostolo Paolo -
poiché essa merita una grande ricompensa" 3. Infatti, questa
virtù procura a Dio una gloria così grande, da attirare
necessariamente sulle anime favori eccezionali.
Nelle Scritture, il Signore ha più volte espresso con quale
generosa magnificenza Egli tratti i cuori fiduciosi:
"Poiché ha sperato in me, lo libererò; siccome ha
conosciuto il mio Nome, lo proteggerò. Egli griderà verso
di me ed io lo esaudirò. Sarò con lui nelle tribolazioni,
lo scamperò e lo glorificherò" 4. Quali appaganti
promesse, proferite da Colui che punisce ogni parola inutile e che
condanna le più lievi esagerazioni!
Secondo la testimonianza della Verità stessa, dunque, la fiducia
di scampa da ogni male.
"Siccome avete scelto l'Altissimo come vostro rifugio, il male non vi
raggiungerà e i flagelli non si avvicineranno al vostro
tabernacolo. Egli infatti ha comandato ai suoi Angeli di vegliare su di
voi, lungo tutte le vostre vie: loro vi porteranno nelle loro mani
affinché il vostro piede non inciampi contro un sasso. Voi
camminerete sull'aspide e sul basilisco, e calpesterete il leone e il
dragone" 5.
Fra i mali dai quali la fiducia ci preserva, bisogna porre in prima
fila il peccato. D'altronde, nulla di più conforme alla natura
delle cose. L'anima fiduciosa conosce il proprio nulla, come quello di
tutte le creature; è per questo ch'ella non conta né su
se stessa né sugli uomini, ma mette in Dio tutta la sua
speranza. Ella diffida della propria miseria, e quindi pratica la vera
umiltà. Ora, non sapete forse che l'orgoglio è la radice
di tutte le nostre colpe 6, l'inizio della rovina? 7 Il Signore si
allontana dal superbo, lo abbandona alla sua debolezza e lo lascia
cadere. La caduta di san Pietro ne è un terribile esempio.
Nei misericordiosi disegni della sua sapienza, Dio permetterà
forse che l'anima fiduciosa venga colpita, per un certo tempo, dalla
prova; tuttavia, niente la smuoverà: essa rimarrà
immobile e ferma "come il monte Sion" 8. Essa conserverà la
gioia in fondo al suo cuore 9 e, nonostante i frastuoni della burrasca,
si addormenterà in pace, come un bimbo tra le braccia del Padre
10. Essa si lascerà condurre fino al felice termine del proprio
viaggio, poiché Dio salva "quelli che sperano in Lui" 11.
Ma questi non sono che favori puramente negativi.
Dio colma dei favori più positivi l'uomo che confida in Lui.
Ascoltate con quale solenne poesia il Profeta illustra questa
verità:
"Beato l'uomo che si affida al Signore, e la cui speranza è nel
Signore. Egli sarà come un albero piantato sulla riva delle
acque, le cui radici sono nell'umida terra: non avrà nulla da
temere, quando verrà il caldo. Le sue foglie saranno sempre
verdi, e nel tempo della siccità non ne soffrirà,
né cesserà mai di produrre frutti" 12.
Per rendere la pace radiosa di questo quadro mediante un contrasto
raggelante, osservate la lamentevole sorte di colui che si è
affidato alle creature:
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che fa conto della carne e il
cui cuore si allontana dal Signore! Egli sarà come la tamerice
desertica, (...) resterà nell'aridità, su una terra
salata e inabitabile" 13.
La preghiera
fiduciosa ottiene tutto
Infine - e non è la minima delle sue prerogative - la fiducia
viene sempre esaudita. Non si esagererà nel ripeterlo: la
preghiera fiduciosa ottiene tutto.
Le Scritture, con un'insistenza assai marcata, ci raccomandano di
rianimare la nostra fede, ogni volta che presentiamo a Dio le nostre
umili richieste: "Tutto ciò che avrete chiesto con fede nelle
vostre preghiere, l'otterrete" 14, dice il Salvatore. L'Apostolo san
Giacomo dice la stessa cosa: vuole che chiediamo con fede, senza
esitare. Colui che dubita somiglia agli incostanti flutti del mare: non
pretenda, in questa disposizione d'animo, di venire esaudito 15.
Di quale fede si parla, in questi passi?
Non della fede abituale, infusa dal Battesimo nelle nostre anime, ma di
questa speciale fiducia, che ci fa attendere con fermezza l'intervento
della Provvidenza in una data situazione. Nostro Signore lo dice
esplicitamente nel Vangelo: "Tutto ciò che chiedete nella
preghiera, abbiate fede di ottenerlo, e vi sarà accordato" 16.
Il Maestro non poteva descrivere più chiaramente la fiducia.
Possiamo avere una fede vivissima, e tuttavia dubitare che Dio voglia
accogliere favorevolmente alcune nostre richieste. Per esempio, siamo
certi che l'oggetto del nostro desiderio sia compatibile col nostro
vero bene? E dunque esitiamo. Questa semplice esitazione, fa notare un
teologo, diminuisce l'efficacia della nostra preghiera 17.
Altre volte, al contrario, la nostra intima certezza si fortifica al
punto da scacciare del tutto ogni dubbio ed esitazione. Siamo tanto
certi d'essere esauditi, che ci sembra di possedere già la
grazia sollecitata.
"In considerazione di una così perfetta fiducia - scrive il
padre Pesch - Dio ci concede dei favori che, senza di essa, non ci
avrebbe mai dato. Effettivamente, il bene che gli abbiamo chiesto non
ci era indispensabile, oppure non rispondeva alle condizioni necessarie
perché Dio fosse tenuto ad accordarcelo in forza delle sue
promesse" 18.
D'altronde, la maggior parte delle volte, questa certezza interiore
è opera della Grazia in noi.
"Così - conclude lo stesso autore - una fiducia singolare di
ottenere tale o talaltra grazia, è una specie di promessa
specifica che Dio ci fa nell'accordarcela" 19.
Una frase di san Tommaso riassumerà questa breve disquisizione:
"La preghiera - dice il Dottore Angelico- riceve dalla carità il
suo merito, ma la sua efficacia impetratoria le viene dalla fede e
dalla fiducia" 20.
Esempi di santi
I santi pregavano con questa fiducia, e Dio si mostrava, verso di loro,
di un'infinita munificenza.
L'abate Sisois, come riferiscono le Vite dei Padri, pregava per uno dei
suoi discepoli, piegato dalla violenza della tentazione: "Lo vogliate o
no - diceva rivolto a Dio - non vi lascerò finché non
l'abbiate guarito!". E l'anima del povero frate ritrovò la
Grazia e la serenità 21.
Nostro Signore si degnò di rilevare a santa Gertrude che la
fiducia di lei faceva una tale violenza al suo Sacro Cuore, che Egli
era costretto a favorirla in tutto; ed aggiungeva che, così
facendo, soddisfaceva le esigenze della sua bontà e del suo
amore per lei.
Un'amica della stessa santa da un certo tempo pregava senza riuscire ad
ottenere nulla. "Ho rimandato la concessione di quanto mi avevi
domandato - le disse il Salvatore - perché tu non confidi
affatto nella mia bontà come fa la mia fedele Gertrude. Per
questo non le rifiuterò mai nulla di ciò che mi
chiederà" 22.
Infine, ecco come pregava santa Caterina da Siena, secondo la
testimonianza del suo confessore, il beato Raimondo da Capua: "Signore,
non lascerò i vostri piedi, la vostra presenza, finché la
vostra bontà non mi avrà concesso quanto desidero,
finché non desidererete fare quello che voglio.".
"Signore - proseguiva - voglio che mi promettiate, per tutti coloro che
amo, la vita eterna".
Poi, con un ardimento ammirevole, tendeva le mani verso il Tabernacolo:
"Signore, mettete la vostra mano nella mia. Sì, datemi la prova
che mi concederete quanto vi chiedo".
Questi esempi c'invitino a rientrare in noi stessi; esaminiamo un poco
la nostra coscienza. Poniamoci, con un pio scrittore, questa domanda:
"Mettiamo noi nelle nostre preghiere una fiducia estrema, qualcosa di
simile a quella radicalità del fanciullo che sollecita dalla
propria madre un oggetto cui tiene? La radicalità di questi
piccoli mendicanti che ci inseguono e che vengono esauditi a forza di
importunare? La radicalità, soprattutto, insieme così
rispettosa e così fiduciosa, che i santi hanno nelle loro
richieste" 23.
Conclusione dell'opera
Una conclusione deriva naturalmente imperiosamente, da questo nostro
breve studio.
Anime cristiane, impiegate tutti i mezzi di cui disponete per ottenere
la fiducia!
Meditate molto sull'infinito potere di Dio, sul suo immenso amore,
sulla sua inviolabile fedeltà nel mantenere le promesse, sulla
Passione di Nostro Signore.
Ma non rifugiatevi indefinitivamente nella contemplazione: passate
dalla riflessione all'azione.
Moltiplicate gli atti di fiducia; ciascuna delle vostre occupazioni sia
un'occasione per rinnovarli. Sarà soprattutto nell'ora delle
difficoltà e della prova che bisognerà moltiplicarli.
Ripetete spesso l'invocazione, così toccante: "Cuore
Sacratissimo di Gesù, confido in voi!".
Diceva Nostro Signore ad un'anima privilegiata: "La sola preghiera: Mi
affido a voi, mi rapisce il Cuore, poiché in essa sono comprese
la fiducia, la fede, l'amore e l'umiltà" 24.
Non abbiate timore di esagerare nella pratica di questa virtù!
"Non bisogna mai temere, supponendo di condurre una buona vita, di
avere una fiducia troppo grande; poiché come Dio, a motivo della
sua infinita veracità, merita una fede in un certo senso
infinita, così, a motivo della sua potenza, della sua
bontà, dell'infallibilità delle sue promesse, perfezioni
non meno infinite della sua veracità, Egli merita un'infinita
fiducia" 25.
Non risparmiate dunque gli sforzi. I frutti della fiducia sono
abbastanza preziosi, perché vi diate pena di coglierli.
E se per caso venite a lamentarvi di non aver ottenuto i meravigliosi
benefici che vi aspettate, vi risponderò con san Giovanni
Crisostomo:
"Voi mi dite: ho sperato e sono rimasto deluso. Che strane parole! Non
bestemmiate le Scritture! Siete rimasti delusi perché non avete
sperato come dovevate, perché vi siete scoraggiati,
perché non avete atteso la fine della prova, perché siete
stati pusillanimi. La fiducia sta soprattutto nel risollevarsi, nella
sofferenza e nel pericolo, e nell'elevare il cuore a Dio" 26.
Note:
1 1 - Benedictus vir qui confidit in Domino (Ger,
XVII, 7).
2 - IV Reg, I, 6.
3 - Heb, X, 35.
4 - Ps, XC, 14-15.
5 - Ps, XC, 9-13.
6 - Initium omnis peccati est superbia (Eccl, X, 15).
7 - Ante ruinam exaltatur spiritus (Prov, XVI, 18).
8 - Qui confidunt in Domino, sicut mons Sion (Ps,
CXXIV, 1).
9 - Dedisti laetitiam in corde me (Ps, IV, 7).
10 - In pace in idipsum dormiam et requiescam,
quoniam tu, Domine, singulariter in spe constituisti me (Ps, IV, 9-10)
11 - Ps, XVI, 7.
12 - Ger, XVII, 7-8.
13 - Ger, XVII, 5-6.
14 - Mt, XXI, 22.
15 - Jac, I, 6-7.
16 - Mc, XI, 24.
17 - "Haec haesitatio non quidem tollit, sed minuit
efficaciam orationis". C. Pesch S.J., Praelectiones dogmaticae, t. IX,
p. 166.
18 - Ivi.
19 - Ivi.
20 - San Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, II-IIae,
q. 83, a. ad 3.
21 - Cfr. Vita Patrum, t. VI.
22 - J.B. Saint-Jure, op. cit, t. III, p. 27.
23 - C. Sauvé, Jésus intime, Amat,
Paris 1908, t. II, p. 428.
24 - Suor Benigna Consolata Ferrero, op. cit.
25 - J.B. Saint-Jure, op. cit., t. III, p. 6.
26 - S. Joanni Chrisostomi, In psalmum CXVII comm.
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